Home Blog & Notizie Accogliere senza svuotarsi: la crisi dell’identità cattolica

Accogliere senza svuotarsi: la crisi dell’identità cattolica

Il cristianesimo delle origini nell'antica Roma
Pesce Cristiana

Vivo in Italia dal 2019. Da allora osservo, ascolto, cammino dentro questa realtà con rispetto e con amore, ma anche con una crescente inquietudine nel cuore. Quello che vedo è una fede che lentamente si affievolisce, che perde voce, che smette di incidere nella vita concreta delle persone. So che è una frase forte, so che può urtare, ma non nasce da giudizio né da presunzione: nasce dal dolore di chi guarda e ama. È una constatazione, non un’accusa. Ed è proprio perché amo questa terra che non riesco a tacere davanti a ciò che vedo.

Parliamo del Paese che ha generato santi, martiri, missionari, teologi. Del Paese che per noi cattolici non è solo una nazione, ma un pilastro spirituale, perché qui sorge la Basilica di San Pietro, costruita sul sepolcro dell’Apostolo a cui Cristo ha affidato la Sua Chiesa. Roma non è un simbolo qualsiasi: è memoria viva, è responsabilità storica, è vocazione. Eppure oggi, spiritualmente, questo luogo appare sempre più vuoto. Non per mancanza di strutture o iniziative, ma per mancanza di coraggio nell’annunciare ciò che siamo.

Chi ha la responsabilità di evangelizzare, di catechizzare, di trasmettere la fede sembra aver progressivamente spostato il centro della missione. Non più proclamare il Vangelo nella sua interezza, non più formare coscienze radicate in Cristo, ma limitarsi a un linguaggio neutro, accomodante, rassicurante. Si parla molto di accoglienza, ma sempre meno di conversione. Si parla di inclusione, ma sempre meno di verità. E quando il Vangelo smette di essere annunciato chiaramente, ciò che resta non è amore, ma silenzio.

Un recente post di Credere mi ha fatto riflettere ancora più profondamente. Si racconta di oratori che diventano luoghi di accoglienza per ragazzi di altre religioni, con grande attenzione a non “forzare” la loro identità. Si citano esempi come quello di Pioltello, dove giovani di fedi diverse collaborano insieme. Tutto questo viene presentato come un modello virtuoso. Ma la domanda che mi brucia dentro è un’altra: dov’è la stessa premura per l’identità cattolica dei nostri giovani? Chi si sta prendendo cura della loro fede?

Vedo una Chiesa che in Italia fa sforzi enormi per accogliere chi viene da fuori, chi professa altre religioni, chi porta con sé altre visioni del mondo. E l’accoglienza, in sé, è un valore evangelico. Ma mi chiedo con sincerità: e i nostri figli? E i ragazzi cattolici, spesso confusi, disorientati, privi di una formazione solida? Chi si preoccupa di loro, della loro identità, della loro appartenenza? Perché sembriamo più attenti a non disturbare gli altri che a custodire ciò che ci è stato affidato?

Ricordo un’esperienza personale che porto ancora nel cuore come una ferita. Anni fa mi offrii volontaria all’Ufficio Pastorale (Torino) durante il periodo di Natale. Dopo un solo incontro tornai a casa profondamente scoraggiata. Si parlò del fatto che il 98% dei pacchi di aiuto fosse destinato a musulmani. E alla fine della riunione, nel tempo in cui celebriamo l’Incarnazione di Cristo, ci salutammo con un generico e freddo “buone feste”. Natale senza Cristo. Carità senza identità. Silenzio dove dovrebbe esserci annuncio.

E allora mi chiedo: come possiamo rappresentare Cristo nel mondo se abbiamo paura perfino delle parole? Come possiamo essere luce se ci preoccupiamo costantemente di non sembrare “troppo cristiani”, di non offendere, di non distinguerci? Essere politicamente corretti non è una virtù evangelica. Essere del mondo non è mai stato l’obiettivo di Gesù. Quando smettiamo di nominare Cristo per timore del giudizio altrui, stiamo già rinunciando alla nostra missione.

Lo stesso accade oggi negli oratori e nei percorsi educativi. Siamo attenti a non intaccare l’identità religiosa degli altri, ma non sembriamo minimamente preoccupati della nostra. Ci affanniamo a non “rovinare” l’identità altrui, mentre lasciamo che quella cattolica si dissolva lentamente. E senza identità non c’è testimonianza, non c’è Vangelo, non c’è futuro. Una Chiesa che non sa più chi è non può guidare nessuno.

Per questo voglio fermarmi su una parola che oggi sembra quasi scomoda: IDENTITÀ. Non è chiusura, non è arroganza, non è mancanza di amore. È radice. È verità. È fedeltà. Accogliere non significa svuotarsi. Dialogare non significa tacere Cristo. Amare non significa chiedere scusa per la propria fede. La vera accoglienza nasce solo da una fede viva, chiara, incarnata. Tutto il resto è solo rumore.

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