11/9/2001: in vent’anni il mondo è cambiato in peggio ma noi non siamo “del mondo”…

Attentato Torri Gemelle 11 settembre 2001
Foto: TheMachineStops (Robert J. Fisch) - Flickr

Sarebbe potuto trascorrere un ventennale relativamente “anonimo”, con le consuete soporifere commemorazioni istituzionali e protocollari. Invece, la Storia ci ha sorpreso ancora una volta, assestando l’ennesimo ceffone alla nostra presunzione di vivere senza una memoria collettiva. Cosicché, i recenti ben noti fatti del definitivo disimpegno americano dall’Afganistan e la contestuale restaurazione del regime talebano hanno posto il sigillo del fallimento e della svolta ingloriosa. Vent’anni e più di 2200 miliardi di dollari in spese militari andati in fumo. In fumo come quelle due Torri, collassate nel giro di poche ore davanti agli occhi di un’umanità incredula.

No, vent’anni dopo l’11 settembre 2001, l’Occidente non ha affatto vinto. Al contrario, è caduto mani e piedi nell’errore più grosso della sua storia. L’unico risvolto positivo di questo funesto anniversario è nella possibilità di un’analisi e di un’autocritica, che però richiede un coraggio e un’onestà intellettuale oggi sempre più rari. La prima verità scomoda che emerge dal crollo delle Twin Towers è l’inizio della fine dell’egemonia americana e occidentale nel mondo. Quando si pretende di costruire un dominio basato esclusivamente sul denaro e sulla potenza militare, prima o poi il conto arriverà e sarà salatissimo. Altro che globalizzazione. Altro che “fine della Storia”. Altro che capitalismo come mezzo utile alla pacificazione mondiale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’America e, parallelamente, l’Europa sprofondano nelle loro contraddizioni e nella loro sciocca e perniciosa pretesa di risolvere i problemi del mondo talora con le armi, talora con la tecnologia. Le soluzioni umane e contingenti vengono allora sbandierate con enfasi messianica: dai vaccini alla green economy, dallo smart working alla digitalizzazione. Per non menzionare le sparate transumaniste di personaggi altamente sopravvalutati come un Bill Gates, che auspica la riduzione della popolazione mondiale, o un Jeff Bezos, che ci promette l’elisir d’eterna gioventù (seguirà un giorno quello dell’immortalità?). Non è il pensiero di questi profeti secolari dei nostri giorni a spaventarci in sé, ma il quasi unanime entusiasmo acritico con cui vengono accolte le loro visioni. In questo luminoso futuro che – a detta dei guru di cui sopra – ci attende, nessuno si domanda realmente se le predette innovazioni saranno veramente al servizio l’umanità o meno. È già difficile dire che spazio e che ruolo avrà l’uomo in tutto ciò, figuriamoci Dio.

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Già, Dio. I fatti dell’11 settembre 2001, tra le altre cose, hanno avuto un’inevitabile ripercussione sul modo in cui la gente percepisce le religioni. Per la prima volta dopo qualche secolo, nell’inconscio di molti si è stampata l’idea – deformata e fuorviantissima – di un Dio violento, in nome del quale è lecito uccidere. Le nostre menti secolarizzate, allora, hanno in un certo senso proiettato la realtà di un certo Islam radicale sulla Chiesa di Roma, tornata così ad essere la responsabile di tutti i mali del mondo. Soprattutto chi ha più di 30-40 anni e una buona formazione cristiana, non può non aver notato un crescente discredito sul Vaticano, sui cattolici e sul clero in particolare. Il politicamente corretto che induce a toni felpati su qualunque minoranza (religiosa e non, perseguitata e non), sembra incontrare un’inquietante deroga, proprio quando in ballo ci sono i cattolici romani che, quantomeno in Occidente, una minoranza ormai lo sono già. Al tempo stesso, se da un lato rarissime sono state negli ultimi vent’anni le rappresaglie violente contro i musulmani, questo primo scorcio di XXI secolo è stato finora caratterizzato da una tragica escalation anticristiana, violenta nei paesi afro-asiatici, più subdola in Europa e nelle Americhe.

