“Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”

Illustrazioni Vangelo di Cristian Nencioni

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario

15 novembre, sant’Alberto Magno

Mt 25, 14-30

[In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: “Un uomo, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì.]
Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
[Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone.]
Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone.
Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il talento sotterra: ecco qui il tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.

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COMMENTO

La parabola dei talenti è un capolavoro delle doti umano-divine di Gesù. In essa viene sintetizzata la vita nel suo senso più profondo, cioè nel suo contenuto morale.

***

L’uomo riceve tanti doni da Dio: la vita, l’intelligenza, la libertà, le capacità più svariate siano esse artistiche, professionali, scientifiche, oppure fisiche. Non c’è uomo in cui almeno potenzialmente non ci siano tante virtualità, tanti doni. Alle qualità naturali si aggiungono poi quelle soprannaturali, vale a dire, la partecipazione alla vita divina mediante la grazia santificante ricevuta nel battesimo, accompagnata dalle virtù infuse (fede, speranza e carità) e dai doni dello Spirito Santo.

Le qualità soprannaturali, però, non si aggiungono alle altre qualità semplicemente come se si trattasse di aggiungere del cemento sui mattoni per costruire un muro. La grazia trasfigura ed eleva tutte le qualità naturali con la sua luce che tutto penetra.

È in questo senso che dobbiamo capire il significato del talento nella parabola. In effetti, l’uomo che parte per un viaggio non è altri che Dio stesso. Il fatto di consegnare ai servi i suoi beni significa che dà quello che è suo, ovvero, concede la partecipazione alla sua vita divina, dono senza prezzo che spiega l’altissimo valore del denaro consegnato ai servi nella parabola, giacché ogni talento rappresentava una somma davvero ingente.

Interessante il particolare della disuguaglianza. A uno affidò cinque, a un altro due e all’ultimo un talento soltanto. Con tutti è generoso il Signore, ma favorisce alcuni più di altri.

L’atteggiamento dei servi in rapporto alle somme affidate loro è diverso. Quelli che hanno ricevuto di più, amministrano il tesoro con grande successo, traendone profitto a vantaggio esclusivo del Signore. Invece, il servo che ha ricevuto un solo talento, per paura del Signore, lo nasconde sotto terra per non perderlo.

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Ed ecco che la sorte dei primi è la beatitudine eterna: “Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. L’ultimo, purtroppo, subisce invece l’ira del Signore e rimane a mani vuote, allontanato dalla sua presenza: “Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma ha chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.

La vita del cristiano è, dunque, la vita di un amministratore che non possiede nulla, ma ha tutto in affidamento dal suo Signore. I sensi naturali, il senso comune, l’intelletto, la volontà, la capacità di movimento, insomma tutto, assolutamente tutto non ci appartiene, ma ci è stato consegnato affinché lo investiamo e ne ricaviamo in contraccambio tanto profitto soprannaturale. Si tratta, quindi, di vivere una vita spirituale seria, di essere caritatevoli e casti, combattivi e apostolici, pazienti e generosi, e tutto per Gesù, con Gesù e in Gesù. Questa è la via della salvezza, altrimenti ci sarà pianto e stridore di denti!

 

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