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Claudia Conte: la memoria che salva, la solidarietà che unisce, la fede che illumina

Claudia Conte è giornalista, scrittrice e da anni impegnata nella difesa dei diritti dei bambini e delle persone più fragili. Accanto all’attività professionale, porta avanti un intenso percorso di solidarietà attraverso collaborazioni con ospedali pediatrici, associazioni, fondazioni e missioni umanitarie, in particolare a sostegno delle vittime della guerra in Ucraina. Dall’accompagnamento di bambine e ragazze ucraine ricevute da Papa Francesco alle iniziative con La Memoria Viva, fino all’incontro con Papa Leone XIV, il suo cammino testimonia una fede che si traduce in azioni concrete e un impegno costante nel dare voce agli ultimi.

In questa intervista a Cristiani Today, Claudia Conte racconta il significato più profondo della sua missione, il valore della speranza nei luoghi della sofferenza, l’insegnamento ricevuto dai bambini e gli incontri che hanno segnato il suo percorso umano e spirituale. Una testimonianza che invita a riscoprire la solidarietà non come gesto straordinario, ma come scelta quotidiana capace di trasformare il mondo, un passo alla volta.

 Claudia, da anni il suo impegno va oltre il giornalismo e la scrittura: è al fianco di bambini che affrontano malattie gravi, percorsi oncologici e situazioni di grande fragilità. Cosa le hanno insegnato questi incontri e perché ritiene così importante esserci, anche con un semplice gesto di vicinanza?

I bambini sono i più grandi maestri di resilienza che abbia mai incontrato. Entrare in un reparto di oncologia pediatrica o conoscere un bambino che combatte ogni giorno contro la malattia significa ricevere una lezione di coraggio, di dignità e di speranza. In quei luoghi il tempo assume un valore diverso e anche un sorriso, un ascolto sincero o qualche ora di serenità possono fare la differenza.

Ho sempre creduto che la solidarietà non debba essere un gesto occasionale, ma una responsabilità quotidiana. Per questo collaboro con ospedali, associazioni e fondazioni, cercando di utilizzare la comunicazione come uno strumento per dare voce a chi troppo spesso resta invisibile. Non possiamo guarire ogni malattia, ma possiamo curare la solitudine, l’indifferenza e il senso di abbandono.

Ogni bambino ha il diritto di continuare a sognare, anche durante la malattia. Se riusciamo a regalare un momento di speranza a un piccolo paziente o a sostenere una famiglia in un momento difficile, allora abbiamo già compiuto qualcosa di importante. Perché il vero valore della vita non si misura da ciò che riceviamo, ma da ciò che riusciamo a donare.

L’associazione La Memoria Viva, con cui hai partecipato a missioni umanitarie in Ucraina e organizzato viaggi in Italia per orfani di guerra, nasce come risposta concreta alla sofferenza e all’oblio. Qual è la scintilla che ti ha spinto a sostenerla?

Ho sempre creduto che la comunicazione abbia un senso solo quando riesce a trasformarsi in responsabilità. Raccontare il dolore non basta: bisogna scegliere di esserci.

La Memoria Viva nasce proprio da questa convinzione, dal desiderio di non lasciare sole le persone più vulnerabili e di impedire che le loro storie vengano dimenticate. Ogni bambino che perde la propria infanzia a causa della guerra, ogni anziano che vive nell’abbandono, ogni famiglia costretta a ricominciare da zero ci ricordano che la solidarietà non è un gesto straordinario, ma un dovere quotidiano.

Le vostre missioni in Ucraina vi portano a contatto con famiglie che vivono tra paura, resistenza e speranza. Qual è l’immagine che più ti ha segnato durante i vostri interventi?

Le immagini sono tante, ma una in particolare rimane impressa nel cuore: il sorriso di un bambino che, nonostante abbia conosciuto la guerra, riesce ancora a trovare la forza di giocare.

In quegli occhi convivono paura e speranza. È una lezione straordinaria di resilienza. Ogni volta torno a casa con la consapevolezza che non siamo noi a dare forza a loro: molto spesso sono loro a insegnarla a noi.

In che modo la comunicazione, il giornalismo e la tua attività pubblica diventano strumenti di solidarietà e non solo di informazione?

Il giornalismo non dovrebbe limitarsi a raccontare ciò che accade, ma aiutare le persone a comprendere, a riflettere e ad agire.

Credo profondamente in una comunicazione che metta al centro la dignità umana, che dia voce agli invisibili e costruisca ponti invece di alimentare divisioni. Se un articolo, un libro o un’intervista riescono a risvegliare una coscienza o a generare un gesto concreto di solidarietà, allora hanno davvero compiuto la loro missione.

L’incontro con Papa Leone XIV è stato definito da molti un momento di grande intensità spirituale. Che cosa ha rappresentato per te, personalmente e professionalmente?

L’incontro con Papa Leone XIV è stato uno di quei momenti che restano impressi nel cuore per tutta la vita. Trovarmi davanti al Santo Padre è stata un’emozione difficile da raccontare, un’esperienza che mi ha fatto sentire ancora più forte il valore della mia missione come donna, giornalista e scrittrice.

Ho avuto l’onore di consegnargli il mio nuovo libro, frutto di un percorso fatto di ascolto, di storie di dolore ma anche di speranza. È stato come affidargli una parte della mia anima, con l’augurio che quel messaggio di umanità e di attenzione verso i più fragili possa raggiungere sempre più persone.

Insieme al cardiologo Fabio Costantino, ideatore del progetto Cardiosecurity, abbiamo inoltre donato un defibrillatore: un gesto semplice ma profondamente simbolico. Promuovere la cultura della sicurezza cardiologica significa scegliere concretamente di proteggere la vita. Ogni defibrillatore può rappresentare una speranza in più, una possibilità in più, un futuro restituito a una famiglia.

