La medicina che ci guarisce.

La medicina che ci guarisce.

(Giov. 8, 14-18)

Se in Cristo riconosci soltanto la divinità, rifiuti la medicina che ti ha guarito; se riconosci soltanto l’umanità rinneghi la potenza che ti ha creato. Se egli si è umiliato fino alla morte di croce, ha sospeso la potenza per manifestare la misericordia.

1. Fra i quattro Vangeli, o meglio fra i quattro libri dell’unico Vangelo, il santo apostolo Giovanni, giustamente paragonato all’aquila per la sua intelligenza delle cose spirituali, più degli altri tre ha elevato il suo annuncio ad altezze vertiginose, deciso a trascinare nel suo volo anche i nostri cuori. Gli altri tre evangelisti, infatti, hanno seguito il Signore nella sua vita terrena considerandolo quasi solo nel suo aspetto di uomo ed hanno detto poco della sua divinità; mentre questi, quasi sdegnasse di camminare sulla terra – come subito ci appare dalle prime battute – di colpo si sollevò al di sopra della terra e degli spazi celesti, al di sopra delle stesse schiere angeliche e di tutti gli ordini delle potenze invisibili, e pervenne a colui per mezzo del quale sono state fatte tutte le cose dicendo: In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Questo era in principio presso Dio. E ancora: Tutto è stato fatto per mezzo di lui e niente senza di lui è stato fatto (Gv 1, 1-3). A tale sublimità di esordio adeguò tutto il Vangelo, e come nessun altro parlò della divinità del Signore. Con profusione comunicò ciò che aveva bevuto alla fonte. Non per nulla si dice di lui in questo medesimo Vangelo che nell’ultima Cena stava appoggiato sul cuore del Signore (cf. Gv 13, 23): da quel cuore segretamente attinse e, ciò che segretamente aveva attinto, pubblicamente proclamò, affinché fosse nota a tutti i popoli non solo l’incarnazione del Figlio di Dio, la sua passione e risurrezione, ma altresì ciò che era prima dell’incarnazione: Unigenito del Padre, Verbo del Padre, coeterno a colui che lo generò, uguale a colui che lo mandò, ma diventato inferiore nella medesima missione affinché il Padre risultasse maggiore di lui.

[La medicina che ci guarisce e la potenza che ci ha creati.]

2. Tutto ciò che avete sentito dell’umile condizione del Signore Gesù Cristo, è da considerare nella logica del mistero dell’incarnazione, conseguenza di ciò che egli è diventato per noi, non di ciò che era quando ci creò. Tutto ciò invece che di sublime, di superiore ad ogni creatura, di divino, di uguale e coeterno al Padre, di lui sentirete o leggerete in questo Vangelo, sappiatelo riferire alla sua natura divina, non alla sua natura di servo. Ora, se voi che potete capire – non tutti potete capire, ma tutti potete credere -, vi atterrete a questa regola, con sicurezza, come chi cammina nella luce, potrete affrontare le calunnie che nascono dalle tenebre dell’eresia. Non sono mancati, infatti, quelli che, tenendo conto unicamente delle testimonianze evangeliche che si riferiscono all’umiltà di Cristo, sono rimasti sordi di fronte alle testimonianze che si riferiscono alla sua divinità; e appunto perché sordi, hanno parlato a sproposito. Altri invece, tenendo conto unicamente di ciò che è stato detto intorno alla grandezza del Signore, anche se hanno letto quanto riguarda la sua misericordia che lo spinse a farsi uomo per noi, non vi hanno creduto, o lo hanno considerato come inventato dagli uomini e falso, sostenendo che Cristo nostro Signore era soltanto Dio e non anche uomo. Per opposti motivi, entrambi sono in errore. La fede cattolica, invece, mantenendosi nella verità da una parte e dall’altra e predicando ciò che crede, ha sempre ritenuto e creduto che Cristo è Dio ed è uomo; poiché l’una e l’altra verità risulta dalla Scrittura, l’una e l’altra è certa. Se affermi che Cristo è soltanto Dio, vieni a negare la medicina con cui sei stato risanato; se dici che Cristo è soltanto uomo, vieni a negare la potenza con cui sei stato creato. L’una e l’altra verità tieni dunque per certa, o anima fedele, o cuore cattolico; l’una e l’altra verità ritieni saldamente, l’una e l’altra credi, l’una e l’altra fedelmente professa: che Cristo è Dio, che Cristo è uomo. Come Dio, Cristo è uguale al Padre, è una cosa sola con il Padre; come uomo è nato dalla Vergine, assumendo dell’uomo la natura mortale senza contrarne il peccato.

