Il Papa e la scommessa di una Pace “scomoda”

Papa Francesco Vladimir Putin
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Papa Francesco ultimamente non gode di ottima salute. Giovedì scorso, all’udienza ai partecipanti all’Assemblea plenaria dell’Unione Internazionale delle Superiore Generali (UISG), si è dovuto presentare in sedia a rotelle, a causa dell’acutizzarsi del suo dolore al ginocchio, per il quale servirà un piccolo intervento. “Ci vuole anche un po’ di dolore, di umiliazione…”, ha commentato il Santo Padre nella sua ultima intervista al Corriere della Sera. Le condizioni in cui versa il Pontefice – cui rivolgiamo le nostre preghiere e i nostri auguri di pronta guarigione – sembrano quasi essere la metafora dell’impotenza e dell’oggettiva difficoltà in cui lui stesso e la Chiesa versano nel contesto dell’attuale crisi diplomatica mondiale.

Le parole del Papa non erano mai state così cariche di amarezza e delusione. Mai la Santa Sede e la diplomazia vaticana si erano trovate in una posizione così scomoda e destinata all’incomprensione della maggior parte delle cancellerie mondiali. La maggior parte dei governi continua, in un modo o nell’altro, a fomentare la guerra in Ucraina. I popoli, al contrario, non vogliono la guerra, a partire dalle persone umili che si vedono sottratte ulteriori risorse pubbliche, dopo anni di crisi occupazionali e pandemie. Papa Francesco è uno dei pochi leader mondiali a sostenere una posizione genuinamente a favore della pace, rispecchiando così il vero sentire della gente comune.

Il punto di vista di Bergoglio, tuttavia, va oltre la contingenza e oltre ogni approccio pragmatico. Sono almeno sei anni che il Santo Padre ammonisce sulla realtà della nuova “guerra mondiale combattuta a pezzi”, sul traffico di armi e sul rischio di un conflitto nucleare. In sei anni, quella del Pontefice è rimasta una “vox clamans in deserto”. Oggi che i suoi allarmi si sono rivelati profetici e fondati, la stragrande maggioranza della stampa mondiale tende a fare spallucce davanti agli appelli che arrivano da Oltretevere.

Per anni acclamato e osannato in merito ad altre sue prese di posizione – una su tutte: l’accoglienza dei migranti – il Pontefice argentino si ritrova ora isolato e sostanzialmente impossibilitato ad avviare un canale di dialogo con i potenti del momento. Un dato è significativo: il Papa sta cercando un’interlocuzione principale proprio con colui che la comunità internazionale indica come il principale responsabile della guerra: Vladimir Putin. Tramite il cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, Francesco ha trasmesso al Cremlino il messaggio della sua disponibilità ad “andare a Mosca”.

Il viaggio in Russia del Vescovo di Roma, da così tanti anni sognato e caldeggiato dai sostenitori dell’ecumenismo, viene rilanciato proprio nel momento in cui appare più improbabile e sconveniente: è il segno di una speranza che va oltre tutte le evidenze umane. Un approccio quasi “mistico”, cui fa però da contrappunto un realismo da capo di Stato: “Non abbiamo ancora avuto risposta e stiamo ancora insistendo, anche se temo che Putin non possa e voglia fare questo incontro in questo momento”. Il Papa sembra quindi privilegiare la “via stretta” – e più che mai evangelica – del confronto privilegiato con il “cattivo di turno”.

Certo, apparirebbe più semplice e non meno auspicabile che la Santa Sede anteponesse il dialogo con i leader occidentali – Draghi, Biden, Johnson, Macron, Scholz, Von Der Leyen – e con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ma la scelta è stata di diverso segno, nonostante tutto remi contro, anche sul piano del dialogo ecumenico. Francesco ha infatti ammonito duramente il Patriarca Kirill, accusato di comportarsi da “chierichetto di Putin”. Di fronte alle “giustificazioni alla guerra” apportate da Kirill, Bergoglio ha afferrato il toro per le corna e, nel loro colloquio via Zoom, ha detto al Patriarca: “Fratello, noi non siamo chierici di Stato, non possiamo utilizzare il linguaggio della politica, ma quello di Gesù. Siamo pastori dello stesso santo popolo di Dio. Per questo dobbiamo cercare vie di pace, far cessare il fuoco delle armi”.

Nel suo usare il “bastone”, poi, il Vescovo di Roma non risparmia l’Occidente e punta il dito contro “l’abbaiare della Nato alla porta della Russia”, che avrebbe indotto il Cremlino a invadere i confini ucraini: “Un’ira che non so dire se sia stata provocata” ma “facilitata forse sì”, ha detto.

Nell’ora più buia della guerra, le ragioni della Chiesa e della Pace stanno incontrando gli ostacoli più grandi. In questo scenario, il Papa e la diplomazia vaticana potrebbero anche permettersi delle strategie più prudenti, sbilanciandosi verso i loro abituali interlocutori occidentali. L’orientamento scelto va in tutt’altra direzione. Una direzione rischiosa, poco confortevole, indubbiamente non comprensibile, né facilmente accettabile per chiunque. Proprio perché si ritrova davanti alla sfida più grande dell’ultimo secolo, la Chiesa, nella figura del successore di Pietro, ha scelto di alzare la posta. Evidentemente non è più tempo per mezze misure o compromessi. Il messaggio riguarda tutti noi e probabilmente rappresenta un segno dei tempi: ci piaccia o no, saremo disposti ad ascoltarlo?

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