Per Dalù l’Italia è stata la sua salvezza. Punito per la parola Tienanmen

Dalù e l'avvocato Luca Antonietti

Dalù è stato licenziato in tronco per aver ricordato la strage del suo paese.

Ogni volta che si avvicina il 4 giugno, Dalù ritorna indietro nel tempo, nel lontano 1995, quando era un conduttore radiofonico di successo a Shanghai.

Lo speaker radiofonico racconta: «Quella mattina conducevo la trasmissione in diretta, come ogni domenica, e decisi di ricordare la strage di piazza Tienanmen di sei anni prima. Avevo visto alcune foto conservate da una collega in redazione, erano i cadaveri degli studenti nella grande piazza di Pechino. Decisi di parlarne. Fu la mia ultima trasmissione». Lo scorso settembre Dalù si è trasferito a vivere nelle Marche: «Con la presidenza Xi la situazione in Cina è peggiorata – ha detto al Messaggero- sento che il 1989 sta tornando. Negli ultimi mesi ricevevo continue minacce di morte. Così sono partito».

Nel 2010 Dalù si è convertito al cattolicesimo ecco perchè ha scelto di vivere in Italia. Quando è arrivato in Italia, la prima cosa che ha fatto è andare a pregare in Vaticano. La sua amicizia con l’avvocato Luca Antonietti, avvocato del foro di Madrid formatosi presso l’Università degli Studi Internazionali di Shanghai, che ha vissuto per qualche tempo a Shanghai e che si è battuto per ottenere il riconoscimento legale dello status di rifugiato di Dalù. Quest’ultimo lo ha condotto nelle Marche, oggi vive nella sua casa e chiama suo padre , papà.

La sua preoccupazione è per la moglie che è rimasta a vivere in Cina.

Dalù non è il suo vero nome ma il nome d’arte e preferisce non rivelare quello vero, come preferisce anche non dire in quale paese delle Marche vive.

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Al Messaggero parla anche del progresso in Cina: «Il progresso economico è stato un grande passo ma ha avuto dei costi ambientali, sindacali e sociali. Oggi ci sono 600 milioni di persone che guadagnano 140 dollari al mese». E poi manca la libertà, sempre di più. «La vicenda di Hong Kong dimostra che siamo a un bivio, è come se fossimo in guerra. Quando feci quel gesto alla radio pensavo di cambiare il mondo, oggi mi rendo conto che sono stato un folle». Dalù sta scrivendo un libro di memorie in cui ripercorre la storia cinese e i tentativi di introdurre la democrazia: «Ci hanno provato il 4 maggio 1919 e il 4 giugno 1989». Dalù parla in italiano con l’aiuto del traduttore, l’unica cosa che sa dire è l’Ave Maria. All’improvviso la recita e scoppia in un pianto a dirotto. Trema. «Grazie ancora Italia, questa ora è la mia casa».

Il 4 giugno ricorrerà il 25° anniversario della storica trasmissione di Dalù nella radio cinese ed il 31° della strage di Pechino in Piazza Tienanmen.