3. Questi Giudei dunque vedevano l’uomo, senza capire né credere che era Dio. Fra le altre cose, avete sentito che cosa gli dissero: Tu rendi testimonianza a te stesso; la tua testimonianza non è vera (Gv 8, 13). Avete sentito anche la sua risposta. Vi è stata letta ieri, e noi, secondo le nostre forze, ve l’abbiamo spiegata. Oggi sono state lette queste sue parole: Voi giudicate secondo la carne (Gv 8, 15). Ecco perché mi dite: Tu rendi testimonianza a te stesso e la tua testimonianza non è vera, perché voi giudicate secondo la carne, perché non capite Dio e vi fermate all’uomo, e perseguitando l’uomo offendete Dio che in esso è nascosto. Voi giudicate secondo la carne; e per il fatto che io rendo testimonianza a me stesso, voi mi considerate arrogante. Ogni uomo, infatti, quando vuole rendere testimonianza a se stesso, appare arrogante e superbo. Non a caso sta scritto: Non sia la tua bocca a lodarti, ma la bocca del tuo prossimo (Prv 27, 2). Ma questo vale per l’uomo. Noi, infatti, siamo deboli e ci rivolgiamo a degli esseri deboli come noi. Possiamo dire la verità e mentire; senza dubbio si deve dire la verità, tuttavia se vogliamo possiamo mentire. La luce non può mentire: non è possibile scoprire tenebre di menzogna nello splendore della luce divina. Colui che parlava era la luce, era la verità; ma la luce splendeva nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno compresa; perciò giudicavano secondo la carne: Voi giudicate secondo la carne.

[Prima salvatore poi giudice.]

