Briciole”, una parola che non ha mica una bella reputazione. Normalmente quando qualcosa è “ridotto in briciole” significa che ne rimane quasi nulla. Le briciole sono sinonimo di piccolezza, debolezza, spesso di totale inutilità.
Briciole che vanno ai cagnolini. Per gli ebrei i pagani erano considerati e chiamati “cani”. Più o meno come quando, ed è offesa gravissima. Ebbene la donna del vangelo di oggi lo accetta, non si scandalizza della verità che le era arrivata addosso così brutalmente, e proprio da Gesù Colui nel quale aveva riposto tutte le sue speranze.
Sapeva che Gesù “non poteva rimanere nascosto”, ed era lì per lei, altrimenti perché sarebbe venuto nella “regione” pagana di “Tiro e Sidone”? Gesù era entrato nella sua realtà, nella sua vita pagana, e dentro c’era il dolore per “la sua figlioletta posseduta da uno spirito immondo”.
A chi ha la vita ridotta in “briciole”, a chi è passato attraverso l’umiliazione e il disprezzo, a chi ha reso la sua vita e la vita degli altri un casino perché sempre si è appoggiato ad altri dei, ma si chiede aiuto profondamente a Dio, arriva la grazia.
La storia che ci ha ridotto in “briciole” ci sta svelando che siamo ancora dei pagani incapaci di salvare noi e gli altri. Ma ci ha anche condotti alla mensa di Gesù. Da essa cadono le “briciole” della sua Vita capaci di plasmare in noi la “forma” autentica dei “figli” di Dio, pronti a “tornare a casa”, in famiglia e alla nostra realtà, e farci “briciole” d’amore per tutti.












