I nuovi santi ci insegnano un amore senza compromessi

Per papa Francesco è stata una delle giornate più intense dalla fine del Giubileo. Alla canonizzazione di una sessantina di beati, è seguito l’annuncio di un Sinodo per la regione panamazzonica, i cui beneficiari saranno una delle popolazioni più dimenticate dall’umanità e, al tempo stesso, più care a Bergoglio: gli indigeni dell’America Latina.
È proprio l’America Latina la terra di provenienza della maggior parte dei nuovi santi. Parliamo di Andrea de Soveral (1572-1645), sacerdote brasiliano martirizzato assieme al laico Domenico Carvalho e ad altri 28 compagni, ad opera di soldati olandesi, con la complicità delle popolazioni locali. Analogo il destino dei martiri di Uruaçu (Ambrogio Francesco Ferro, sacerdote; Matteo Moreira, laico; e 27 compagni), periti anch’essi tre mesi dopo sotto i colpi delle spade dei calvinisti olandesi.

A completare il quadro delle canonizzazioni: un cappuccino calabrese, Angelo d’Acri (1669-1739), carismatico predicatore e conquistatore di anime alla misericordia di Dio, nell’Italia meridionale del XVIII secolo, che fu anche vessato dal demonio; Faustino dell’Incarnazione (1831-1925), sacerdote scolopio, fondatore dell’ordine femminile delle Figlie della Divina Pastora del Pio Istituto Calasanziano, insegnante in numerosi collegi e scuole, attento alla realtà delle donne e dei bambini abbandonati.
Tutti emblemi di una santità fuori dal comune, vicini al modello di cristiano promosso e incoraggiato dal pontefice argentino: vicinanza ai poveri, passione per la giustizia sociale, amore per il fratello fino al dono della propria stessa vita. Santi che, come richiama il Vangelo di oggi (Mt 22,14) hanno accettato con gioia l’invito al banchetto nuziale rivolto dal Signore.
Santi che quotidianamente hanno rinnovato il loro amore a Cristo, quell’amore senza il quale “la vita cristiana diventa sterile, diventa un corpo senz’anima, una morale impossibile, un insieme di princìpi e leggi da far quadrare senza un perché”, ha detto il Papa durante la messa di canonizzazione in San Pietro. Santi che, per il loro ardore, hanno rifiutato “una vita cristiana di routine, dove ci si accontenta della ‘normalità’, senza slancio, senza entusiasmo, e con la memoria corta”.

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Non possiamo permetterci di vivere, ha aggiunto Francesco, una spiritualità compromessa delle nostre “sicurezze” e “comodità” ma dobbiamo, piuttosto, lasciarci interpellare dal Vangelo, domandandoci se vogliamo stare “dalla parte dell’io o dalla parte di Dio”, il quale “è il contrario dell’egoismo, dell’autoreferenzialità”.
A conclusione della cerimonia di canonizzazione, durante l’Angelus, il Santo Padre ha sorpreso ancora una volta i fedeli annunciando la convocazione di un Sinodo per l’ottobre 2019, quando già fervono i preparativi per l’assemblea sinodale del prossimo anno, avente ad oggetto i giovani e le vocazioni.
Coerentemente alla sua attenzione alle realtà umane più marginali e trascurate dall’opinione pubblica mondiale, il Pontefice intende, con il Sinodo fissato tra due anni, “individuare nuove strade per l’evangelizzazione” per gli indigeni della regione Panamazzonica, che patiscono la distruzione della loro foresta pluviale, “polmone di capitale importanza per il nostro pianeta”, perdendo così la “prospettiva di un avvenire sereno”. [Servizio a cura di Luca Marcolivio]