4. Io non giudico nessuno (Gv 8, 15). Sicché non giudica nessuno il Signore nostro Gesù Cristo? Non è lui che noi professiamo essere risorto da morte il terzo giorno, asceso al cielo, dove siede alla destra del Padre, donde verrà a giudicare i vivi e i morti? Non è questa la nostra fede, di cui l’Apostolo dice: Col cuore si crede per la giustizia, con la bocca si fa professione di fede per la salvezza (Rm 10, 10)? Allora, con la nostra confessione contraddiciamo Dio? Noi diciamo che egli verrà a giudicare i vivi e i morti, mentre egli dice: Io non giudico nessuno. Questa difficoltà si può risolvere in due modi. Dice: Io non giudico nessunonel senso che non giudica nessuno “ora”, come dice in un altro passo: Io non sono venuto per giudicare il mondo ma per salvarlo (Gv 12, 47): non intende, cioè, negare il giudizio ma differirlo; oppure, siccome prima ha detto: Voi giudicate secondo la carne, aggiunge: io non giudico nessuno, sottinteso “secondo la carne”. Non ci rimane dunque alcun dubbio contrario alla fede che abbiamo e che professiamo su Cristo come giudice. Dapprima Cristo è venuto a salvare, poi verrà a giudicare: condannando nel suo giudizio coloro che non hanno voluto essere salvati e conducendo alla vita coloro che, credendo, non hanno rifiutato la salvezza. Il primo avvento di nostro Signore Gesù Cristo è quindi di salvezza, non di giudizio. Se fosse venuto subito per giudicare, non avrebbe trovato nessuno cui dare un giusto premio. Ma siccome vide che tutti erano peccatori e assolutamente nessuno esente dalla morte meritata dal peccato, doveva prima elargire la misericordia e poi pronunciare il giudizio. Di lui il salmo aveva cantato: Canterò la tua misericordia e il tuo giudizio, Signore (Sal 100, 1). Non dice, il salmista, “il giudizio e la misericordia”; perché se ci fosse stato prima il giudizio, non ci sarebbe stata alcuna misericordia; ma prima la misericordia e poi il giudizio. Che significa “prima la misericordia”? Il creatore dell’uomo ha voluto essere uomo: si è fatto ciò che egli aveva fatto, affinché non perisse la sua creatura. Che cosa si può aggiungere a tale misericordia? Eppure egli vi aggiunse qualcosa. Non si accontentò di farsi uomo, ma volle essere anche riprovato dagli uomini; non si accontentò di farsi riprovare, volle anche essere oltraggiato; non si accontentò di farsi oltraggiare, si fece anche uccidere; e, come se neppure questo bastasse, volle subire la morte di croce. Così quando l’Apostolo parla della sua obbedienza fino alla morte, gli sembra poco dire: Si fece obbediente fino alla morte; e siccome non si trattava di una morte qualsiasi, aggiunge: fino alla morte di croce (Fil 2, 8). Fra tutte le morti non ce n’era una peggiore di quella della croce. Tanto che per indicare i dolori più atroci si usa il termine “cruciatus”, che deriva da croce. I crocifissi che pendevano dal legno inchiodati alle mani e ai piedi, erano condannati a morire di morte lenta. La crocifissione non provocava subito la morte: si rimaneva vivi a lungo sulla croce, e non perché si volesse prolungare la vita ma perché fosse ritardata la morte, e così il dolore non cessasse troppo presto. E’ poco dire che egli volle morire per noi, accettò di farsi crocifiggere facendosi obbediente fino alla morte di croce. Colui che avrebbe annientato la morte, scelse il peggiore e il più ignominioso genere di morte: con la sua orribile morte uccise ogni morte. Era la morte più orribile per i Giudei, i quali non si rendevano conto che appunto per questo era stata scelta dal Signore. Egli avrebbe fatto della sua croce un vessillo, e l’avrebbe posta sulla fronte dei fedeli come trofeo di vittoria sul diavolo, tanto che l’Apostolo dice: Non sia mai che io mi glori d’altro all’infuori della croce del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale il mondo è per me crocifisso ed io lo sono per il mondo(Gal 6, 14). Niente era allora così insopportabile nella carne, niente è adesso così glorioso sulla fronte come il segno della croce. Che cosa non riserverà ai suoi fedeli colui che ha conferito tanto onore al suo supplizio? I Romani stessi ormai non usano più la croce come supplizio ritenendo che, dopo essere stata tanto onorata dal Signore, sarebbe fare onore ad un criminale crocifiggendolo. Colui dunque che è venuto al mondo per essere crocifisso, non giudicò nessuno, anzi sopportò i malvagi. Si assoggettò al giudizio ingiusto per poter giudicare con giustizia. Ma l’assoggettarsi al giudizio ingiusto è stato un atto di misericordia; e umiliandosi fino alla morte di croce, rinviò l’esercizio della sua potenza manifestando la sua misericordia. In che senso rinviò l’esercizio della sua potenza? Perché non volle discendere dalla croce, egli che poté poi risorgere dal sepolcro. E in che modo manifestò la sua misericordia? Perché pendendo dalla croce disse: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno (Lc 23, 34). Perciò le parole Io non giudico nessuno possono significare che non era venuto a giudicare ma a salvare il mondo; oppure avere quest’altro senso: poiché, come ho già ricordato, le parole Io non giudico nessuno fanno seguito alle altre Voi giudicate secondo la carne, vogliono forse farci intendere che il Cristo non giudica nessuno secondo la carne, come secondo la carne egli stesso è stato giudicato dagli uomini.

