C’è un’Italia che qualcuno definisce “marginale” ma che, in realtà, scorre come un fiume carsico, che, quando riemerge, irrora e disseta la terra in maniera sorprendente. Le tradizioni popolari si manifestano in modi molto diversi in ogni angolo del Paese ma sono legate da un fil rouge: sono espressione di un popolo vivo legato visceralmente alla propria terra ma con il cuore in Cielo. Un Cielo comune che fa sentire simili tutti i popoli.
E’ l’impressione che si ricava dalla visione di Canone effimero di Gianluca e Massimiliano De Serio, un inusuale docufilm elaborato articolato in undici diversi episodi, che attinge alla viva voce di personaggi che vivono quotidianamente la cultura popolare, in tutte le sue espressioni. C’è tanta passione nei loro volti e nelle loro parole: accordare strumenti musicali desueti o esercitarsi in canti polivocali dialettali sono opere che richiedono pazienza, costanza e una concezione del tempo molto più dilatata rispetto alla frenesia contemporanea impregnata di transizione digitale, messaggistica istantanea e intelligenza artificiale.
I fratelli De Serio lavorano insieme da quasi un trentennio e la loro esperienza filmica li ha portati ad approfondire le culture lontane sotto ogni punto di vista, mostrando un interesse profondo per identità, marginalità, memoria, corpo sociale e relazioni umane. Tra le loro influenze figura il regista iraniano Abbas Kiarostami, mentre il loro primo lungometraggio Bakroman (2010) descrive la realtà dei ragazzi di strada del Burkina Faso.
In Canone effimero (titolo che richiama il dualismo tra stabilità e fragilità), i due registi torinesi si sono imbarcati in un viaggio etnografico ed estetico, che li ha portati nella provincia profonda di quattro regioni italiane, la Calabria, la Sicilia, la Basilicata, la Liguria e le Marche, alla scoperta del genius loci. Luoghi forse a pochi chilometri dalle nostre città ma probabilmente lontanissimi dal nostro vissuto quotidiano. Nei vari episodi, ci ritroviamo a tu per tu con la sapienza e la tenacia dei liutai, con le magiche suggestioni dei canti in arbëreshë, l’antico vernacolo albanese, che ancora si parla in alcune aree sud-appenniniche.
Ogni personaggio coinvolto in questo excursus si esprime nel proprio dialetto (o, meglio, nella propria lingua) locale, rendendo particolarmente genuina e autentica la narrazione. La radicale ancestralità delle atmosfere documentate dai fratelli De Serio spiazza profondamente, turba e affascina. Significativo che, in questi idiomi sconosciuti ai più si esprimano anche molti giovani, che tenendo vive le tradizioni dei loro antenati, cementano il proprio legame con la comunità e il territorio, comunicando e socializzando in una maniera molto più vera dei loro coetanei delle metropoli.
Canone effimero racconta storie di resistenza e lotta, che non hanno alcuna natura politica. I titoli di alcuni degli episodi sono emblematici: Osserva l’ordine naturale, Ascolta i tuoi maestri, Ama fino alla fine, Affronta la tua paura, Ricorda. L’ultimo capitolo del film mostra un uomo che intona un canto delle anime del Purgatorio. E allora, le tradizioni apparentemente perdute si riaffermano più forti che mai, donando riscatto a chi le celebra. Si apre così una cassaforte di inestimabile valore immateriale, auspicabilmente destinata a dare un senso anche alla vita delle prossime generazioni.