La sempre più numerosa presenza islamica nelle nostre città rimane un’incognita e svela la nostra totale incapacità di agire, di approcciare l’immigrato musulmano nella giusta maniera. La stragrande maggioranza di noi è caduta nelle tre scappatoie più facili. Il primo errore è quello di auspicare o fomentare una nuova guerra santa e la “cacciata dello straniero”: un’idea che inizialmente ha avuto un certo successo, soprattutto nell’America appena colpita nelle sue Twin Towers, con i teocon e tutte le tragiche conseguenze di quell’ideologia. Il secondo errore, speculare al primo, è stato quello dell’inclusività acritica, con la banalizzazione delle differenze tra le fedi, sulla scorta di una religiosità un po’ sincretica, oltre che superficiale, di facciata e sostanzialmente secolarizzata. È questo l’atteggiamento che probabilmente lascia perplessi e delusi i musulmani più sinceramente ferventi: vedere dall’altra parte un cristianesimo tanto insulso e insipido. Il terzo atteggiamento errato, che spesso si fa schermo di uno dei primi due già citati, è l’indifferenza e la pavidità. Si tratta del contegno più tristemente diffuso, che ha generato la maggior parte dei disastri politici in fatto di immigrazione e integrazione, con il proliferare dei ghetti e delle enclave, con tutte le conseguenze che ben conosciamo.

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Ultimo ma non ultimo: l’11 settembre ha riportato in auge la paura come sentimento collettivo generalizzato. Essere pessimisti, angosciati, sfiduciati, assillati da un pericolo imminente spesso immaginario sembra quasi essere diventato trendy. Quella stessa paura che pareva svanita o quantomeno notevolmente ridimensionata all’indomani del crollo del Muro di Berlino, è riaffiorata come un fiume carsico, diventando il leitmotiv delle numerose crisi di vario ambito, susseguitesi in questi vent’anni: il terrorismo islamico, le migrazioni selvagge, le crisi finanziarie e dei debiti sovrani, la crescente disoccupazione in molti paesi, la concorrenza cinese, lo smantellamento del welfare state e dei sistemi sanitari nazionali fino all’attuale emergenza pandemica. Anche qui, l’inconscio collettivo ha conosciuto uno smottamento, iniziando ad accettare l’idea di una riduzione della nostra libertà, in cambio di una maggiore sicurezza. Il nuovo paradigma sicuritario è rimasto sostanzialmente abbozzato nelle drammatiche vicende degli attentati jihadisti in Occidente, trovando un’applicazione molto episodica (ad esempio dopo gli attentati in Francia del 2015-2016). Senza l’egemonia della paura, subdolamente penetrata nella sfera emotiva di molti, non avremmo però potuto accettare le limitazioni della libertà a sfondo sanitario degli ultimi due anni. Si possono avere tutte le legittime opinioni possibili sulla gestione dell’attuale pandemia ma è difficilmente confutabile il principio per cui il livello di libertà di un uomo è inversamente proporzionale alla sua paura.

Alla luce di quanto detto, oseremmo noi illuderci ancora di essere più liberi e coraggiosi, di costruire un mondo più giusto, pacifico e a misura d’uomo senza passare per Gesù Cristo e per la sua potenza redentiva? Non c’è terrorismo islamico, né crollo dell’Occidente che possano scalfire minimamente la Chiesa Cattolica. A volte però dimentichiamo che le porte degli inferi non prevarranno su di essa: ciò avviene, forse proprio perché la Chiesa non è fondata sugli uomini ma su Cristo stesso. In questi anni così apparentemente cupi, non saranno le conferenze, i trattati, gli editoriali o i piani pastorali a indicarci la giusta via ma solo la Grazia sostenuta dai sacramenti. Soltanto l’acquisizione di questa certezza potrà rendere gli uomini dei fari luminosi in questo secolo così buio. Se il mondo cambia in peggio, sarà sempre di gran sollievo ricordarci che noi non siamo “del mondo”.

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