5. E affinché riconosciate che Cristo è anche giudice, ascoltate ciò che segue: Anche se giudico, il mio giudizio è vero. Eccoti anche il giudice; ma, per non sentirlo giudice, riconoscilo salvatore. E per quale motivo disse che il suo giudizio è vero? Perché – dice – io non sono solo, ma è con me il Padre che mi ha mandato (Gv 8, 16). Vi dicevo, o fratelli, che l’evangelista Giovanni vola così in alto che è difficile seguirlo con la nostra intelligenza. Giova richiamare a vostra Carità il simbolo dell’evangelista che vola più in alto. Nella profezia di Ezechiele, come anche nell’Apocalisse dello stesso Giovanni autore di questo Vangelo, si parla di un animale a quattro facce: di uomo, di vitello, di leone e di aquila (cf. Ez 1, 5-10; Apoc 4, 6-7). Quanti prima di noi si sono occupati dei simboli delle sacre Scritture, solitamente hanno visto in questo animale, o meglio in questi animali, i quattro Evangelisti. Il leone è simbolo del re, in quanto il leone, a motivo della sua terribile forza e potenza, viene considerato il re degli animali. Questa figura rappresenta Matteo che, nella genealogia del Signore, attraverso la successione dei re, dimostra che il Signore discende per via regia dal seme del re Davide. Luca, che esordisce dal sacrificio del sacerdote Zaccaria padre di Giovanni Battista, viene simboleggiato dal vitello, essendo il vitello la vittima principale del sacrificio sacerdotale. Marco giustamente viene caratterizzato dalla figura dell’uomo, perché né parla del potere regale né esordisce dalla dignità sacerdotale, ma precisamente da Cristo come uomo. Si può dire che questi tre evangelisti non si sono scostati dalle cose terrestri, cioè da quanto ha compiuto in terra il Signore nostro Gesù Cristo: come se camminassero con lui sulla terra, parlano pochissimo della sua divinità. Rimane l’aquila, cioè Giovanni, l’araldo delle cose più sublimi, colui che contempla con occhio sicuro la luce invisibile ed eterna. Si dice che il giovane aquilotto viene addestrato in questo modo: il padre con i suoi artigli lo tiene sospeso in alto e lo pone di fronte al sole; l’aquilotto che riesce a fissare il sole fermamente, viene riconosciuto come figlio; quello che sbatte gli occhi viene considerato bastardo e lasciato andare. Pensate dunque quali cose sublimi abbia dovuto annunciare colui che è stato paragonato all’aquila. E tuttavia noi, così terra terra, deboli e di poco conto, osiamo commentare e spiegare queste cose, con la speranza anche di poterle capire quando le meditiamo, e di essere capiti quando le esponiamo.

6. Perché dico questo? Qualcuno forse, sentendomi parlare così, giustamente mi dirà: Allora deponi quel libro! perché lo prendi in mano e osi commentarlo, se non sei all’altezza? Rispondo: ci sono troppi eretici, e Dio ha permesso che ci fossero perché non ci nutrissimo sempre di latte, rimanendo infantili e immaturi. Non avendo tenuto in debito conto la divinità di Cristo, sono caduti in interpretazioni arbitrarie, in nome delle quali hanno suscitato in mezzo ai fedeli cattolici problemi delicatissimi, provocando dubbi, agitazioni e disorientamenti. Si è reso allora necessario che degli uomini spirituali, che hanno letto il Vangelo e hanno inteso rettamente la divinità di nostro Signore Gesù Cristo, opponessero alle armi del diavolo le armi di Cristo e apertamente, con tutte le forze, attaccassero battaglia in difesa della divinità di Cristo contro i falsi e menzogneri dottori, onde evitare che a causa del loro silenzio altri perissero. Quanti hanno immaginato che nostro Signore Gesù Cristo, o fosse di una sostanza diversa da quella del Padre o esistesse soltanto il Cristo, sì da essere egli stesso Padre Figlio e Spirito Santo; quanti, d’altra parte, si sono ostinati a pensare che il Cristo fosse soltanto uomo e non Dio fatto uomo, o un Dio mutevole nella sua divinità, o un Dio che insieme non fosse anche uomo, hanno fatto naufragio nella fede, e sono stati allontanati dal porto della Chiesa, affinché con la loro irrequietezza non sfasciassero le barche che erano con loro. Questa considerazione ha costretto anche noi, che siamo così piccoli e, per quanto dipende da noi assolutamente indegni, ma, per sua misericordia, chiamati a far parte del numero dei suoi ministri, a non tacere ciò che voi potrete capire e godere insieme con me; e se ancora non riuscirete a capire, credendo potrete rimanere sicuri nel porto.

[La fede purifica perché si possa vedere.]

