Intelligenza e fede

Intelligenza e fede.

(Giov. 7, 14-18)

Vuoi intendere? Credi. L’intelligenza è premio della fede. Ma che significa credere in Cristo? Significa credere e amare sinceramente, credere e penetrare in lui, incorporandoci alle sue membra. Questa è la fede che Dio vuole da noi, e non può trovarla se non è lui stesso a donarcela.

1. Vediamo il seguito del Vangelo, che oggi è stato letto, e parliamone secondo che il Signore ci concede. Ieri si era arrivati fin dove si dice che i Giudei, sebbene non avessero visto il Signore Gesù nel tempio per la festa, tuttavia parlavano di lui: Alcuni dicevano: E’ buono. Altri invece: No, anzi inganna la gente (Gv 7, 12). Ciò è stato detto a conforto dei futuri predicatori della parola di Dio, che, pur essendo veritieri, sarebbero stati considerati seduttori (2 Cor 6, 8). Se sedurre significa ingannare, né Cristo è seduttore né i suoi Apostoli, né deve esserlo alcun cristiano. Se invece sedurre significa condurre qualcuno da una posizione ad un’altra mediante la persuasione, bisogna vedere da dove e dove lo si vuol condurre: se dal male al bene, il seduttore è buono; se dal bene al male, il seduttore è cattivo. Se dunque per seduzione intendiamo condurre gli uomini dal male al bene, potessimo tutti essere chiamati seduttori ed esserlo davvero!

2. Orbene, il Signore salì alla festa più tardi, quando ormai si era a metà della festa, e cominciò a insegnare. Ed i Giudei erano stupefatti e dicevano: Come mai costui conosce le lettere, senza averle imparate?(Gv 7, 14-15). Colui che prima rimaneva nascosto, ora parlava in pubblico e insegnava, senza che nessuno gli mettesse le mani addosso. Se si nascondeva, era per darci un esempio; se ora non si lasciava prendere era per convincerci della sua potenza. I Giudei erano stupiti del fatto che egli insegnasse. Probabilmente tutti erano stupiti, ma non tutti si convertivano. E quale era il motivo del loro stupore? Perché molti sapevano dove era nato e come era stato educato; non l’avevano mai visto andare a scuola, ed ora lo sentivano discutere intorno alla legge, citare i testi della legge, cose che nessuno avrebbe potuto fare senza essere andato a scuola. Di qui il loro stupore. Ma il loro stupore offrì al Maestro l’occasione d’inculcare una verità più elevata; prendendo dunque lo spunto da questo loro stupore e dalle loro parole, prese a dire qualcosa di profondo degno di essere attentamente considerato. Perciò richiamo l’attenzione della vostra Carità, non solo ad ascoltare per vostra utilità, ma altresì a pregare per noi.

[La dottrina del Padre è il Verbo del Padre.]

3. Cosa rispose il Signore a coloro che, stupiti, dicevano: Come mai costui conosce le lettere senza averle imparate? La mia dottrina – rispose – non è mia, ma di colui che mi ha mandato (Gv 7, 16). Ecco la prima profonda verità. Sembra che in queste poche parole si contraddica. Non dice infatti: Questa dottrina non è mia; ma dice: La mia dottrina non è mia. Se non è tua, come può esser tua? Se è tua, come può non esser tua? Tu dici ad un tempo mia e non mia. Se egli avesse detto: questa dottrina non è mia, non ci sarebbe problema. Ora, fratelli, per giungere alla soluzione, cercate d’intendere prima i termini del problema. Poiché se uno non ha chiaro il problema che si presenta, come può intenderne la spiegazione? Il problema dunque consiste nel fatto che dice mia e non mia: c’è, sembra, contraddizione nell’espressione mia e non mia. Ora, se consideriamo attentamente ciò che dice nel prologo lo stesso santo evangelista: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio (Gv 1, 1), troviamo la soluzione di questo problema. Quale è la dottrina del Padre, se non il Verbo del Padre? Cristo stesso è la dottrina del Padre, dato che egli è il Verbo del Padre. Siccome però il Verbo non può essere di nessuno, ma dev’essere di qualcuno, chiamò sua la dottrina, in quanto la dottrina è lui stesso; e la chiamò non sua, in quanto egli è il Verbo del Padre. Infatti che cos’è tanto tuo quanto tu stesso? e che cos’è tanto meno tuo quanto tu stesso, se ciò che tu sei è di un altro?

