12 aprile 2020: la nostra Pasqua più difficile

Spaventati, addolorati e disorientati, proprio come i Dodici, rinchiusi nel Cenacolo, subito dopo la crocefissione del Maestro. È questo il sentimento ricorrente in molti, durante questa Settimana Santa così drammatica e fuori dal comune. Vivere il Triduo Sacro lontani dai riti liturgici o limitarsi a seguirli soltanto in tv o in streaming, è una privazione grandissima e dolorosa. Per quanto le disposizioni della Conferenza Episcopale Italiana e delle nostre diocesi, in accordo con papa Francesco, siano ragionevoli e rispettabili, va compreso lo spaesamento di molti cristiani comuni, in particolare di chi ha una fede in via di maturazione e tende a porre domande ai propri pastori. Per questo, suscita immensa amarezza constatare come nei giorni scorsi, coloro che, sui social o a mezzo stampa, paventavano la ripresa delle celebrazioni eucaristiche, pur con tutte le precauzioni del caso (mascherina, distanza di almeno un metro tra le panche, niente segno di pace, ecc.), siano stati sommersi da aspre critiche, quando non veri e propri insulti da parte di chi, per le ragioni più diverse, ha accettato con più facilità le restrizioni nel culto. Critiche e insulti spesso ricambiati dall’altra “fazione”…

Vedere un popolo così diviso, spesso livoroso, proprio in un tempo difficile, che richiederebbe sostegno morale e spirituale reciproco, proprio nel tempo liturgico più importante dell’anno, suscita una profonda amarezza. Di più: non è azzardato vedere in quest’aggressività, lo zampino del divisore per eccellenza, Satana. La verità è che queste discordie hanno radici ben più profonde, che prescindono dall’attualità contingente e affondano nell’humus tormentato della storia ecclesiale recente. Lo scorso 27 marzo, quando papa Francesco ha pregato sotto la pioggia, in una piazza San Pietro spettralmente deserta, sembrava portare sulle spalle non solo il peso di tutte le sofferenze di questa pandemia ma anche di una Chiesa aggredita da un altro virus: quello degli egoismi, delle ipocrisie, delle avidità e delle meschinità che dilaniano al suo interno la Sposa di Cristo.

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Che tipo di Pasqua vivremo, allora, in questo incredibile 2020? Non sta a noi dirlo ma è impossibile non intravedere in questo sconvolgimento dalle dimensioni quasi apocalittiche, un preciso segnale di Dio. Non stiamo parlando assolutamente di castighi divini ma di “segni dei tempi” che dobbiamo essere abili a interpretare. In questo senso un adeguamento – speriamo il più possibile temporaneo – ad una dimensione sacrale privata delle liturgie e dei sacramenti è di certo qualcosa di inaudito, che, però, costituisce la nostra attuale realtà e alla realtà si obbedisce sempre. Da un male oggettivo, quale è la privazione della messa, Dio può trarne un bene. Lontani dal tabernacolo, impossibilitati a ricevere il Cristo eucaristico, sciolti dai vincoli della ritualità e del precetto, vediamo il nostro rapporto con Dio cambiare radicalmente: nessuno potrà più sentirsi “con la coscienza a posto” solo per essersi comunicato o confessato. Il nostro legame col sacro, se impostato in senso formale e farisaico, sarà destinato a sgretolarsi definitivamente. Se, al contrario, siamo disposti ad approfondire la nostra conoscenza personale con Dio, a presentarci “nudi” davanti a Lui, nella nostra miseria umana spirituale o anche nella nostra nostalgia dei sacramenti, la grazia sarà dietro l’angolo. Anche il rapporto con i fratelli sarà messo alla prova e, per quanto virtualizzato alla massima potenza, sarà molto più difficile fingere nelle nostre relazioni. Nella difficoltà e nella prova, le ipocrisie crolleranno e inevitabilmente si scoprirà chi è davvero fratello e chi non lo è.

Questa Pasqua andrà vissuta in un’ottica speciale: quella di chi sta ancora sulla Croce ma con la certezza assoluta in una Resurrezione che possiamo vedere ma non ancora toccare. Una Resurrezione di cui non dobbiamo aver fretta perché sappiamo che comunque arriverà. Senza dimenticarci che non esiste Pasqua senza perdono: tanta gente fa del male agli altri e continua a farne anche in un momento come questo, in cui la carità e la compassione dovrebbero trionfare. Ma Cristo è morto anche per loro. E allora “vincerà” chi per primo perdonerà il fratello che sbaglia nel proprio cuore, prima ancora che nel confronto diretto con lui. Perdonare – giova ricordarlo – non è mai facile, anzi, è impossibile se non lo si fa assieme a Dio, a Colui che perdona per primo.

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Quando poi vediamo lenzuoli sui balconi con a frase “Andrà tutto bene”, ricordiamoci le parole, molto simili, che Gesù disse alla mistica Giuliana di Norwich (1342-1416): «È stato necessario che esistesse il peccato; ma tutto sarà bene, e tutto sarà bene, ed ogni sorta di cosa sarà bene». Quello che stiamo attraversando è un deserto, simile al deserto quaresimale che ci siamo appena lasciati alle spalle. Una lunga traversata, in cui ci saremo liberati dalla zavorra di tante cose e impegni inutili che precedentemente ci allontanavano da Dio. Tutto andrà bene, se sapremo rimanere saldi sulla Croce con Gesù, per poi risorgere con Lui.