7. Dirò allora: chi può capisca, chi non può creda. Dirò con il Signore: Voi giudicate secondo la carne, io non giudico nessuno; cioè non giudico nessuno ora, oppure non giudico nessuno secondo la carne. E se anche giudico, il mio giudizio è vero. Perché il tuo giudizio è vero? Perché non sono solo – risponde – ma è con me il Padre che mi ha mandato. Allora, Signore Gesù, se tu fossi solo sarebbe falso il tuo giudizio; e perciò giudichi secondo verità perché non sei solo, ma è con te il Padre che ti ha mandato? Che posso rispondere io? Risponda egli stesso: Il mio giudizio è vero. Perché è vero? Perché non sono solo, ma è con me il Padre che mi ha mandato. Ma se il Padre è con te, come ha fatto a mandarti? Ti ha mandato ed è con te, cosicché, anche mandato, non ti sei allontanato da lui e, venuto in mezzo a noi, sei rimasto lo stesso presso di lui? Come si può credere ciò? come si può capire? A queste due domande rispondo così: giustamente ti domandi come si può capire, ma non altrettanto giustamente ti domandi come si può credere. Che anzi il fatto di non capire subito, ti fa esercitare quella che propriamente si chiama fede; infatti, se immediatamente ti fosse dato di capire, non avresti bisogno di credere, perché vedresti con i tuoi occhi. Appunto perché non capisci, credi; ma credendo diventi capace di capire; infatti, se non credi, non riuscirai mai a capire, perché diventerai sempre meno capace. Lascia che la fede ti purifichi, affinché ti sia concesso di giungere alla piena intelligenza. Il mio giudizio è vero, – dice il Signore – perché non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato. Allora, Signore Gesù Cristo nostro Dio, la tua venuta è la tua incarnazione? Così vedo, così capisco; o meglio così credo, se è presunzione dire “così capisco”. Davvero nostro Signore Gesù Cristo è qui: o meglio, un tempo era qui secondo la carne, adesso è qui secondo la divinità; era col Padre e dal Padre non si è mai allontanato. Quando dunque si dice che è stato mandato ed è venuto in mezzo a noi, ci si riferisce alla sua incarnazione, poiché il Padre non si è incarnato.

[Scilla e Cariddi.]

8. Ci sono degli eretici, chiamati sabelliani e anche patripassiani, i quali sostengono che anche il Padre soffrì la passione. Tu, o cattolico, non essere patripassiano, non saresti nel giusto. Tieni presente che la missione del Figlio consiste nella sua incarnazione; non credere, però, che il Padre si sia incarnato, e non credere neanche che il Padre si sia allontanato dal Figlio incarnato. Il Figlio portava la carne e il Padre era col Figlio. Se il Padre era in cielo e il Figlio in terra, come poteva il Padre essere col Figlio? Perché tanto il Padre che il Figlio erano dovunque: Dio non è in cielo senza essere anche in terra. Ascolta colui che voleva sfuggire al giudizio di Dio e non trovava dove rifugiarsi: Dove andrò, lontano dal tuo spirito, – dice – e dove fuggirò lontano dal tuo cospetto? Se salgo in cielo, là tu ci sei. E siccome si trattava della terra, ascolta ciò che segue: se scenderò nell’inferno, ti ci trovo (Sal 138, 7-8). Se dunque si afferma che si trova anche nell’inferno, che luogo rimane dove non sia? E’ Dio stesso che per bocca del profeta dichiara: Io riempio il cielo e la terra (Ger 23, 24). E’ dunque dappertutto colui che in nessun luogo può essere circoscritto. Non allontanarti da lui, ed egli sarà sempre con te. Se vuoi raggiungerlo, non essere pigro nell’amarlo; infatti tu corri a lui, non con i piedi, ma con l’affetto del cuore. Andrai a lui rimanendo dove sei, se credi in lui e lo ami. Quindi è dappertutto, e se è dappertutto come può non essere col Figlio? Non sarà col Figlio colui che è anche con te, se credi in lui?

