Home L'Editoriale Flotilla e dintorni: giornate apocalittiche tra grazia e follia

Flotilla e dintorni: giornate apocalittiche tra grazia e follia

Global Sumud Flotilla
Global Sumud Flotilla imbarca equipaggio in Tunisia (7 settembre 2025) - Brahim Guedich (Wikimedia Commons)

Ci sono fondamentalmente due forme di ingiustizia contro cui dobbiamo lottare al giorno d’oggi: la prima è l’oppressione e l’umiliazione dei più deboli, l’altra – non meno grave – consiste nell’utilizzo di mezzi controproducenti per rimediarvi. Facciamo una premessa: a Gaza è davvero in atto lo sterminio di un popolo e Israele, pur essendo stato aggredito per primo con il pogrom del 7 ottobre 2023, è passato dalla parte del torto, per la virulenza della risposta dispiegata in questi due anni. Chiunque replica ad uno schiaffo con pugni e calci non attirerà mai la solidarietà di nessuna persona di buon senso. Hamas e il governo di Benjamin Netanyahu, dunque, sarebbero entrambi da “buttare giù dalla torre”. Il secondo, tuttavia, è meno scusabile per almeno tre ragioni: sta infierendo sistematicamente su una popolazione inerme; dà un pessimo esempio in qualità di “unica democrazia del Medio Oriente”; è il rappresentante di un’identità religiosa 80 anni fa vittima di un genocidio, quindi dovrebbe aver sperimentato sulla propria pelle “cosa si prova”.

Ciò detto, chi scrive, in coscienza, non può simpatizzare per la Global Sumud Flotilla, né per le manifestazioni in corso in questi giorni in Italia e in altre parti del mondo. Il movimento Pro Pal sta mostrando tutta la sua natura velleitaria, rissosa e divisiva. La solidarietà concreta a una popolazione aggredita e braccata è passata in secondo piano rispetto alla provocazione politica e ai risvolti facinorosi di questa nuova militanza. Una particolare menzione la meritano i cortei e gli scioperi che stanno paralizzando le nostre città. Non è grave soltanto la presenza dei soliti infiltrati violenti e vigliacchi, in mezzo a tanti dimostranti in buona fede. Non sono esasperanti soltanto i disservizi e i disagi provocati alla quotidianità lavorativa della maggioranza dei cittadini. Non è sconcertante soltanto la totale insipienza del principale sindacato italiano, che da anni non si occupa più dei diritti dei lavoratori. Assistiamo a una vera e propria eclissi della ragione che ha essenzialmente due volti: l’infatuazione per le cause “lontane”, unita alla paradossale indifferenza per chi ci è vicino, che trapela dal sottile clima di astio e di egoismo che si respira da tempi non sospetti nelle nostre città; il rispondere all’odio e alla prepotenza con altrettanta violenza e intolleranza verso chi ha un’idea diversa o intende porre dei garbati distinguo.

In questa assurdo e sconfortante passaggio storico, l’unica consolazione arriva dal buon senso dimostrato dalla Chiesa Cattolica. Non solo papa Leone XIV ha appoggiato il piano di pace proposto dal presidente americano Donald Trump ma anche il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, ha espresso il punto di vista più saggio e avanzato sul conflitto israelo-palestinese. “Ho l’impressione”, ha dichiarato il cardinale in un’intervista, “che il dramma di Gaza abbia tirato fuori una coscienza di dignità che giaceva inespressa nella coscienza comune. Adesso è venuta fuori, ha risvegliato qualcosa, anche indignazione. Vedo tanta partecipazione e questo è un aspetto positivo”.

Pizzaballa ha aggiunto che, nell’apocalisse che il popolo palestinese sta attraversando, il male minore è rimanere sotto le bombe, perché fuggendo si rischia ancor più la vita “e se loro restano lì anche i nostri sacerdoti e le nostre suore restano lì, e così anche il resto della comunità, quindi non è una scelta politica. Ma mi piace vedere questa chiesa che decide di restare lì, come luogo di presenza attiva, pacifica, che non ha paura”. E rimarca: “Sapevamo che dopo il 7 ottobre ci sarebbe stata una reazione, ma quello che sta accadendo non è giustificabile, non è moralmente accettabile. Soprattutto colpisce l’accanimento sui civili, questa disumanità, appunto la fame, la precarietà, i continui spostamenti, la distruzione di tutto”. Su Flotilla, il patriarca latino è stato molto chiaro e schietto: pur riconoscendo le “buone intenzioni” dell’iniziativa, ha detto, “avrei evitato un confronto così diretto, soprattutto pensando alla gente di Gaza, perché non porta nulla alla gente di Gaza, ecco non cambia decisamente la situazione”.

Va ricordato che tra Vaticano e Tel Aviv, da molto tempo i rapporti sono tesi. Non solo, lo scorso luglio, la parrocchia di Gaza è stata colpita da un raid israeliano, in cui è rimasto ferito il parroco padre Gabriel Romanelli ma anche nel colloquio intercorso il 5 settembre tra il Pontefice e il presidente israeliano Isaac Herzog, la Santa Sede ha sollecitato la necessità di “raggiungere con urgenza un cessate-il-fuoco permanente, facilitare l’ingresso sicuro degli aiuti umanitari nelle zone più colpite e garantire il pieno rispetto del diritto umanitario, come pure le legittime aspirazioni dei due popoli”, compresa “la soluzione dei due Stati, come unica via d’uscita dalla guerra in corso”. Tutte condizioni che il governo israeliano difficilmente vorrà concedere. La Chiesa Cattolica, dunque, rimane l’unica istituzione ancora in grado di parlare apertamente ed equamente di pace e di rispetto per tutti, in un mare di faziosità e fanatismo, che sta ormai permeando profondamente quel che resta della civiltà occidentale (un tempo cristiana).