4. Il Verbo, dunque, è insieme Dio ed è Verbo di una dottrina immutabile, che non risuona per mezzo di sillabe fugaci, ma che permane con il Padre, e alla quale dottrina, immutabile, noi possiamo rivolgerci, richiamati da suoni che passano. Ciò che passa non ci richiama a cose transitorie. Siamo richiamati ad amare Dio. Tutto ciò che vi ho detto, è un insieme di sillabe, che, percuotendo e facendo vibrare l’aria, sono giunte al vostro udito e risuonando sono volate via. Non deve tuttavia passare l’esortazione che vi ho rivolta, perché non passa colui che vi ho esortato ad amare; e se, richiamati da sillabe che passano, vi convertirete a lui, neppure voi passerete, ma rimarrete con lui che sempre rimane. In ciò consiste la grandezza della dottrina di Cristo, la sublimità e l’eternità che sempre rimane e a cui ci richiamano le cose temporali che passano, quando sono veri segni e non solamente indicazioni ambigue. Tutti i segni che esprimiamo con dei suoni, significano qualcosa che è distinto dal suono. Dio non è due brevi sillabe, e noi non rendiamo culto né adoriamo due brevi sillabe, e neppure vogliamo arrivare a quelle due sillabe, il suono delle quali cessa appena si è fatto sentire, e non si può sentire il suono della seconda se non cessa quello della prima. Permane, dunque, qualcosa di grande quando si dice “Dio”, anche se cessa subito il suono di questa parola. Cercate d’intendere così la dottrina di Cristo in modo da arrivare al Verbo di Dio; e quando sarete arrivati al Verbo di Dio, considerando che il Verbo era Dio, comprenderete la verità dell’espressione: la mia dottrina; considerando, poi, di chi è il Verbo, comprenderete l’esattezza dell’altra espressione: non è mia.

5. Per farla breve, dirò alla vostra Carità, che mi sembra che il Signore Gesù Cristo dicendo: la mia dottrina non è mia, abbia inteso dire: Io non sono da me. Quantunque infatti diciamo e crediamo che il Figlio è uguale al Padre, e che tra di loro non c’è alcuna differenza di natura e di sostanza, e che tra colui che ha generato e colui che è stato generato non è intercorso alcun intervallo di tempo, tuttavia, salvo e fermo questo, altro è il Padre e altro è il Figlio. Il Padre non sarebbe tale se non avesse il Figlio; né il Figlio sarebbe Figlio se non avesse il Padre; tuttavia il Figlio è Dio e procede dal Padre, mentre il Padre è Dio ma non procede dal Figlio. Il Padre è Padre del Figlio ma non è Dio derivante dal Figlio; questi invece è Figlio del Padre, e anche come Dio procede dal Padre. Infatti Cristo Signore è detto Luce che viene dalla Luce. Di conseguenza, la Luce che non ha origine dalla Luce (il Padre), e la Luce uguale che ha origine dalla Luce (il Figlio), non sono due luci, ma una medesima Luce.

[La fede necessaria per l’intelligenza.]

6. Rendiamo grazie a Dio se abbiamo capito. E se qualcuno ha capito poco, non chieda di più all’uomo, ma si rivolga a colui dal quale può sperare di più. Noi possiamo, come operai, stando fuori di voi, piantare e irrigare, ma è Dio che fa crescere (1 Cor 3, 6). La mia dottrina – dice – non è mia, ma di colui che mi ha mandato. Colui che dice di non aver capito, ascolti un consiglio. Al momento di rivelare una verità così importante e profonda, Cristo Signore si rese conto che non tutti l’avrebbero capita, e perciò nelle parole che seguono dà un consiglio. Vuoi capire? Credi. Dio infatti per mezzo del profeta ha detto: Se non crederete, non capirete (Is 7, 9 sec. LXX). E’ questo che intende il Signore, quando proseguendo dice: Se qualcuno vuol fare la volontà di lui, conoscerà se questa dottrina è da Dio, o se io parlo da me stesso (Gv 7, 17). Che significa se qualcuno vuol fare la volontà di lui? Io avevo detto: se qualcuno crederà; e questo consiglio avevo dato: se non hai capito, credi! L’intelligenza è il frutto della fede. Non cercare dunque di capire per credere, ma credi per capire; perché se non crederete, non capirete. Sicché, dopo averti consigliato, per poter capire, l’obbedienza della fede, e avendoti fatto osservare che lo stesso Signore Gesù Cristo nelle parole che seguono dà questo medesimo consiglio, vediamo che dice: Se qualcuno vuol fare la volontà di lui, conoscerà se questa dottrina … Che vuol dire conoscerà? Vuol dire “capirà”. E che vuol dire se qualcuno vuol fare la volontà di lui, conoscerà se questa dottrina … Che vuol dire “capirà”, tutti ci arrivano; che, invece, la frase se qualcuno vuol fare la volontà di lui è un appello alla fede, perché ce ne rendiamo conto è necessaria la spiegazione dello stesso nostro Signore, il quale ci deve dire se veramente fare la volontà del Padre di lui significa credere. Chi non sa che fare la volontà di Dio consiste nel compiere l’opera di lui, nel fare quanto a lui piace? Lo afferma esplicitamente lo stesso Signore in un altro passo: Questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato (Gv 6, 29). Dice credere in lui, non “credere a lui”. Sì, perché se credete in lui, credete anche a lui; non però necessariamente chi crede a lui, crede anche in lui. I demoni credevano a lui, ma non credevano in lui. Altrettanto si può dire riferendoci agli Apostoli: crediamo a Paolo, ma non crediamo in Paolo; crediamo a Pietro, ma non crediamo in Pietro. Ecco, a chi crede in colui che giustifica l’empio, la sua fede gli è tenuta in conto di giustizia (Rm 4, 5). Che significa dunque credere in lui? Credendo amarlo e diventare suoi amici, credendo entrare nella sua intimità e incorporarsi alle sue membra. Questa è la fede che Dio vuole da noi; ma che non può trovare in noi se egli stesso non ce la dà. E’ questa la fede che in un altro passo l’Apostolo definisce in modo perfetto dicendo: In Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la incirconcisione, ma la fede che opera nella carità (Gal 5, 6). Non una qualunque fede, ma la fede che opera nella carità. Sia questa la tua fede, e comprenderai quanto occorre circa la dottrina. Cosa comprenderai? Che questa dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato (Gv 7, 16); cioè comprenderai che Cristo Figlio di Dio, che è dottrina del Padre, non è da sé, ma è Figlio del Padre.