9. In che senso dunque è vero il suo giudizio, se non perché è il vero Figlio di Dio? Egli dice: Anche se giudico, il mio giudizio è vero, perché non sono solo, ma è con me il Padre che mi ha mandato, come a dire: il mio giudizio è vero perché sono Figlio di Dio. Come dimostri che sei Figlio di Dio? Perché non sono solo, ma è con me il Padre che mi ha mandato. Vergognati, sabelliano, stai ascoltando “Figlio” e stai ascoltando “Padre”. Il Padre è il Padre, il Figlio è il Figlio. Non dice: Io sono il Padre e sono anche il Figlio; ma dice: Io non sono solo. Perché non sei solo? Perché è con me il Padre. Sono io e il Padre che mi ha mandato. Ascolta bene: Sono io e colui che mi ha mandato. Distingui bene le persone, se non vuoi sacrificarne una delle due. Distinguile con l’intelligenza, non separarle con l’incredulità, di modo che fuggendo Cariddi tu non cada in Scilla. Eri come inghiottito nel gorgo dell’empietà dei sabelliani, se sei arrivato a dire che il Padre è la stessa persona del Figlio; adesso hai imparato: Non sono solo – dice il Signore – ma io e il Padre che mi ha mandato. Riconosci che il Padre è il Padre e il Figlio è il Figlio. Renditene conto, ma guardati anche dal dire: il Padre è maggiore e il Figlio è minore; attento a non dire che il Padre è oro e il Figlio è argento. C’è una sola sostanza, una sola divinità, una sola coeternità, perfetta uguaglianza, nessuna diversità. Se solamente crederai che Cristo è altra cosa da ciò che è il Padre, però non della medesima natura, avrai evitato Cariddi, ma finirai negli scogli di Scilla. Naviga nel mezzo, evitando l’una e l’altra costa, ambedue pericolose. Il Padre è il Padre e il Figlio è il Figlio. Se sei arrivato ad ammettere che il Padre è il Padre e il Figlio è il Figlio, sei riuscito ad evitare il gorgo che travolge; e perché allora vuoi andare verso l’altra parte dicendo: una cosa è il Padre e un’altra cosa è il Figlio? E’ esatto dire che è un altro, ma è sbagliato dire che è di diversa natura. Infatti il Figlio è un altro, poiché egli non è il Padre; e un altro è il Padre, poiché egli non è il Figlio; non sono tuttavia di natura diversa, perché il Padre e il Figlio sono la medesima natura. Che vuol dire la medesima natura? Vuol dire che sono un solo Dio. Hai sentito: Non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato: ascolta ora come devi credere al Padre e al Figlio. Ascolta lo stesso Figlio: Io e il Padre siamo una cosa sola (Gv 10, 30). Non ha detto: Io sono il Padre, oppure: Io e il Padre è uno solo, ma siccome ha detto: Io e il Padre siamo una cosa sola, tieni conto di ambedue le espressioni: una cosa sola e siamo, e così eviterai Scilla e Cariddi. Con la prima di queste due espressioni, cioè una cosa sola, ti salva da Ario; con la seconda, cioè siamo, ti salva da Sabellio. Se è una cosa sola, vuol dire che non è diverso; dicendo siamo, comprende il Padre e il Figlio. Siamo infatti non si dice di uno solo; e una cosa sola non si dice di cose diverse. E’ per questo, dice, che il mio giudizio è vero, perché, a dirla in breve, io sono il Figlio di Dio. Riuscirò a persuaderti chiaramente che io sono Figlio di Dio, e capirai anche che con me è il Padre; non sono un figlio che vive separato dal Padre; non sono qui senza essere con lui; e lui non è lassù senza essere qui con me; ho preso la forma di servo ma non ho perduto la forma di Dio (cf. Fil 2, 7); dunque non sono solo – dice – ma io e il Padre che mi ha mandato.

