Libertà religiosa: cosa ci insegna la vicenda di padre Maccalli

Padre Pierluigi Maccalli
Foto: Aiuto alla Chiesa che Soffre

Proprio nel pieno dell’ennesimo scandalo che ha colpito il Vaticano e di tanti altri spiacevoli avvenimenti in tutto il mondo, è arrivata una buona notizia che avrebbe dovuto far gioire tutti i fedeli di Santa Romana Chiesa. Invece, il fatto ha avuto pochissima rilevanza mediatica, sicuramente non la stessa attenzione riscossa da eventi simili come, ad esempio, la liberazione dell’operatrice umanitaria Silvia Romano, avvenuta lo scorso 9 maggio in Kenya. Parliamo del rilascio di padre Pierluigi Maccalli, il 59enne missionario cremasco sequestrato due anni fa in Niger.

La vicenda a lieto di fine di padre Maccalli è importante e deve farci riflettere non tanto per il suo esito – comunque tutt’altro che scontato – quanto per come si è svolta e per come è stata vissuta in prima persona dallo stesso sacerdote. Membro della Società delle Missioni Africane (SMA), Maccalli era arrivato in Niger dal 2007 ed era operativo nel villaggio di Bomoanga, a pochi chilometri dalla capitale Niamey. Il suo rapimento era avvenuto nella notte tra il 17 e il 18 settembre 2018 ad opera di un gruppo di jihadisti molto probabilmente giunti dal Burkina Faso o dal Mali. Alcuni uomini armati avevano fatto irruzione presso la comunità missionaria, sequestrando padre Maccalli e sottraendo computer e cellulari. Nell’arco di questi due anni, Maccalli sarebbe finito nelle mani di tre o quattro gruppi distinti di sequestratori e, in questo modo, sarebbe stato trasferito in varie parti del paese e, infine, in Mali. Per il missionario italiano non ci sono mai state rivendicazioni esplicite da parte di alcun collettivo jihadista, né è stata formulata alcuna richiesta di riscatto.

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La speranza si era riaccesa lo scorso 6 aprile, quando Avvenire aveva pubblicato in esclusiva un video in cui padre Pierluigi Maccalli e il suo compagno di prigionia, l’ingegnere napoletano Nicola Chiacchio declinavano le loro generalità, confermando di essere vivi alla data del 24 marzo. I due sequestrati apparivano dimagriti e provati ma lucidi e relativamente sereni. Entrambi sono stati liberati nel Nord del Mali, il 5 ottobre, grazie a un blitz dell’AISE (i servizi segreti italiani operanti all’estero), in coordinamento con l’Unità di Crisi della Farnesina. Nella stessa circostanza sono stati rilasciati altri due ostaggi: la 75enne cooperante francese Sophie Pétronin, rapita in Mali alla fine del 2016, e il 70enne ex ministro delle finanze maliano Soumaila Cissé, attuale leader dell’opposizione. Il Mali sta attraversando un momento politico particolarmente turbolento: lo scorso agosto un colpo di stato ha deposto il presidente Ibrahim Boubacar Keita, e all’inizio di ottobre, si è insediato un governo provvisorio che, tra i suoi primissimi provvedimenti, ha liberato oltre un centinaio, forse 200 jihadisti legati al gruppo Jnim, affiliato ad Al Qaeda. Nell’ambito di questa operazione rientrerebbe il rilascio di padre Maccalli e degli altri tre prigionieri.

Secondo quando riferito dal superiore generale della SMA, padre Antonio Porcellato, Maccalli avrebbe trovato l’unico sostegno nella preghiera e “per trovare conforto si era fabbricato da solo una coroncina del Rosario che recitava tre volte al giorno”. Da parte sua, padre Mauro Armanino, confratello di missione in Niger, ha dichiarato che tutta la comunità aveva “la certezza che prima o poi sarebbe stato liberato”: una certezza che “solo i poveri hanno, sapendo che la nostra vita è comunque nelle mani di Dio”. Padre Maccalli “non è mai stato così missionario come nei due anni di prigionia” e la sua vita, ha affermato padre Armanino, “non è stata così tanto feconda come in questi due anni” proprio perché essere missionari non va identificato tanto nel “fare cose” quanto innanzitutto nel “lasciar lavorare Dio nella nostra vita”, quindi, durante la prigionia, “in lui ‘parlava’ Dio che lo ha mandato”. Ultimo ma non ultimo, secondo le informazioni raccolte, è verosimile che l’obiettivo dei sequestratori non fosse quello di ottenere denaro ma di convertire all’Islam gli ostaggi: ci sono riusciti con Sophie Pétronin ma non con Maccalli.

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Cosa ci insegna la storia del sequestro e della liberazione del missionario italiano? Sicuramente che la privazione della libertà e l’odium fidei potranno toglierci tutto ma non la capacità di pregare e invocare il Signore, non solo e non tanto per la nostra buona sorte quanto per la salvezza della nostra anima e di quella dei nostri fratelli. Non è tutto: nella vicenda di padre Maccalli, emerge chiaramente lo spirito di comunità che è sorto intorno a questo sacerdote e che lui stesso ha contribuito a costruire. Quest’ultimo non è un dato scontato, se si tiene conto delle forti divisioni che attraversano oggi la Chiesa Cattolica, persino all’interno dei movimenti e delle congregazioni religiose, spesso anche per motivi piuttosto futili.

È stata poi proprio la perseveranza nella preghiera, unita alla fiducia nella misericordia di Dio, che ha dato a padre Pierluigi Maccalli la forza di non cedere alle pressioni di chi lo voleva convertire. Ciò è la più grande testimonianza che un missionario può dare e vale più di mille prediche sul Vangelo. Stabilendosi in una terra difficile, dove i musulmani sono in maggioranza, padre Maccalli si è sicuramente proposto come uomo di pace e fautore del dialogo ma lo ha fatto nella consapevolezza che Gesù Cristo è l’unico vero Dio che salva e che al bene più prezioso non si rinuncia mai. Indipendentemente, quindi, dal suo esito felice, questa drammatica vicenda ci offre delle coordinate utili su come vivere pienamente il Vangelo in un tempo in cui cresce l’ostilità contro la fede cristiana. In un tempo in cui, persino nel nostro paese, nemmeno la celebrazione del Natale appare più scontata, nella sua umile semplicità, padre Maccalli ci ha regalato una lezione di non poco conto.

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