Un anno di Covid: cosa (non) abbiamo imparato

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Foto: CC0 Pixabay

No, non è andato tutto bene. Tutt’altro. La memoria va a quella fatidica serata di un anno fa, quando l’allora premier Giuseppe Conte annunciava la zona rossa per l’intera penisola. Erano seguite settimane tra paura e speranza, tra angoscia ed euforia, tra conferenze stampa da cardiopalma e canti sui balconi. Tutti convinti che il dolore collettivo avrebbe rafforzato il senso d’unità del Paese. Che saremmo diventati tutti “migliori”.

Faccia un passo avanti chi non si è mai illuso, neanche solo per un minuto, che un anno dopo tutto sarebbe stato solo un brutto ricordo. Faccia un passo avanti chi, dopo un anno, non si sente più sfiduciato, amareggiato e colmo di rabbia. Il risvolto più amaro di questa pandemia non è stato tanto il virus in sé, né tutti i disagi di contorno ma la consapevolezza che, a livello collettivo, da questo sconvolgimento epocale abbiamo imparato poco o nulla. Se è vero che non tutti i mali vengono per nuocere e che da un male, si può trarre un insegnamento, in questo caso è altrettanto vero che, almeno finora, siamo rimasti quasi tutti sordi di fronte al richiamo del nostro destino.

Il primo ambito in cui si sta perseverando nell’errore è sicuramente quello dei protocolli sanitari. I numeri di questi dodici mesi abbondanti di pandemia ci confermano una triste verità: l’Italia è ben lungi dall’essere un “modello”. Nonostante lockdown e restrizioni più severi che altrove, il nostro paese riporta uno dei tassi di letalità più alti d’Europa (3,3%), superata soltanto da Bosnia-Erzegovina (3,86%), Grecia (3,4%) e Ungheria (3,34%). C’è chi ha dato la colpa all’alta età media della popolazione: eppure paesi dall’invecchiamento demografico ancor più accentuato del nostro (come il Giappone) hanno avuto un impatto molto più soft con la pandemia. Né il triste primato può spiegarsi con la vera o presunta propensione dei nostri connazionali a trasgredire le regole sanitarie (persino nella quadratissima Germania, molti fanno fatica a rispettare l’obbligo della mascherina).

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Ormai la realtà è sotto gli occhi di tutti: l’approccio “paracetamolo + vigile attesa” prescritto ai neo-positivi è fallimentare. Il paziente, impossibilitato a farsi visitare a domicilio, nel giro di pochi giorni peggiora e viene costretto all’ospedalizzazione. Al ministro della Salute Roberto Speranza non è bastata a fargli cambiare idea nemmeno la sentenza del Consiglio di Stato, che ha sdoganato l’idrossiclorochina, né la provata efficacia di vari farmaci antinfiammatori e cortisonici. È stata proprio la conferma del titolare del dicastero della Salute, con la sua linea “allarmistica” e restrittiva, a segnare il principale elemento di continuità tra i governi Conte e Draghi.

Anche i tanto decantati vaccini si sono rivelati un mezzo fuoco di paglia: troppe aspettative iniziali tradite dalle mancate consegne da parte delle case farmaceutiche, una competizione più o meno strisciante tra governi europei, effetti collaterali oggettivamente troppo diffusi, ma soprattutto, le incognite delle varianti, che rendono incerta l’efficacia dei vaccini stessi nell’immediato futuro.

Al di là di ogni dietrologia e di ogni velleitaria predizione del futuro, un dato è inconfutabile: in Italia, ma anche altrove, questa pandemia ha definitivamente confermato tutte le falle di un sistema sanitario, rivelatosi non solo inefficiente ma, in molti casi, disumano: pazienti isolati per settimane dalle famiglie, parenti informati col contagocce, risorse indebitamente sottratte ad altre categorie di malati non meno meritevoli di cure. Con il risultato che, ad esempio, un infartuato è esponenzialmente più a rischio di morte oggi che due anni fa. Curando tempestivamente i malati di Covid a domicilio, si eviterebbero tanti inutili disagi nei nosocomi. In tal senso, lasciano ben sperare i nuovi protocolli sperimentali avviati nella Regione Piemonte e la recentissima sentenza del TAR sulle cure precoci.

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Fin qui i risvolti prettamente sanitari. Che dire, invece, delle ricadute a livello sociale ed economico? Anche in questo ambito, il nostro Paese è stato penalizzato più degli altri. Non solo il lockdown ha portato benefici striminziti, in proporzione ai disagi e ai danni che ha creato, in particolare ai più giovani e ai più anziani. Ha anche plasmato una nuova subdola antropologia: quella della “nuova normalità” o del “nulla sarà più come prima”.

Ad essere drammatico non è tanto che siano state imposte restrizioni molto significative alla libertà dei cittadini. Ciò che inquieta di più è la totale rassegnazione della maggior parte delle persone, l’accettazione come “normale” di ciò che è palesemente contrario alla natura umana e alle sue dinamiche. Guai, però, a pensare che la causa scatenante di questa rivoluzione sia stato “il Covid”. La pandemia è stata soltanto un pretesto e chi scientemente sta compiendo esperimenti sociali sulla pelle della gente comune, ha potuto farlo sulla scorta di cambiamenti psico-sociali che erano già in corso da qualche anno. La pandemia, quindi, ha soltanto accelerato questo corso.

In fondo, se a molti è pesato relativamente poco non fare più sport, non viaggiare, non incontrare amici, non è perché “la salute viene prima di tutto” ma perché hanno perso il gusto della relazione e la passione per le cose della vita. Così non si vive, si sopravvive. Anche molti di coloro che, fino a poco tempo fa, conducevano una vita brillantemente mondana, improvvisamente sembrano autocompiacersi in modo quasi sprezzante del loro isolamento. Ovviamente è troppo presto per sapere se, nei prossimi mesi o anni, l’opinione pubblica muterà direzione ma va detto che lascia sbigottiti vedere la sicumera di chi il reset lo dà per scontato, senza domandarsi se il cambiamento sarà in meglio o in peggio.

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C’è chi, come Bill Gates afferma che “avremo più smart working, meno emissioni, ma anche meno amicizie”. È un auspicio o un timore quello del miliardario-filantropo? Davvero non c’è alternativa? Da parte sua, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha detto che siamo entrati nell’“era delle pandemie”. Ma davvero? Non si era detto che, grazie ai vaccini, le avremmo superate? Dove è finita la fiducia nel progresso della scienza? Davvero si può vivere bene così isolati? Forse la paura del contagio ci sta rendendo tutti un po’ misantropi? Non sarà che dietro il “senso civico” della rinuncia al contatto umano, si nasconde in realtà il nostro egoismo e la nostra ipocrisia?