De André: guida a un ascolto non ideologico

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Fabrizio De André

Devo confessarlo: questo anniversario lo temo alquanto. Per il ventennale della scomparsa di Fabrizio De André (1940-1999) si scatenerà verosimilmente un’ondata di melassa retorica e di politicamente corretto. Fioccheranno trasmissioni televisive e articolesse commemorative a celebrazione dell’anarchico più amato d’Italia. Più volte, in questi vent’anni, mi sono domandato se a un irregolare, nemico di tutte le istituzioni, come era appunto De André, sarebbe piaciuto vedersi intitolare strade, biblioteche, persino scuole, i testi delle sue canzoni illustrati nelle lezioni di letteratura, affianco a un Pavese, un Pasolini, uno Steinbeck o un Baudelaire. Anche una parte del mondo cattolico – in particolare la Chiesa ‘progressista’ e ‘del dissenso’ – l’ha sempre vezzeggiato, facendo propria la visione deandreiana del Gesù più “figlio dell’uomo” che “figlio di Dio”, anarchico, ribelle e rivoluzionario almeno quanto il cantautore genovese.

Ciononostante, vale davvero la pena ricordare chi sia stato Fabrizio De André, cosa abbiano significato la sua arte, la sua poesia e la sua musica, per la sua generazione e per le successive. Purché lo sguardo artistico prevalga sempre sullo sguardo delle idee dell’artista stesso. Una lettura politica dell’opera di De André si presta a interpretazioni controverse e finirà senz’altro per dividere. Una lettura umana, al contrario, saprà sicuramente unire quanti hanno amato le sue canzoni, le sue liriche e i suoi personaggi.

IL GUIZZO DELLA MUSICA, LA SAPIENZA DELLE PAROLE. Citando Benedetto Croce, De André affermò che “fino all’età dei diciotto anni tutti scrivono poesie. Dai diciotto anni in poi, rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. E quindi io precauzionalmente preferirei considerarmi un cantautore”. Al netto della sua non disprezzabile autoironia, De André è stato uno dei pochi a rivelarsi grande sia come autore di liriche, che come compositore. Potremmo affermare, senza tema di smentita, che in Italia il genere cantautorale l’abbia portato lui, ispirandosi senz’altro agli chansonnier francesi (Brassens e Ferré in particolare) ma con una massiccia dose di originalità. Sul piano strettamente compositivo, ad essere obiettivi, De André non era sempre particolarmente originale, tuttavia è stato il primo cantautore ad attingere alla tradizione folk italiana, arrivando ad ispirarsi persino alla musica rinascimentale e barocca. In particolare, nella prima fase della sua produzione discografica, De André metteva insieme generi diversi, dalla mazurca al jazz, dalla tarantella alla ballata medievale, riuscendo a veicolare un linguaggio popolare, che però conteneva un messaggio ‘profetico’, che andava a scardinare le certezze borghesi della sua epoca. De André aveva una cultura immensa – letteraria ma anche storica e filosofica – che emergeva palesemente nei suoi dischi. È stato anche il primo italiano a trattare nella forma della canzone temi oltremodo impegnativi e drammatici, più consoni alla letteratura che alla discografia: guerra, suicidio, droga, prostituzione, emarginazione, dilemmi esistenziali. Un cammino artistico analogo e parallelo a quello battuto negli stessi anni nel rock anglosassone da Bob Dylan, artista del quale De André tradusse almeno un paio di canzoni. Il connubio tra parole e musica che il cantautore genovese sapeva plasmare era quasi sempre felicissimo, in molti casi geniale, spesso ad altissimo contenuto emotivo. Malinconico e ironico, forbito e triviale, antico e modernissimo, sarcastico e delicatissimo.

FIGLIO DELLA SUA EPOCA. Sarebbe un grave errore, ascoltare le canzoni di Fabrizio De André, come se fossero state scritte oggi e con la mentalità del nostro tempo. La ribellione al mondo borghese che lui stesso cantava è inequivocabilmente figlia degli anni ’60 e di un’epoca in cui indubbiamente le convezioni sociali erano fin troppo rigide e, per ciò stesso, iniziavano a scricchiolare. Oggi l’anticonformismo deandreiano è da leggersi in un’ottica diversa. Sarebbe anacronistico considerare ancora scandalosi brani che cantano la contestazione della figura paterna (Canzone del padre), che fanno l’elogio della transessualità (Prinçesa) o del libertinismo (Bocca di rosa): pur artisticamente pregiatissime, queste canzoni oggi suonano più in linea con la mentalità dominante che con la vera trasgressione, oggi rappresentata dalla riscoperta della ‘normalità’. In compenso, in altre liriche non mancano spunti interessanti e attuali quali la critica alla società dei consumi (Sally), l’inganno delle ideologie (Morire per delle idee) la condanna della guerra (La guerra di Piero), lo smascheramento del falso anticonformismo (si ascolti, a tal proposito, l’intero album Storia di un impiegato, forse il capolavoro assoluto di De André), le condizioni dei carcerati (La ballata del Miché). C’è davvero da sperare che, in occasione del ventennale, il messaggio del cantautore genovese non venga strumentalizzato per giustificare tante forme di permissivismo e di ‘buonismo’ che negli ultimi quarant’anni hanno fatto immensi danni. De André, oltretutto, non era propriamente un buonista, e di fronte alla banalizzazione post-mortem dei suoi messaggi, avrebbe sicuramente rabbrividito.

