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Maria Chiara Ursino e Una relazione che trasforma: la forza dell’amore che cambia la vita

Oggi ho il piacere di ritrovare una voce che i lettori di Cristiani Today conoscono bene. Maria Chiara Ursino torna con la sua seconda pubblicazione, un’opera che si pone in continuità con il suo primo libro — quello stesso libro per il quale ebbi già l’onore di intervistarla e di ascoltare, dalla sua viva testimonianza, il racconto di una storia di salvezza che ha toccato molti cuori.

In questo nuovo lavoro, Maria Chiara ci accompagna ancora più in profondità, dentro quella che Mons. Carmelo Pellegrino definisce “la sapienza della croce”. Una sapienza che non appartiene solo ai santi, ma a ogni uomo e donna che porta nel corpo e nell’anima le proprie stimmate quotidiane. La sua esperienza personale — segnata da fragilità, ma illuminata da una fede che trasforma il limite in opportunità — diventa una lente attraverso cui leggere la croce non come condanna, ma come parola viva, come dabar, come fatto che parla e che salva.

Con la sua sensibilità e la sua lucidità, Maria Chiara ci ricorda che la croce non è un peso da fuggire, ma un luogo da abitare; non un ostacolo, ma una chiamata. E lo fa con la forza di chi, come scrive lei stessa, ha imparato a “restare sotto la croce come Maria”, trasformando la propria condizione in una voce per chi spesso non ne ha.

È da questa profondità che nasce il libro “Una relazione che trasforma” che oggi presenteremo insieme. Ed è da qui che vogliamo partire per la nostra conversazione: dalla croce che parla, dalla fede che sostiene, dalla fragilità che diventa forza.

Nel primo libro “Con la mano nella tua camminerò” hai affrontato il tema della disabilità, parlando in particolar modo della tua condizione, sotto l’aspetto della fede. In questo nuovo libro invece parli di “relazione”.

Che relazione hai con Dio?

L’essere umano è un animale sociale, il che vuol dire che è nato per essere in relazione con il mondo circostante. Anche con Papa’ Dio bisogna entrare in relazione. La vicinanza di Gesù nella vita di ogni uomo si percepisce solo entrando in relazione con Lui. Uno strumento per iniziare a farlo è la preghiera. Essa è la forma concreta per essere in comunione con Lui. Come in ogni rapporto sentimentale è necessario capire perché vogliamo entrare in relazione, cioè capire qual è il motivo per cui ci relazioniamo. Comprendere questo è importante, poiché ne vale la qualità della relazione. Solo quando si ha il desiderio di incontrare Gesù nella preghiera si scopre che egli attraverso la fede ci guarisce nel cuore e nel corpo: infatti quando si realizza un incontro con Gesù tutta la nostra vita cambia.

 Definisci la tua disabilità non come un limite, ma come un varco. Quando hai iniziato a percepirla in questo modo? Ed in che modo questo “varco” ha cambiato il tuo modo di guardare te stessa e gli altri?

Sebbene la disabilità sia una condizione che non ho scelto, ho imparato a non lasciarmene schiacciare. Grazie alla fede e a un cammino di consapevolezza, quel limite si è trasformato in un varco di luce. È diventato lo strumento che ha cambiato il mio modo di osservare me stessa e gli altri, insegnandomi ad apprezzare l’essenza profonda delle cose e a celebrare la vita in ogni sua sfumatura.

Maria, la Madre di Gesù, è indicata come tuo modello ispiratore. Cosa hai imparato da lei?

Ogni cristiano trova se lo desidera, nella Vergine Maria un aiuto potente, maestra di vita nella fede. Ella ci insegna anche a rimanere sotto la croce, esattamente come ha fatto lei ai piedi della croce di Suo figlio Gesù. Proprio restando sotto la croce, Maria in qualche modo accetta anche il senso del dolore. E il suo è un dolore che insegna la speranza. Dunque dalla croce nasce la speranza più grande.

