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Il Natale che non passa: il “morire continuo” come via alla vera gioia cristiana

Luisa Piccarreta, mistica e serva di Dio, nei suoi scritti sul Libro di Cielo ci racconta la sua profonda esperienza di vita nella Divina Volontà. In questo passo del 26 dicembre 1923, ci viene rivelato il mistero del “morire continuo” di Gesù e della sua nascita incessante nell’anima di chi vive nella Sua Volontà. Le sue parole ci aiutano a comprendere come il Natale non sia solo un evento da celebrare una volta all’anno, ma una realtà spirituale da vivere ogni giorno, anche nelle prove e nei dolori.

Libro di Cielo Dicembre 26, 1923
 Ho passato giorni amarissimi per la privazione del mio dolce Gesù, mi sentivo come un vilissimo straccio che Gesù aveva accantonato perché gli faceva schivo, tanto era sporco; e nel mio interno mi sentivo dire:

 “Nella mia Volontà non ci sono stracci, ma tutto è vita e Vita Divina. Lo straccio si straccia, si sporca, perché non contiene vita, invece nella mia Volontà, che contiene vita e dà vita a tutto, non c’è pericolo che l’anima si possa ridurre in brandelli, molto meno lordarsi”.

Io, non dando retta a ciò pensavo tra me: “Che belle feste natalizie mi fa fare Gesù, si vede che mi vuol bene! ” E Lui movendosi nel mio interno ha soggiunto:

 “Figlia mia, per chi fa la mia Volontà è sempre natale; come l’anima entra nel mio Volere, Io resto concepito nel suo atto; come va compiendo il suo atto, Io svolgo la mia Vita; come lo finisce, Io risorgo e l’anima resta concepita in Me, svolge la sua vita nella mia e risorge negli stessi atti miei. Vedi dunque che le feste natalizie sono per chi una volta all’anno si prepara, si mette in grazia mia, quindi sente in sé qualche cosa di nuovo della mia nascita; ma per chi fa la mia Volontà è sempre natale, rinasco in ogni suo atto; sicché tu vorresti che nascessi in te una volta all’anno? No, no, per chi fa la mia Volontà, la mia nascita, la mia Vita, la mia morte e la mia risurrezione devono essere un atto continuato, non mai interrotto, altrimenti quale sarebbe la diversità, la smisurata distanza delle altre santità? ”.

Io, nel sentire ciò mi sentivo più amareggiata e pensavo tra me: “Quanta fantasia, questo sentire non è altro che una mia finissima superbia. Solo la mia superbia poteva suggerirmi e giungere fino a farmi scrivere tante cose sulla Volontà di Dio. Gli altri sono buoni, umili e perciò nessuno ha ardito di scrivere nulla”. E mentre ciò pensavo, sentivo tale dolore da sentirmi schiantare il cuore, e cercavo di distrarmi per non sentire nulla; che lotta tremenda, fino a sentirmi morire! Onde, mentre mi trovavo in questo stato, il mio amato Gesù si è fatto vedere, come se volesse dire altro sulla sua Santissima Volontà, ed io: “Mio Gesù, aiutami, non vedi quanta superbia c’è in me? Abbi pietà di me, liberami da questa fina superbia, io non voglio sapere nulla, mi basta amarti solo”.

E Gesù: “Figlia mia, le croci, i dolori, le pene, sono come il torchio all’anima; e siccome il torchio all’uva serve per frangere e sbucciare l’uva, in modo che il vino resta da una parte e le bucce dall’altra, così le croci, le pene, come torchio sbucciano l’anima dalla superbia, dall’amor proprio, dalle passioni e di tutto ciò che è umano, e vi lasciano il vino puro delle virtù, e le mie verità trovano la via per comunicarsi e distendersi nell’anima come su tela bianchissima con caratteri incancellabili. Come puoi tu dunque temere, se ogniqualvolta che ti ho manifestato le mie verità sulla mia Volontà, queste verità sono state precedute sempre da croci, dolori e pene, e quante più alte, tanto più intense e forti le pene? Non era altro che la pressione del torchio che Io facevo in te per sbucciarti tutto l’umano, era più mio interesse che tuo, che le mie verità non restassero mischiate con le bucce delle passioni umane”.

Ed io: “Mio Gesù, perdonami se te lo dico, che sei Tu stesso la causa dei miei timori, se Tu non mi lasciavi, se non ti nascondevi e mi privavi di Te, in me non ci sarebbero luoghi per far sorgere questi timori. Ah! Gesù, Tu mi fai morire, ma con morte crudele e con doppia morte perché non muoio. Ah! se potessi provare la morte e morire! Come mi sarebbe dolce. Ah! Gesù, te lo dico, non ne posso più, o portami Teco o restati meco”.

