San John Henry Newman: l’anglicano che divenne cardinale

John Henry Newman
John Henry Newman - Ritratto realizzato da sir John Everett Millais (1881)

San John Henry Newman: l'anglicano che divenne cardinale

La canonizzazione di John Henry Newman (1801-1890), in programma domani in piazza San Pietro, è per molti versi un evento storico. Assieme ad altre quattro beate (Giuseppina Vannini, Maria Teresa Chiramel Mankidiyan, Dulce Lopes Pontes e Margarita Bays), papa Francesco farà per la prima volta santo un cardinale con una storia di conversione alle spalle.

La vicenda di Newman è esemplare perché dimostra come una sincera e libera ricerca di Dio conduca, oseremmo dire inevitabilmente, all’incontro con la Chiesa Cattolica, che Gilbert K. Chesterton – altro illustre convertito britannico – definiva “il luogo dove tutte le verità si incontrano”. Newman, del resto, visse la propria infanzia e gioventù nell’Inghilterra pre-vittoriana, quindi, in un ambiente fortemente permeato da una mentalità puritana e da una religiosità anglicana fatta di apparenze e di formalità. Cresciuto in una famiglia londinese della middle class, da adolescente John Henry visse la sua prima conversione. Come tutti i protestanti, era solito leggere la Bibbia con particolare scrupolo e attenzione, cosicché, all’età di quindici anni, sperimentò un “grande cambiamento di idee. Subii l’influenza di un credo definito – ricordò anni dopo – e accettai nella mia mente alcune impressioni del dogma che, per la misericordia di Dio, non si sono mai più cancellate od oscurate”. La ricerca spirituale di Newman non fu mai un rifugio dai mali del suo tempo o dalle proprie fragilità interiori ma fu sempre rigorosamente vissuta intorno all’incontro della propria anima con Gesù Cristo. Chi sono io? Chi è Dio per me? Questo rigore e questa onestà intellettuale lo portarono a compiere scelte coraggiose e rischiose per amore della Verità, rinunciando a qualunque forma di compromesso con la mondanità, con il potere e con la mentalità del suo tempo.

La vocazione da pastore anglicano e da teologo apparve dunque come una strada segnata nella vita di Henry John Newman, il quale, però, più avanzava nella maturità della fede, più vedeva crescere l’inquietudine dentro di sé. La sua conversione non fu una folgorazione sulla via di Damasco ma, anche in virtù dell’inclinazione intellettuale e del temperamento riflessivo di Newman, fu il frutto di una serie di esperienze spirituali accumulate nel corso di una dozzina d’anni. Newman vive gli anni del suo maggior travaglio dal 1833 al 1845, pronunciando l’ultima drammatica omelia da pastore anglicano il 24 settembre 1843. Sceso dal pulpito, si tolse di dosso i paramenti e li gettò ai piedi della balaustra. Il tormento interiore aveva raggiunto livelli inimmaginabili. Newman si era giocato tutte le amicizie che aveva nel clero anglicano, guadagnandosi la riprovazione delle gerarchie della sua vecchia chiesa. Era ormai un uomo solo di fronte gli uomini e a Dio. L’ingresso nella Chiesa di Roma fu per lui “come l’entrare in un porto, dopo una crociera burrascosa. La mia felicità è senza interruzione”, confidò allora. Intanto le vie del Signore si stavano rivelando infinite: il pastore Henry Manning, incaricato ufficialmente di confutare Newman, cedette nella disputa e divenne anch’egli cattolico. Qualcosa di simile a quanto era avvenuto nel IV secolo con Sant’Agostino, conquistato da Sant’Ambrogio. Anche Manning sarebbe diventato sacerdote e poi vescovo.

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