IL ‘GESU’ UOMO’ E LA SOLITUDINE DELL’UOMO MODERNO. Fabrizio De André era un ateo convinto, che tuttavia cercava costantemente una qualche forma di trascendenza e religiosità. Non poté mai a sentirsi parte della Chiesa, in quanto non riusciva a prescindere dall’istituzione gerarchica e dal senso di potere e di oppressione che questa gli trasmetteva. “Non Dio ma qualcuno che per noi l’ha inventato / ci costringe a sognare in un giardino incantato”, fa dire al suo “blasfemo” liberamente ispirato all’Antologia di Spoon River di E.L. Masters. De André non crede nella divinità di Cristo, eppure ritiene “inumano” l’amore di chi “perdona con l’ultima voce / chi lo uccide tra le braccia di una croce”. Ispirandosi ai vangeli apocrifi, il cantautore ricostruì, nel concept album La Buona Novella, alcune vicende del Nuovo Testamento, in cui Gesù, Maria e San Giuseppe apparivano come nient’altro che esseri umani, con i loro dubbi e le loro fragilità, a rappresentare la gente comune, contrapposta al “potere vestito di umana sembianza” di quel tempo. Una visione ‘orizzontale’ della storia sacra ma colma di pathos e non priva di frammenti di verità. De André non crede ma ti accende la sete di Dio. Non spera ma ti risveglia la nostalgia per una speranza antica. Ciò che ha a cuore è la dimensione della carità in particolare per l’emarginato o lo scartato, per “chi viaggia in direzione ostinata e contraria”, per i “servi disobbedienti alle leggi del branco”.

Al fondo di ogni canzone di De André c’è lo sferzante senso di solitudine dell’uomo moderno che, in nome della libertà, ha perso ogni certezza, con la conseguenza che i rapporti sociali (Il testamento; La città vecchia; Al ballo mascherato) e affettivi (Ballata dell’amore cieco; Per i tuoi larghi occhi; Amore che vieni, amore che vai) sono vissuti all’insegna dell’inganno, dell’ipocrisia o della disillusione. Solo la morte riesce a svelare l’inestimabile valore dell’essere umano e a rimettere tutti sullo stesso piano di dignità (La morte). De Andrè piange la morte del disertore (La guerra di Piero) e della baby-prostituta (La canzone di Marinella). Piange insieme a Maria che ha perso suo Figlio e la accomuna nel dolore alle madri dei due ladroni (Tre madri). Piange insieme al papà libanese che vede il figlioletto schiacciato dai carri armati israeliani durante le stragi di Sabra e Chatila (Sidun). Prova pena per i tossicodipendenti che vivono la morte “con un anticipo tremendo” (Cantico dei drogati) e per i banditi che lo sequestrarono in Sardegna (Quello che non ho). Nell’intero album Non all’amore, non al denaro, né al cielo i morti li fa persino parlare e affermare quella verità che in vita risultava troppo scomoda.

C’è un anelito di fratellanza universale, nelle canzoni di De André, reso amaro, però, dall’assenza di un Padre “ucciso in un sogno precedente” (Canzone del padre). È qui che risiede la contraddizione del Gesù puramente umano di De André, che comprende, ama ma non riconcilia l’umanità (“Non si può dire che sia servito a molto / perché il male dalla terra non fu tolto”), proprio perché privo del legame salvifico con il Padre. Eppure, proprio come traccia di chiusura del suo ultimo album Anime salve, compare la sorprendente Smisurata preghiera, liberamente ispirata ai versi del poeta colombiano Alvaro Mutis: come in Preghiera in gennaio (composta trent’anni prima, in occasione del suicidio di Luigi Tenco), De André supplica il Signore per i sofferenti e per tutte le minoranze di non integrati del mondo: “Non dimenticare il loro volto / che dopo tanto sbandare / è appena giusto che la fortuna li aiuti”. Anche gli anarchici, infatti, provano nostalgia per la propria casa smarrita…

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