Il dibattito no!

Dibattito
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All’inizio di questo secolo, in tanti ci eravamo illusi di essere definitivamente entrati nell’era della libera circolazione delle idee. In particolare, l’interattività delle nuove tecnologie si diceva avrebbe favorito il confronto, la discussione e, in ultima analisi, la democrazia. I risultati che abbiamo sotto gli occhi ci dimostrano l’esatto contrario. La spinta delle élite economiche, culturali e mediatiche verso la globalizzazione dei costumi ha avuto come singolare nemesi la frantumazione di quel minimo di legami sociali e identitari che, un tempo, tenevano unite le comunità nazionali ma soprattutto regionali o locali. Fino alla fine del secolo scorso, i modelli educativi e di socializzazione portavano i bambini e i ragazzi a scoprire il mondo a poco a poco, dal momento in cui la fruizione dei contenuti culturali era fortemente mediata e la scuola insegnava attraverso un numero limitato di libri di testo cartacei. L’informazione stampata e televisiva era limitata nella quantità e accessibile sono in determinati orari. La musica, salvo che alla radio o in tv, non era affatto gratuita.

La selezione dei contenuti per mezzo dei quali una persona elaborava le proprie idee e compiva le proprie scelte di vita, si effettuava in un ambito limitato e richiedeva comunque un impegno, una valutazione ponderata, oltre che un confronto con gli altri. Nell’era delle app gratuite e immediate, ogni informazione è sempre più a portata di mano e chiunque può costruirsi in tempi rapidi un proprio mondo virtuale in base ai propri interessi e orientamenti ideali: non attendo più il tg, per scoprire come va il mondo ma, in qualunque momento della giornata, posso selezionare le notizie di maggiore interesse per me, negli ambiti che più si addicono a pelle alla mia sensibilità. In mezzo a una quantità diluviale ed eterogenea di contenuti, gli utenti tendono a diventare sempre più specialisti, quando non addirittura monotematici.

Nascono così le community virtuali veicolate dai gruppi sui socialnetwork e su Whatsup, caratterizzate dalla sostanziale omogeneità di vedute dei loro membri: tutti devono pensarla uguale o, quantomeno, pensarla in modo non troppo distante dall’amministratore o dal moderatore. Chiunque, in modo acceso o pacato che sia, esprima un benché minimo dissenso è etichettato, a torto o ragione, come troll, come fake profile o come spia. La maggior parte di questi gruppi sono chiusi non solo nel senso che si riservano la selezione all’ingresso – un po’ come avviene nei locali alla moda… – ma anche in quanto non aperti né alla discussione, né all’evoluzione ragionata delle posizioni di ciascuno. Tali comunità sono quasi sempre dogmatiche e tendenzialmente chiuse in se stesse; ogni nuovo contributo o scambio di informazioni deve avere quale unico scopo il consolidamento dell’idea iniziale condivisa, generando autocompiacimento o indignazione a seconda delle circostanze. È anche per questo che, in genere, tali gruppi hanno un numero limitato di membri, che normalmente nel tempo tendono a calare, vuoi per l’intolleranza verso le voci dissenzienti, vuoi per la noia di chi, dopo un po’, cerca nuovi stimoli intellettuali.

La società d’oggi presenta, in più larga scala e con tutte le varianti del caso, i medesimi meccanismi delle comunità virtuali. È come se vivessimo in un gigantesco arcipelago composto da una miriade di isolette vicine tra loro ma non abbastanza da incoraggiare un continuo trasbordo da una all’altra. In altre parole, sta venendo meno il sale del dibattito e dell’apertura mentale che richiedono due doti piuttosto rare e, in un certo senso, inscindibili: l’umiltà di riconoscere la fallacità delle nostre idee e il coraggio di confrontarsi con l’altro, senza timore di perdere la partita. Il risultato è che, quando il confronto avviene, si parte prevenuti e i toni sono oltremodo aggressivi.

Questa scarsa propensione al dibattito non si registra solamente in ambito politico o sulla falsariga dell’ormai logora dicotomia destra/sinistra ma anche all’interno di sistemi di pensiero o di valori che, sulla carta, dovrebbero essere più omogenei. Prendiamo un tema attuale ormai da qualche anno, come le migrazioni: le opinioni sono polarizzate al punto da non tollerare posizioni intermedie o un minimo sfocate. Se osi parlare anche timidamente di trattamento umano o di integrazione per i migranti, ti appiopperanno l’etichetta di scafista o fautore della sostituzione etnica. Se, al contrario, invochi un minimo di legalità e ordine, azzardando l’impronunciabile adagio ‘aiutiamoli a casa loro’, sarai soltanto un fascista xenofobo. In questo, come in altri ambiti di discussione, inoltre, risulta pressoché impossibile approcciare il problema nella sua realtà concreta, senza fare riferimento agli opinion leader, si chiamino essi papa Francesco, Roberto Saviano, Matteo Salvini o, in questi giorni, Claudio Baglioni.

Anche la Chiesa, sciaguratamente, vive le stesse dinamiche e sempre meno riesce a realizzare la sua vocazione all’unità (cfr Gv 17,21), pur nella diversità dei carismi (cfr 1Cor 1,10-13; 12,12-27). La possibilità di conoscersi e confrontarsi maggiormente tra fedeli, fortemente dilatata dai social, da un lato ha rafforzato le amicizie, dall’altro ha fatto emergere diffidenze e lacerazioni. L’ostilità a papa Bergoglio di una ampia parte dei cattolici, contrapposta a chi il successore di Pietro lo difende (spesso rasentando un fanatismo uguale e contrario) è solo lo specchietto per le allodole di molte altre contrapposizioni: ad esempio tra chi crede alle apparizioni di Medjugorje e chi no o tra i nostalgici della liturgia vetus ordo e chi ama le schitarrate in chiesa. Nascono allora fazioni talmente ostili tra di loro da non parlarsi praticamente mai, serbandosi vicendevolmente un eterno rancore. Anche in questi ambiti è il fideismo a prevalere, quando, in realtà, la fede cristiana non dovrebbe essere affatto ostile alla ragione e, quindi, al dibattito, nel senso più nobile del termine. Un dibattito il cui obiettivo finale non è l’imposizione delle nostre idee e nemmeno un compromesso a tutti i costi, ma il perseguimento della Verità, bene di tutti, anche di chi la avversa. Lo stesso Gesù, del resto, era assai propenso al dibattito e non si sottraeva mai al confronto con i farisei che pure lo detestavano. Cristo è Verità e si è fatto mettere in discussione. È Amore e si è lasciato odiare. È Vita e si è lasciato morire. Lo abbiamo pensato qualche volta o eravamo troppo impegnati a distribuire etichette di cristianità ai nostri fratelli nella fede?