Da ciò che ho espresso si può comprendere che ho imparato e sto imparando ogni giorno ad accogliermi ed amarmi per poter amare e accogliere il mio prossimo come dono di Dio.

 Nella postfazione si dice che la tua vita è diventata “dono, strumento e segno di speranza” per chi ti incontra. Quando hai compreso che questa era la tua vocazione?

Non c’è stato un momento preciso, perché non esiste un manuale per diventare un segno di speranza. Piuttosto, è una consapevolezza che si rinnova ogni volta che mi metto a disposizione degli altri. Ho capito che la mia strada è questa: agire come un umile seminatore di bene lungo il pellegrinaggio della vita.

C’è un episodio concreto in cui hai percepito che la tua storia stava toccando qualcuno in profondità?

No, anche perché se fosse così il merito non è mio ma di Dio. Quando mi è data la possibilità, io posso essere una piccola matita nelle Sue mani esattamente come diceva Madre Teresa di Calcutta. Per questa ragione una volta finito un nostro compito siamo servi inutili.

Parlando di relazione, tu hai anche parlato nel libro dello Spirito Santo. In che modo entri in relazione con lui soprattutto durante le fragilità della tua vita quotidiana?

Probabilmente ho gia’ risposto, sicuramente con la preghiera. Essa non è semplicemente un’abitudine, ma è una “frequentazione” che ci consente di avere una confidenza tale con Gesù, da sentire nel cuore “l’autorizzazione” a chiedergli ogni cosa, sapendo interiormente di averla già ottenuta per mezzo della Beata Vergine Maria che è Mediatrice di tutte le Grazie.  La preghiera ci mantiene in costante ricerca dell’Autore della Grazia, cioè di Gesù.

Il libro afferma che la vera gioia non appartiene a chi accumula, ma a chi si fa dono. Come si coltiva questa gioia nella vita di tutti i giorni?

Per rispondere a questa domanda voglio citare un passo del Vangelo: ” Vi ho detto queste cose affinché la mia gioia dimori in voi e la vostra gioia sia piena.” (GV15, 9-17). Queste parole di Gesù per me hanno un significato profondo perché mostrano come la gioia intesa come presenza di Dio può abitare in noi nonostante la vita non è come l’abbiamo immaginata, ma nonostante ciò può essere e divenire un dono per gli altri.

Una delle frasi più forti è proprio questa: “Il vero disabile non è chi non cammina, ma chi non ama”. Come sei arrivata a questa convinzione?

La mia non è una convinzione ma una certezza perchè la mia disabilità fisica mi insegna tutti i giorni che tutto è dono e di conseguenza anche la mia esistenza è degna di essere vissuta, anche da seduta, purché io sia sempre capace di accogliere e amare l’altro: perché questa è la missione più grande della nostra vita.

Citi Giovanni Paolo II: “L’amore mi ha spiegato ogni cosa”. Qual è la cosa più grande che l’amore ti ha spiegato finora?

Per rispondere, prendo in prestito le parole di San Paolo: ‘L’amore tutto spera, tutto sopporta, tutto perdona’. Ho scelto l’Inno alla Carità perché credo che siamo nati per amare: l’Amore, quello con la ‘A’ maiuscola, è l’ossigeno delle nostre vene e l’unico vero senso della nostra esistenza. È una consapevolezza che non si raggiunge con la teoria, ma solo attraverso un cuore disposto a restare aperto, capace di accogliere la vita nella sua interezza, inclusa la prova.

Cosa speri che il lettore tragga da queste tue pagine?

Queste pagine sono state scritte per volontà di Dio, anche questa volta ho prestato la mia mano e sono felice di averlo fatto, il resto sta nelle Sue mani. Sicuramente leggere queste pagine può far bene al cuore ma non ne posso avere la certezza, perché il cuore dell’uomo lo conosce solo Dio. Posso dire però che anche questa volta tutto il ricavato delle vendite sarà interamente devoluto in beneficenza. Perché questa scelta? Perché anche la Parola di Dio ci dice che c’è più gioia nel dare che nel ricevere.

Servizio di Rita Sberna