Il mare: un dono di Dio da proteggere e rispettare

Proviamo a immaginarlo in particolare durante le nostre #vacanze balneari, mentre prendiamo il sole in spiaggia, sotto l’ombrellone, circondati da centinaia di bagnanti, con la musica ad altissimo volume, venditori ambulanti che ti offrono cocco e braccialetti, bambini alle prese con i loro castelli di sabbia, ragazzi che giocano a racchettoni, famiglie che prendono il largo in pedalò, muniti di maschera, pinne e boccaglio: nei nostri antenati, il mare destava inquietudine e sacro timore. L’elemento marino era considerato una forza oscura, quasi demoniaca, completamente indomabile da parte dell’uomo.

L’immaginario della cultura giudaica era popolato da una grande varietà di leggendari mostri marini, molti dei quali esplicitamente citati dalle Scritture: il Leviatano, pesce dalle dimensioni enormi e dalla forma serpentina (cfr Is 41); il Rahab, a metà strada tra un cetaceo e un ippopotamo (cfr Gb 40,15-24); per non parlare della Bestia del mare di apocalittica memoria (cfr Ap 17,8). Soltanto Dio poteva dominare la malvagia potenza talassica: “Il Signore degli eserciti solleva il mare e ne fa mugghiare le onde” (Ger 31,35). Lo stesso Mosè, che era stato salvato neonato dai flutti marini (cfr Es 2,5-6), porta in salvo il popolo israelitico proprio attraversando il Mar Rosso. Per mezzo del profeta, il Signore interrompe le leggi naturali mortifere, proteggendo i suoi figli prediletti, per poi scatenarle contro l’esercito del Faraone, loro aguzzino (cfr Es 14,26-28). È ancora l’Apocalisse a profetizzare: “Vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più” (Ap 21,1).

Nei Vangeli vediamo gli Apostoli disperati, sul punto di annegare in una tempesta nel Mare di Galilea. Appare Gesù e le sue parole sono simili a quelle di un esorcismo: “Sgridò il vento e disse al mare: Taci, calmati! Furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: Chi è costui al quale anche il vento e il mare obbediscono?” (Mc 4,35-41). La pesca miracolosa di Pietro (cfr Lc 5,1-11) e Gesù che cammina sulle acque (Mt 14,22-26; Mc 6,45-52; Lc 8,22-25; Gv 6, 16-21) sono altre due immagini che parlano da sole.

Leggi di più:  Scintilla di luce della Parola

È non meno significativo che gli asceti, gli uomini di fede, i teologi e, in tempi recenti, anche i papi non abbiano mai frequentato località marittime ma abbiano sempre privilegiato la montagna come luogo simbolico di ascesa ed ascesi verso Dio. Tradizionalmente, la montagna è sempre stata meta di gruppi scout e parrocchiali giovanili, mentre soltanto in tempi assai recenti, sono nate le prime “missioni di spiaggia”, spesso anche finalizzate a recuperare tante pecorelle smarrite nella movida balneare.

L’uomo moderno, al contrario dei suoi progenitori, non ha più paura del mare. È in grado di dominarlo e navigarlo grazie alla tecnologia, oltre che sfruttarlo economicamente: si pensi alla pesca e anche al business sulla pelle dei migranti africani, con le ben note tragedie ad esso legate. Mentre tutti sanno degli appelli di papa Francesco affinché si fermino i naufragi dei boat people e il Mediterraneo cessi di essere un’enorme “tomba liquida”, sono passati decisamente più in sordina gli ammonimenti da parte del Santo Padre e di altri rappresentanti della Santa Sede in merito alle condizioni lavorative dei pescatori e dei marittimi, che in molti casi si configurano come veri e propri soprusi contro la dignità umana. A conclusione dell’Angelus dello scorso 8 luglio, in occasione della Domenica del Mare, il Pontefice ha rivolto una preghiera per i pescatori, per i marittimi, oltre che per i volontari e i cappellani dell’Apostolato del Mare, ricordando poi “coloro che in mare vivono situazioni di lavoro indegno; come pure per quanti si impegnano a liberare i mari dall’inquinamento”.

Se un tempo, il mare era visto come forza misteriosa, oscura e invincibile, al giorno d’oggi si è passati all’eccesso opposto: una visione predatoria e utilitaristica delle risorse naturali, frutto di una mentalità secolarizzata, ha condotto a uno sfruttamento scriteriato degli oceani, che sta danneggiando seriamente tanto l’ecosistema quanto le persone che vi lavorano o vi vivono a stretto contatto. La Chiesa ne è pienamente consapevole, come dimostrano le osservazioni impresse da papa Francesco nell’enciclica Laudato si’, dove il Santo Padre mette in guardia in particolare dal “crescente problema dei rifiuti marini” (LS 174) e dall’inquinamento prodotto dal biossido di carbonio, che “aumenta l’acidità degli oceani e compromette la catena alimentare marina” (LS 24), dai “detergenti” e dai “prodotti chimici” che “continuano a riversarsi in fiumi, laghi e mari” (LS 29).

Leggi di più:  Unioni civili: quella del Papa è un’opinione personale

Nella medesima enciclica, il Papa denuncia il “prelievo incontrollato delle risorse ittiche, che provoca diminuzioni drastiche di alcune specie”, in particolare di “certe forme di plancton che costituiscono una componente molto importante nella catena alimentare marina, e dalle quali dipendono, in definitiva, specie che si utilizzano per l’alimentazione umana” (LS 40). Notevole il danno apportato anche alle “barriere coralline che corrispondono alle grandi foreste della terraferma, perché ospitano approssimativamente un milione di specie, compresi pesci, granchi, molluschi, spugne, alghe” e che, a causa dell’inquinamento, in molti casi “oggi sono sterili o sono in continuo declino” (LS 25). Francesco lancia poi l’allarme riguardo all’“innalzamento del livello del mare”, dovuto ai cambiamenti climatici, che “colpisce principalmente le popolazioni costiere impoverite che non hanno dove trasferirsi” (LS 48); ciò “può creare situazioni di estrema gravità se si tiene conto che un quarto della popolazione mondiale vive in riva al mare o molto vicino ad esso, e la maggior parte delle megalopoli sono situate in zone costiere” (LS 24).

Con l’avanzare della modernità, nel rapporto con l’elemento marino, l’uomo ha preteso, in qualche modo, di sostituirsi al Creatore. Trovare un giusto equilibrio, senza ovviamente tornare alle antiche ancestrali paure, avrebbe dunque una ripercussione virtuosa non solo sul piano ecologico ma anche antropologico e, persino teologico…