“I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce”

Illustrazioni Vangelo Cristian Nencioni

Venerdì della XXXI settimana del T. O.

6 novembre, san Leonardo di Limoges

Lc 16, 1-8

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce».

COMMENTO

Applicare la furbizia umana agli orizzonti soprannaturali: ecco il messaggio del Divino Maestro nel Vangelo odierno.

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Ad un primo approccio non è facile capire la parabola proposta dal Signore senza l’aiuto degli esegeti che spiegano il “mistero” in essa racchiuso.

Le malefatte dell’amministratore infedele non consistono nel diminuire, come potrebbe sembrare, le somme dovute al padrone dai diversi debitori, ma, anzi, nell’averle aumentate in precedenza in modo usuraio.

Secondo l’uso di allora si consentiva che gli amministratori concedessero prestiti utilizzando i beni del padrone perché non percepivano stipendio. Così, aumentando il prestito con gli interessi che poi trattenevano, riuscivano al momento della restituzione a trarne vantaggio. In questo modo, se un tale aveva ricevuto in prestito dal padrone l’equivalente a ottanta misure di grano, l’amministratore segnava cento al fine di lucrare una percentuale al momento della restituzione.

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Quindi nella parabola che ci occupa, l’amministratore sicuramente non aveva dato in prestito se non cinquanta barili d’olio e ottanta misure di grano. Annotando la quantità vera risparmiava ai debitori il pagamento dei suoi interessi – che d’altronde non sarebbe riuscito a percepire perché sarebbe stato allontanato dall’incarico – guadagnandosi la loro amicizia, che, nella prospettiva di un licenziamento, contava più dei soldi stessi.

La sua “ingiustizia”, allora, non risiede nello sconto fatto ai debitori ma nelle precedenti malversazioni. Perciò Gesù affermerà nei versetti successivi: “Fatevi amici con i denari ingiusti”. E’ quindi la furbizia di questo amministratore, mirata a salvaguardare il sostentamento per il suo futuro, a essere lodata dal Padrone e non l’usura usata in precedenza.

Come applicare nel bene la scaltrezza dell’amministratore ingiusto? Cercando di farsi amici con i soldi ingiusti!

Chi saranno gli amici? Coloro che deporranno a nostro favore nel giorno del nostro giudizio per le opere di carità che avremo fatto a loro! Fare elemosina è, quindi, un modo privilegiato di garantirsi un futuro eterno felice. Ma non solo! La stessa cosa vale per tutte le opere di carità materiali e, specialmente, spirituali, poiché come afferma San Pietro: “la carità copre una moltitudine di peccati”. Siamo furbi! Scendiamo in campo e distribuiamo carità ai nostri fratelli: dare un buon esempio, mettere una buona parola, elargire una generosa elemosina, dedicare una giornata a curare chi non lo può fare autonomamente, dare testimonianza della verità davanti a quelli che non l’hanno ancora accolta, e tante altre iniziative. Facciamole tutte per Gesù e con Gesù.