Ora, mentre ciò dicevo, il mio amabile Gesù mi stringeva fra le sue braccia e con le sue mani come se dasse una corda, ed io restavo come messa sotto un torchio, premuta, tritata, io stessa non so dire ciò che di dolore sentivo in me, lo sa solo Lui che mi faceva soffrire. Onde dopo mi ha detto:

“Figlia diletta del mio Volere, guarda dentro di Me come la mia Volontà Suprema non concesse neppure un respiro di vita alla volontà della mia Umanità, sebbene fosse santa, neppure mi fu concesso, dovevo stare sotto la pressione, più che torchio d’una Volontà Divina, infinita, interminabile, che si costituiva vita d’ogni mio palpito, parola e atto, e la mia piccola volontà umana moriva in ogni palpito, respiro, atto, parola, ecc. , ma moriva in realtà, sentiva di fatto la morte, perché mai ebbe vita, tenevo solo la mia volontà umana per farla morire continuamente, e sebbene questo fu grande onore per la mia Umanità, fu il più grande dei portenti: ad ogni morte della mia volontà umana, era sostituita da una Vita di Volontà Divina, ma il morire di continuo fu il più grande, il più duro, il più acerbo e doloroso martirio della mia Umanità. Oh! come le pene della mia Passione restano impiccolite innanzi a questo mio continuo morire, ed in questo solo Io completavo la perfetta gloria del mio Celeste Padre, e lo amavo con l’amore che supera ogni altro amore per tutte le creature. Morire, soffrire, fare qualche cosa di grande, qualche volta, ad intervalli, non è gran che, anche i santi, i buoni e altre creature hanno operato, hanno sofferto, sono morti, ma perché non è stato un soffrire, un fare e un morire continuo, non costituisce né perfetta gloria al Padre, né redenzione che si possa estendere a tutti. Perciò mia figlia neonata nel mio Eterno Volere, vedi un poco dove il tuo Gesù ti chiama, ti vuole: sotto il torchio della mia Volontà Divina, perché il tuo volere riceva morte continua, come la mia volontà umana, altrimenti non potrei far sorgere l’epoca nuova, che il mio Volere venga a regnare sulla terra; ci vuole l’atto continuo, le pene, le morti, per poter strappare dal Cielo il Fiat Voluntas tua. Badi figlia mia, non badare agli altri, né agli altri miei santi, né al modo come mi sono comportato con loro, che ti fa destare meraviglia il modo come mi diporto con te. Per quelli Io volevo fare una cosa, per te è tutt’altro”.

E mentre ciò diceva, prendeva la forma di Crocifisso e poggiava la sua fronte sulla mia, stendendosi su tutta la mia persona, ed io restavo sotto la sua pressione e tutta in balia della sua Volontà.

Nel brano su citato, Gesù conduce Luisa Piccarreta in una profondità spirituale che può sembrare distante, persino dura, ma che parla con sorprendente chiarezza alla vita dei cristiani di oggi. È un testo che nasce nel tempo di Natale, eppure non indulge in immagini consolatorie o sentimentali. Al contrario, mette a nudo una verità scomoda: il Natale, se non diventa vita quotidiana, rischia di spegnersi rapidamente, lasciando il cuore più vuoto di prima.

Luisa vive giorni di aridità, di silenzio, di apparente assenza di Gesù. Si sente “straccio”, scartata, inutile. Questa esperienza interiore non è estranea all’uomo contemporaneo. Quanti cristiani oggi vivono un Natale fatto di luci, regali, tradizioni, ma dentro sperimentano stanchezza, disillusione, mancanza di senso? Finite le feste, resta spesso un vuoto più grande di prima. Il Natale non dà più gioia né speranza perché non trasforma la vita.

Gesù risponde a Luisa con una parola decisiva: nella Divina Volontà non esistono “stracci”, perché dove c’è la Vita divina nulla si consuma, nulla si degrada. Questa affermazione è già una critica radicale alla mentalità di oggi, che misura il valore delle persone in base all’efficienza, al successo, all’immagine. Quando la vita è vissuta fuori dalla Volontà di Dio, tutto diventa fragile, usa e getta, persino la fede. Il cuore del brano è racchiuso in una frase potentissima:

“Per chi fa la mia Volontà è sempre Natale”.

