L’Epifania tutte le feste… fa iniziare!

L’Epifania tutte le feste… fa iniziare!

I Re Magi sono l’esemplificazione dell’incontro tra scienza e fede. Nella sua ultima omelia da papa regnante per la solennità dell’Epifania (6 gennaio 2013), Benedetto XVI li descrive come “uomini dotti” e “inquieti” che “non si accontentavano del loro reddito assicurato e della loro posizione sociale forse considerevole” ma “erano alla ricerca della realtà più grande”. Non si accontentarono nemmeno di “sapere se Dio esista, dove e come egli sia” ma vollero incontrarlo, conoscere il Suo volto e, soprattutto, adorarlo (cfr. Mt 2,10). E lo hanno conosciuto e adorato nelle fragili e tenere sembianze di un bambino. I doni che i Magi portano al nuovo Nato – oro, incenso e mirra – sono un segno di sottomissione e riverenza nei confronti dell’unico vero Re, di fronte al quale, il potere e la sapienza umani sono piccolissima cosa.

I Re Magi rivivono nell’umanità di oggi, ogniqualvolta un uomo di scienza riconosce i limiti del proprio intelletto e, per dirla con Pascal, comprende che “il cuore ha le sue ragioni, che le ragioni non conosce”. Anche l’Amleto shakespeariano proclamava una verità simile: “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”. L’uomo che si inchina di fronte allo sconfinato mistero dell’universo e che, al tempo stesso, non cessa di indagarlo e non si ripiega certo in un appagamento a metà tra l’autoreferenziale e il nichilista.

La parola Epifania – dal greco ἐπιφάνεια – indica “manifestazione”, “apparizione”, “venuta”, “presenza divina”. È la prima volta in tutta la Scrittura che Dio si svela per quello che è. Una rivelazione che cambia le nostre vite.

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Nella sua narrativa (Gente di Dublino e Ulisse in particolare), James Joyce descrive le tante “epifanie” terrene vissute dai suoi personaggi: eventi presenti, parole o memorie che riaffiorano e illuminano di nuova luce una realtà fino a un’istante prima routinaria e intorpidita. Come il protagonista di Arabia, un’adolescente che non si dà pace per essere arrivato tardi alla fiera – ormai in chiusura – dove avrebbe voluto acquistare un pensiero per la fanciulla di cui si è invaghito; o James Duffy, solitario e scontroso impiegato che, inaspettatamente, stringe amicizia con una madre di famiglia durante un concerto all’Opera, poi, dopo qualche tempo, oppresso dai sensi di colpa, decide di troncare qualunque legame con lei. Quattro anni dopo, da un pezzo di cronaca su un quotidiano, Duffy scopre che la donna, vittima dell’alcolismo, è tragicamente morta travolta da un treno; e, sentendosi responsabile di quel suicidio, scopre, nel bene o nel male, di aver rifiutato l’affetto di una persona, di non essere fondamentalmente capace di amare e di essersi quindi autocondannato a un’eterna solitudine.

Mentre, però, nella narrativa joyciana, mancando una dimensione trascendente, le “epifanie” lasciano spesso l’amaro in bocca e costellano le delusioni della vita, ben altra valenza assume l’Epifania del Signore, che ci insegna la “rivelazione” più grande e gioiosa: l’amore non è un’illusione ma è possibile; inoltre non siamo mai soli, perché Dio è con noi e non potrà spaventarci perché è umano, pienamente umano. [Luca Marcolivio]