Nelle parole e nello sguardo del Santo Padre ho ritrovato il senso più autentico dell’impegno sociale: trasformare i valori in azioni, la fede in responsabilità e la solidarietà in gesti concreti.

Nel febbraio 2025 hai accompagnato in Vaticano alcune bambine e ragazze ucraine rimaste orfane a causa della guerra per incontrare Papa Francesco. Che significato ha avuto quell’incontro e quale messaggio vi ha lasciato il Santo Padre?

È stato uno dei momenti più intensi della mia vita, umana e professionale. Accompagnare quelle bambine e quelle ragazze davanti a Papa Francesco ha significato portare in Vaticano non solo le loro storie, ma anche il dolore e la speranza di un intero popolo ferito dalla guerra.

Ricordo l’emozione nei loro occhi e la straordinaria delicatezza con cui il Santo Padre le accolse. Non si limitò a incontrarle: le fece sentire viste, ascoltate e amate. In quel momento ho compreso ancora una volta quanto un gesto di vicinanza possa restituire dignità a chi ha perso quasi tutto.

Una delle ragazze donò al Papa una bambola che custodiva al suo interno una scheggia della bomba che aveva quasi spezzato la sua vita. Quel simbolo di dolore trasformato in speranza racchiude il senso della nostra missione: aiutare questi bambini a non crescere prigionieri dell’odio, ma a credere ancora nella pace, nella fraternità e nel futuro.

Papa Francesco ci ha lasciato un messaggio semplice e potentissimo: non possiamo abituarci alla sofferenza degli ultimi. Ogni bambino salvato dall’indifferenza è una vittoria dell’umanità. Da quell’incontro sono uscita con una responsabilità ancora più grande: continuare a dare voce a chi non ce l’ha e trasformare la solidarietà in un impegno concreto, ogni giorno.

Qual è la sfida più grande che incontri quando cerchi di portare solidarietà in contesti dove la sofferenza sembra aver tolto spazio alla speranza?

La sfida più difficile è vincere l’indifferenza. La sofferenza, quando diventa cronaca quotidiana, rischia di assuefarci.

Per questo è importante continuare a raccontare le persone, non soltanto i numeri. La speranza nasce proprio dall’incontro, dalla vicinanza, dalla certezza che nessuno debba sentirsi invisibile. Ogni volta che scegliamo di tendere una mano, restituiamo dignità e ricordiamo che nessuna vita è destinata all’oblio.

C’è un episodio, un volto o una storia che porterai sempre con te e che rappresenta il senso del tuo impegno?

Credo che il senso più profondo del mio impegno nasca da un sogno che ha cambiato la mia vita. Una notte sognai Madre Teresa di Calcutta. Era ai piedi del mio letto e, con quella semplicità che la rendeva straordinaria, mi disse: «Claudia, devi aiutare i bambini». Io le risposi: «Sì, Madre Teresa, ma come?». In quell’istante il sogno si interruppe e mi svegliai.

Da allora quella domanda è diventata la bussola della mia vita. Non ho mai pensato di poter cambiare il mondo da sola, ma ho sempre creduto che si possa cambiare il mondo di un bambino. Ed è da lì che tutto acquista significato.

Negli anni questo mi ha portata a collaborare con l’UNICEF, la Peter Pan ODV, l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, l’Osservatorio Nazionale sul Bullismo e il Disagio Giovanile e tante altre realtà che ogni giorno si prendono cura dei più fragili.

Ogni sorriso ritrovato, ogni famiglia che torna a sperare, ogni bambino che ricomincia a sognare mi ricorda che quel sogno continua ancora oggi. E forse la vera felicità consiste proprio in questo: lasciare il mondo un po’ migliore di come lo abbiamo trovato, partendo dalla vita di un bambino.

Quale messaggio desideri lasciare ai lettori di Cristiani Today, che vivono la fede come responsabilità e testimonianza?

La fede, per me, non è qualcosa che si custodisce soltanto nel cuore, ma qualcosa che si traduce in gesti concreti.

Ogni giorno provo a vivere una preghiera che mi accompagna da tempo:

“Gesù, dammi la forza di essere una matita nelle Tue mani. Fa’ che attraverso di me Tu possa scrivere nel cuore delle persone parole di pace, speranza, amore e fraternità. Rendimi uno strumento del Tuo amore, perché ogni mia scelta possa portare luce a chi soffre e speranza a chi l’ha perduta.”

Se riuscissimo tutti, ogni giorno, a essere anche solo una piccola matita nelle mani di Dio, il mondo sarebbe certamente un luogo più giusto, più umano e più fraterno.

Rita Sberna

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Rita Sberna
Rita Sberna (Volontaria) è nata nel 1989 a Catania. Nel 2012 ha prestato servizio di volontariato presso una radio sancataldese “Radio Amore”, lì nasce la trasmissione da lei condotta “Testimonianze di Fede”.Continua a condurre “Testimonianze di Fede” per la radio web di Don Roberto Fiscer “Radio Fra le note” con sede a Genova e per Cristiani Today in diretta Live.Nel 2014 ha scritto per il settimanale nazionale “Miracoli” e il mensile “Maria”.Nel 2013 esce il suo primo libro “Medjugorje l’amore di Maria” dedicato alla Regina della Pace e nel 2017 con l’associazione Cristiani Today pubblica il suo secondo libro “Il coraggio di aver Fede”. Inoltre su Cristiani Today scrive vari articoli legati alla cristianità e cura la conduzione web dei programmi Testimonianze di Fede e di Cristiani Today live.