Vito Rapisarda racconta la sua lunga storia di fede legata a Medjugorje, luogo che frequenta dal 1986 e che oggi considera una seconda casa. Nel 1988 gli fu diagnosticato un tumore benigno ma devastante, che aveva compromesso l’orecchio interno sinistro e intaccato la dura madre. I medici gli diedero sei mesi di vita e dichiararono impossibile l’operazione. Vito, allora ventisettenne e padre di due bambini piccoli, visse questo periodo come un tempo di grazia: non una guarigione immediata, ma un cammino in cui — racconta — il Signore impedì che la malattia facesse il suo corso.
L’anno precedente, nel 1987, aveva vissuto un’esperienza forte: insieme a circa 700 persone vide una figura luminosa al posto della croce sul monte Križevac. Con una videocamera VHS riuscì anche a riprendere l’evento. Questo segno lo spinse a intraprendere un cammino di fede più profondo, fatto di preghiera e amicizia con i veggenti.
Tre anni fa, sentendo un forte legame con Medjugorje e avendo ormai i figli adulti, Vito decise di trasferirsi per sei mesi l’anno e aprire un bar. Il locale si chiama “Pace e Gioia”, nome che esprime la missione del posto: offrire accoglienza, ascolto e orientamento spirituale ai tanti italiani che arrivano senza guida. Per molti pellegrini il bar è diventato un punto di riferimento.
Vito sottolinea quanto oggi sia raro il dialogo autentico: le persone sono stanche, distratte, incapaci di ascoltarsi. A Medjugorje, invece, si ritrova la pace, quella stessa pace che — ricorda — la Madonna annunciò fin dall’inizio delle apparizioni.
Nel suo messaggio finale agli spettatori, invita tutti a venire a Medjugorje per fermarsi, riflettere sul dono della vita e lasciare che la Madonna inizi a operare nel cuore di ciascuno.









