Don Gaetano Chibueze : “Da vu cumprà a sacerdote”

Don Gaetano Chibueze : “Da vu cumprà a sacerdote”

Don Gaetano Chibueze è di origine nigeriana, oggi è sacerdote incaricato nell’Arcidiocesi della città di Aquila. Don Gaetano, arrivò per la prima volta in Italia nel marzo 1989. Già da allora, aveva capito che il Signore voleva che si consacrasse a Lui. Ma prima di coronare questa missione e vocazione che il Padre Eterno gli aveva affidato, Don Gaetano va a Napoli per studiare teologia e filosofia per qualche tempo, poi i suoi studi vennero interrotti e così si trasferì a Padova dove fece per tre settimane il “Vu cumprà”, poi si spostò nuovamente a Napoli, dove si mise a lavorare nei campi e a coltivare pomodori. Ma un giorno recandosi in Questura per il permesso di soggiorno e cambiare la dicitura “da religioso a lavoratore” successe un evento che gli cambiò definitivamente la vita…

Don Gaetano perché hai deciso di emigrare in Italia?
Non sono stato io a decidere di venire in Italia, è stato il Signore. Volevo diventare sacerdote nel mio paese e tra la mia gente. Dopo il quinto anno nel seminario minore di San Pietro Claver nella Arcidiocesi di Owerri che era la mia diocesi prima che l’attule Ahiara venisse creata nel 1988 da Papa Giovanni Paolo II, volevo continuare il mio percorso in uno dei Seminari Maggiori del mio paese ma dopo tre tentativi falliti, capii che il Signore aveva un’altro piano per me. Infatti, il Signore sconvolse il sacerdozio che volevo io, per donarmi il Suo sacerdozio; quello che Lui stesso ha progettato per me.
Entro in corrispondenza con Don Ludovico Caputo: un sacerdote italiano dei Padri Vocazionisti che era ed è tutt’ora missionario negli Stati Uniti di America. Questo bravo e santo sacerdote venne a trovarmi nel mio paese nel 1987, conobbe la mia famiglia e decise di accogliermi nella sua congregazione religiosa ma a cause delle difficoltà nell’ acquisto del passaporto e del visto d’ingresso in Italia, sono riuscito a venire in due anni dopo il nostro primo incontro praticamente il 15 Marzo 1989.

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Come e quando hai capito che il Signore voleva che diventassi sacerdote?
Era una Domenica ed avevo solo 14 anni. Nel corso della celebrazione della Santa Messa, l’allora Parroco Don Domenic Amadi mostrò a tutti il modulo da riempire per chi intendesse entrare nel seminario minore. Ero un chierichetto e assistevo la Messa davanti all’Altare come era da consuetudine nostra. Vedendo il modulo, sentii nel mio cuore che era per me quel modulo, andai nella sagrestia e presi questo modulo dal Parroco senza dire niente ai miei genitori. Lo riempii di nascosto e la consegnai al Parroco poi lo disse a Mamma che poi lo raccontò a Papà ed erano felicissimi della mia scelta.
Per rafforzare la mia scelta, mia mamma mi raccontò che quando ero piccolo, mi vestivo ed uscivo e quando le persone mi chiedevano dove andavo rispondevo: “vado alla Messa mattutina.”

Ci sono stati dei momenti in Italia, in cui ti è venuto difficile essere accettato ed accolto?
Sono venuto in Italia con il visto d’ingresso e avevo anche un permesso di soggiorno. Non sono venuto per cercare la fortuna qui in Italia come era il caso degli altri miei connazionali clandestini e non. La mia situazione era chiara perchè venivo per diventare sacerdote religioso dei Padri Vocazionisti. Dunque avevo una casa e una comunità di riferimento. Posso dire che il mio arrivo è stato accolto, salutato e festeggiato. I problemi sono iniziati nel corso della convivenza che davvero non è stata facile. Ci siamo accorti che essere diverso e proveniente da un paese dell’Africa sia per me che per gli altri miei connazionali, era un motivo di vergogna e di disprezzo non solo agli occhi della gente ma anche degli stessi membri della comunità religiosa dove vivevamo. Infatti, a tavola, venivamo considerati morti di fame e le parole dette in nostra presenza e dietro le quinte, erano davvero umilianti al punto tale da creare nel nostro cuore una sorte di rabbia e chiusura. Nonostante ciò abbiamo vissuto anche momenti belli, come quelli passati con gli amici universitari che ci amavano e ci aiutavano nel prestarci gli appunti per lo studio o quelli vissuti con i professori che erano pazienti e tolleranti con noi visto che non capivamo l’italiano e che ci consigliavano tra l’altro di studiare gli argomenti utilizzando la lingua italiana e non l’inglese, sia per imparare la lingua stessa che per superare gli esami, ma sopratutto per una buona e fruttuosa integrazione e conoscenza degli usi e costumi italiani. Anche se all’inizio accettare il consiglio dei professori i quali parlavano in base alle loro esperienze, non è stato facile, ora mi rendo conto di doverli ringraziare per il risultato ottimo ed eccellente.
Tornando alla esperienza nella comunità dove vivevo, la comunità situata in via Manzoni Possilipo di Napoli, posso dire oggi, che la colpa era sia nostra che degli italiani in quanto a causa dell’ inesperienza, nessuno riusciva a capire a cosa si andava incontro. Noi eravamo coscienti di andare a Napoli per studiare ed eravamo contenti di condividere la comunità insieme con gli studenti religiosi italiani, ma avevamo il nostro modo di vivere, la nostra cultura e mentalità, gli usi e costumi ovviamente erano completamente diversi da quelli italiani. A questo punto, a chiunque, potrebbe venire in mente questa domanda “ma voi siete tutti religiosi e dovevate essere buoni senza dare cattivo esempio” ciò è vero, ma bisogna sapere che dove c’è l’uomo c’è anche il peccato. Anche nella casa di Dio si possono sperimentare cose che fanno davvero rabbrividire. Tutto ciò è superabile solo se l’uomo sapesse di essere sostenuto dalla grazia e dalla forza di Dio e non potevo capirlo in quel tempo, ero troppo giovane ed era difficile allora per me comprendere ciò che la Forza e la Potenza miracolosa della grazia di Dio può compiere nella mia vita. Pensavo troppo al male che subivo e mi chiudevo nella rabbia che mi faceva odiare e non salutare molte persone. Per fortuna adesso, ringraziando Dio, posso dire che era necessario quel momento di difficoltà per me, infatti, se non fossero accaduti quei momenti forti, non avrei l’idea della convivenza che Dio, passo dopo passo, faceva maturare in me, fino a convincermi di mettere l’amore al primo posto senza cercare alibi o fare la vittima.

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