10. Ha parlato del giudizio, ed ora parla della testimonianza. Nella vostra legge sta scritto – dice – che la testimonianza di due persone è vera. Ora sono io a rendere testimonianza di me stesso, e c’è anche il Padre, che mi ha mandato, a testimoniare di me (Gv 8, 17-18). Avrebbero dovuto tener conto del riferimento alla loro legge; ma erano maldisposti. Quando, o miei fratelli, Dio dice: Un fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o tre testimoni (Dt 19, 5; Mt 18, 16), ci pone un problema grosso e, a mio parere, assai misterioso. Si deve cercare la verità per mezzo di due testimoni? Questa, certo, è la consuetudine del genere umano, anche se può accadere che i due testimoni mentiscano. La casta Susanna fu accusata da due falsi testimoni (cf. Dn 13, 34-62): forse che non erano falsi per il fatto che erano due? Ma perché parliamo di due o tre, quando tutto un popolo mentì contro Cristo (cf. Lc 23, 1)? Ora, se un popolo, formato da una grande moltitudine di persone, si dimostrò falso testimone, come si ha da intendere che la verità dovrà essere stabilita sulla parola di due o tre persone, se non che questa affermazione contiene una misteriosa allusione alla Trinità, in cui si trova la fonte indefettibile della verità? Vuoi ottenere una sentenza favorevole? Procurati la testimonianza di due o tre persone: del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Infatti quando Susanna, donna casta e sposa fedele, era accusata dai due falsi testimoni, la Trinità la difendeva nel segreto della sua coscienza; e fu la Trinità che dal segreto suscitò un testimone in Daniele e convinse i due di falsità. Ora, siccome nella vostra legge sta scritto che la testimonianza di due persone è vera, accettate la nostra testimonianza, se non volete subire il giudizio di condanna. Infatti, io non giudico nessuno – dice il Signore – ma rendo testimonianza a me stesso, cioè rinvio il giudizio, ma non rinvio la testimonianza.

[Invochiamo la testimonianza di Dio.]

11. Contro le accuse degli uomini e le basse insinuazioni del genere umano, prendiamoci come giudice Dio; scegliamo lui, o fratelli, come testimone. Non disdegna di essere testimone colui che è giudice; non riceve una promozione diventando giudice, poiché, essendo ora testimone, sarà anche giudice. E’ testimone perché non ha bisogno d’altri per conoscere chi sei. E’ giudice perché ha il potere di dare la morte e di donare la vita, di condannare e di assolvere, di precipitare nell’inferno e di innalzare al cielo, di mandarci col diavolo e di incoronarci insieme agli angeli. Avendo questo potere, è giudice. Ma siccome per conoscerti non ha bisogno di testimonianze, colui che allora ti giudicherà ora ti vede. Non potrai ingannarlo quando si metterà a giudicarti. Non potrai ricorrere a falsi testimoni che ingannino quel giudice, quando si metterà a giudicarti. Dio ti dice: quando mi disprezzavi, vedevo; e quando rifiutavi di credere, non sfuggivi al mio giudizio: Io differivo, ma non lo annullavo. Non hai voluto dare ascolto a ciò che ho comandato, subirai ciò che ho predetto. Se invece ascolterai ciò che ti comando, non dovrai subire i mali predetti, ma avrai i beni promessi.

12. Non deve impressionare la frase: Il mio giudizio è vero, perché non sono solo, ma io e il Padre che mi ha mandato, mentre altrove ha detto: Il Padre non giudica nessuno, ma ha rimesso al Figlio ogni giudizio(Gv 5, 22). Già abbiamo discusso su queste parole del Vangelo, ed ora ci limitiamo a ricordarvi che esse non significano affatto che il Padre non sarà insieme con il Figlio a giudicare, ma significano che ai buoni e ai cattivi, convocati per il giudizio, apparirà solo il Figlio, in quella forma nella quale patì e risuscitò e ascese al cielo, secondo l’annuncio dato dagli angeli ai discepoli che contemplavano la sua ascensione: Verrà così come l’avete visto andare in cielo (At 1, 11); cioè verrà per giudicare in quella forma di uomo in cui fu giudicato, affinché si compia la profezia: Vedranno colui che hanno trafitto (Zc 12, 10). Se invece andremo con i giusti alla vita eterna, lo vedremo come egli è, e allora questo non sarà il giudizio dei vivi e dei morti, ma soltanto il premio dei vivi.

13. Né deve fare difficoltà la frase: Nella vostra legge sta scritto che la testimonianza di due persone è vera, quasi si possa pensare che quella non fosse la legge di Dio, non avendo detto “nella legge di Dio” manella vostra legge. Si sappia che ha detto nella vostra legge come a dire: nella legge che a voi è stata data. E da chi è stata data, se non da Dio? Allo stesso modo che noi diciamo il nostro pane quotidiano e dacci oggi (Mt 6, 11).