[L’eresia dei Sabelliani.]

7. Questa affermazione dissolve l’eresia sabelliana. I Sabelliani, infatti, hanno osato dire che il Figlio è lo stesso che il Padre; sono due nomi ma una sola persona. Se fossero due nomi e una sola persona, Cristo non direbbe: La mia dottrina non è mia. Se la tua dottrina non è tua, o Signore, di chi è, se non c’è un altro di cui possa essere? I Sabelliani non hanno compreso le tue parole perché non hanno visto la Trinità, ma hanno seguito l’errore del loro cuore. Noi, cultori della Trinità e dell’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, e di un solo Dio, ci rendiamo conto che la dottrina di Cristo non è sua. E’ per questo che egli dichiara di non parlare per conto suo, perché Cristo è il Figlio del Padre, e il Padre è Padre di Cristo: il Figlio è Dio, perché procede da Dio Padre; il Padre è Dio ma non perché procede da Dio Figlio.

8. Chi parla da se stesso, cerca la propria gloria (Gv 7, 18). Così farà colui che viene chiamato Anticristo, che si innalza – come dice l’Apostolo – sopra ogni essere che è chiamato Dio, o si adora come Dio (2 Thess 2, 4). Il Signore riferendosi precisamente a costui che sarebbe venuto a cercare la sua gloria e non la gloria del Padre, disse ai Giudei: Io sono venuto nel nome del Padre mio, e non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste (Gv 5, 43). Predice loro che accoglieranno l’Anticristo, il quale viene a cercare la gloria del suo nome, pieno di vento e non di verità, e perciò passeggero e pur tuttavia apportatore di rovine. Il Signore nostro Gesù Cristo, invece, ci offre un grande esempio di umiltà. Egli è uguale al Padre, perché in principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio; e con assoluta verità ha affermato: Da tanto tempo sono con voi e ancora non mi avete conosciuto? Filippo, chi vede me vede il Padre (Gv 14, 9); e con altrettanta verità ha dichiarato: Io e il Padre siamo una cosa sola (Gv 10, 30). Ora, se egli è una cosa sola col Padre, uguale al Padre, Dio da Dio, Dio presso Dio, coeterno al Padre, come lui immortale e immutabile, come lui fuori del tempo e insieme creatore e ordinatore di tutti i tempi, e tuttavia venne nel tempo, prese la forma di servo, si mostrò come uomo (Fil 2, 7) e non cerca la sua gloria ma quella del Padre; che dovrai fare tu uomo, che quando riesci a fare qualcosa di buono cerchi la tua gloria, e, quando fai qualcosa di male, pensi a scaricarne su Dio la colpa? Tieni presente la tua condizione di creatura e riconosci il Creatore. Sei il servo, non disprezzare il Signore; sei stato adottato, ma non per i tuoi meriti; cerca, o uomo che sei stato adottato come figlio, la gloria di colui che ti ha elargito questa grazia, la gloria che cercò il suo Unigenito Figlio. Chi invece cerca la gloria di colui che l’ha mandato, è veritiero e non c’è ingiustizia in lui (Gv 7, 18). Nell’Anticristo c’è ingiustizia e non è veritiero, perché egli viene a cercare la propria gloria, non la gloria di colui che l’ha mandato, mandato nel senso che gli è stato permesso di venire. Quanti, dunque, apparteniamo al corpo di Cristo, se non vogliamo cadere nei lacci dell’Anticristo, non cerchiamo la nostra gloria. Se infatti il Cristo cercò la gloria di colui che l’ha mandato, non dobbiamo tanto più noi cercare la gloria di colui che ci ha creati?