Qui Gesù capovolge il nostro modo di vivere la fede. Il Natale non è un evento annuale, ma un processo continuo. Non è una parentesi emotiva, ma una nascita incessante di Cristo nell’anima. Per chi vive nella Divina Volontà, Gesù è concepito, cresce, muore e risorge in ogni atto quotidiano. Questo significa che il mistero cristiano non si celebra soltanto, ma si vive.

Il cristiano di oggi, invece, spesso riduce il Natale a un ricordo. Si “prepara” per qualche giorno, magari con un po’ più di attenzione spirituale, (oggi forse nemmeno questo) e poi tutto torna come prima. Gesù, in questo testo, denuncia proprio questa discontinuità: una fede a intermittenza non può generare una gioia stabile né una speranza duratura.

Luisa, davanti a parole così grandi, è assalita dal timore della superbia. Pensa che tutto questo sia frutto di fantasia, che lei non ne sia degna. Questo passaggio è di grande attualità. Anche oggi molti cristiani rinunciano a una vita spirituale profonda per paura di “esagerare”, di distinguersi, di andare oltre una religiosità superficiale. Ci si accontenta di essere “come gli altri”, senza lasciarsi coinvolgere fino in fondo dal Vangelo.

Gesù risponde con l’immagine del torchio. Le croci, le prove, le sofferenze non sono castighi, ma strumenti che liberano l’anima da ciò che è puramente umano e lasciano emergere ciò che è autentico. È un linguaggio forte, ma profondamente realistico. La fede che non passa attraverso la prova resta fragile, sentimentale, incapace di reggere le sfide della vita.

Qui emerge un altro nodo centrale per i cristiani di oggi: la fuga dalla sofferenza. Viviamo in una cultura che promette felicità immediata, benessere costante, emozioni positive. Quando arrivano la fatica, il dolore, la crisi, anche la fede vacilla. Il Natale diventa allora una breve evasione, non una risposta. Gesù, invece, mostra a Luisa che solo una fede “pressata”, purificata, può diventare spazio per le verità divine.

Il punto più alto del brano è la rivelazione del “morire continuo” di Gesù. Egli spiega che la sua Umanità non ebbe mai spazio per una volontà autonoma: ogni istante era un sì totale alla Volontà del Padre. Questo continuo “morire” della volontà umana non è distruzione, ma trasformazione. È ciò che rende possibile una Vita divina pienamente vissuta.

Per il cristiano di oggi, questo è forse l’aspetto più difficile da accogliere. Viviamo in un tempo che esalta l’autodeterminazione, l’affermazione di sé, il “fare ciò che sento”. La proposta di Gesù va in direzione opposta: la vera pienezza nasce quando la volontà personale si apre, si consegna, si lascia guidare. Non è annullamento, ma compimento.

Gesù dice chiaramente a Luisa che la chiama a qualcosa di nuovo, diverso anche dalle forme di santità precedenti. Questo richiama la responsabilità dei cristiani di oggi: siamo chiamati a testimoniare una fede capace di abitare il tempo presente, segnato da smarrimento, paura, perdita di speranza. Perché il Regno della Divina Volontà possa “regnare sulla terra”, occorrono atti continui, fedeltà quotidiana, scelte concrete.

Il Natale che non dà più gioia e speranza non è colpa del mondo soltanto, ma di una fede ridotta a evento. Questo brano ci invita dunque a riscoprire un Natale che non finisce, perché nasce ogni giorno nelle piccole cose: nel lavoro, nelle relazioni, nelle difficoltà, nelle rinunce silenziose.

Quando Gesù si mostra a Luisa come Crocifisso e si posa su di lei, non la schiaccia per distruggerla, ma per unirla a Sé. È un’immagine forte, ma piena di amore: solo rimanendo sotto il peso della Volontà di Dio l’uomo smette di essere solo e diventa davvero libero.

Forse oggi il Natale ha perso gioia e speranza perché abbiamo cercato la luce evitando la croce, la nascita senza la trasformazione, la festa senza la vita nuova. Il messaggio del Libro di Cielo ci provoca: se Cristo nasce solo una volta all’anno, la speranza si spegne presto; se invece nasce in ogni atto, allora anche il tempo più buio può diventare Natale.

Ed è proprio questo il dono più grande per il cristiano di oggi e l’augurio che ci facciamo in quasto ulteriore Natale di Gesù: che non sia un’emozione passeggera, ma una presenza continua che rinnova costantemente la vita dall’interno.

FIAT

fra Tonino Maria Arena