Epifania: scuola dell’adorazione

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È l’Epifania. E questo letteralmente significa che appare qualcosa che proviene dall’alto. Il Signore si rivela a noi e la festa serve non tanto a lui per uscire allo scoperto, quanto a noi, per una spinta interiore a cominciare a percepire la sua presenza viva in mezzo a noi. E precisamente questo ci propone oggi il Santo Padre nell’omelia della Messa celebrata stamattina nella Basilica di San Pietro. Tre passaggi, affinché diventiamo donne e uomini adoratori di Dio: alzare gli occhi, mettersi in viaggio, vedere.

Papa Francesco ci ricorda che come cristiani abbiamo bisogno oggi di recuperare l’adorazione di Dio e della sua opera nella nostra vita, soprattutto perché “non è spontaneo in noi l’atteggiamento di adorare Dio. L’essere umano ha bisogno, sì, di adorare, ma rischia di sbagliare obiettivo; infatti, se non adora Dio, adorerà degli idoli – non c’è un punto di mezzo, o Dio o gli idoli”. Ci serve dunque un esercizio continuo, per non smarrirci nei meandri della vita.

Il primo passo è alzare gli occhi. Atteggiamento, questo che spesse volte può risultare difficile, quando gli eventi della nostra esistenza quotidiana, ci fanno guardare per terra, appesantiti dalla mancanza della speranza. Infatti, ci dice il Pontefice, questo “non vuol dire negare la realtà, fingendo o illudendosi che tutto vada bene. No. Si tratta invece di guardare in modo nuovo i problemi e le angosce, sapendo che il Signore conosce le nostre situazioni difficili, ascolta attentamente le nostre invocazioni e non è indifferente alle lacrime che versiamo”. Questo è realmente il principio dell’adorazione che possiamo praticare in ogni circostanza: ritornare alla speranza che per noi è una certezza incrollabile e che ci permette di vedere la presenza del Dio misericordioso, quel Dio-con-noi, che è da poco di nuovo nato per noi.

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Dopo aver visto la stella, cosa possibile solo se si guarda in alto, i Magi ci hanno fatto vedere il secondo passo possibile per noi: mettersi in viaggio. Questo significa muovere i passi, significa spostarsi dal luogo in cui ci troviamo, affrontare il cambiamento, la trasformazione animata dalla speranza. “Da questo punto di vista, i fallimenti, le crisi, gli errori possono diventare esperienze istruttive: non di rado servono a renderci consapevoli che solo il Signore è degno di essere adorato, perché soltanto Lui appaga il desiderio di vita e di eternità presente nell’intimo di ogni persona. Inoltre, col passare del tempo, le prove e le fatiche della vita – vissute nella fede – contribuiscono a purificare il cuore, a renderlo più umile e quindi più disponibile ad aprirsi a Dio”. Mettersi in viaggio significa dunque avere un obiettivo che va oltre qualsiasi fatica e fragilità, consapevoli che il Signore aspetta e si fa raggiungere.

La ricompensa più alta in questo percorso è poter vedere. Vedere che cosa e come vedere?  “Questo modo di “vedere” che trascende il visibile, fa sì che noi adoriamo il Signore spesso nascosto in situazioni semplici, in persone umili e marginali. Si tratta dunque di uno sguardo che, non lasciandosi abbagliare dai fuochi artificiali dell’esibizionismo, cerca in ogni occasione ciò che non passa, cerca il Signore”. Non più dunque vedere solo quello che appare al nostro occhio fisico, ma saper vedere quasi come Dio, scorgere Lui presente nel Bambino, la grandezza nella piccolezza, la ricchezza nella povertà.

Così si diventa donne e uomini adoratori della presenza di Dio, costante, secondo la sua promessa, quella che riveste la nostra esistenza e fa di essa una perenne Epifania, direbbe San Paolo “affinché Dio sia tutto in tutti” (1 Cor 15,28).

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