La preghiera al tempo del Coronavirus

Ha suscitato sorpresa, e anche amarezza, la decisione, da parte di un buon numero di diocesi del Nord Italia, di sospendere le messe in pubblico, a causa dell’inarrestabile diffusione del #Coronavirus. In altre aree del Paese, intanto, è stato invece semplicemente consigliato di non effettuare lo scambio della pace – onde evitare il contatto fisico tra fedeli – e di ricevere la sacra comunione sulla mano e non in bocca. La reazione piuttosto contrariata da parte di molti laici (basta leggere i commenti sui soliti socialnetwork…) lascia emergere quanto ancora consistente, sebbene minoritaria, sia quella parte di popolazione che attribuisce un’importanza primaria alla vita sacramentale e, in particolare, all’eucaristia quotidiana o settimanale. Erano decenni, probabilmente secoli, che nella Chiesa italiana non veniva preso un provvedimento così drastico nella pratica liturgica. Ciò che ha lasciato perplessi molti fedeli è stato il diverso trattamento riservato dalle istituzioni secolari ad altri luoghi ad alto affollamento, quali ad esempio, i centri commerciali o sportivi. Mentre le parrocchie, già di per sé poco frequentate, sono state completamente svuotate, si è assistito, in molte città, all’assedio dei supermercati, con carrelli in uscita traboccanti di generi alimentari, come se fossimo sull’orlo di un conflitto militare: quasi un “assalto ai forni” di manzoniana memoria.

Fermo restando il rispetto dovuto per le disposizioni episcopali, è impossibile non comprendere la delusione dei fedeli comuni. In effetti, non si ricordano, nel passato, episodi di celebrazioni sospese, né in tempo di guerra, né in occasione di pestilenze, calamità naturali o persecuzioni anticlericali. In mezzo a questo scenario di realismo forse esagerato, spiccano però una serie di messaggi incoraggianti, da parte di sacerdoti che, senza disattendere le prescrizioni dei loro vescovi, hanno invitato a riscoprire la comunione spirituale e a guardare ad un fatto negativo e inquietante, all’insegna della speranza cristiana. Anche nell’episcopato, spiccano pastori come il vescovo emerito di Carpi, monsignor Francesco Cavina, che ha definito la pandemia da Coronavirus come un evento che, “ancora una volta, ci porta a confrontarci con la verità della condizione umana, in quanto ne mette a nudo la debolezza e la fragilità” ma che, al tempo stesso, “costituisce un richiamo all’esercizio della virtù dell’umiltà, la quale – quando è vera – ci porta ad inginocchiarci davanti al Signore per comprendere chi è veramente l’uomo”. Il presule, quindi, ammonisce: “Un mondo ridotto solo a lavoro, organizzazione, tecnica e scienza, in cui manca la preghiera e la contemplazione, diventa una sorta di inferno”. E invita i fedeli “a pregare il santo Rosario perché anche questa sofferenza si trasformi in grazia”.

Leggi di più:  La cannabis? Non sarà mai “light”… Una risposta a Saviano

Da parte sua, il patriarca di Venezia, monsignor Francesco Moraglia, ha disposto che, per l’inizio della Quaresima, le campane delle chiese lagunari suonassero a distesa per lanciare un “grido di speranza” rivolto all’intera comunità ecclesiale, in un momento di “particolare emergenza”. Mercoledì scorso, al termine della Messa per le Ceneri, lo stesso monsignor Moraglia ha impartito la benedizione eucaristica all’intera città di Venezia, davanti al portale della cattedrale di San Marco: si è trattato, spiega una nota del Patriarcato, di “un gesto di vicinanza e solidarietà con tutta le comunità ecclesiale e civile ed in particolare con chi soffre per l’emergenza coronavirus e con i tanti parroci e fedeli che vivono in queste ore con dolore il fatto di non poter celebrare nelle consuete modalità comunitarie l’inizio solenne del tempo di Quaresima”.

Don Michele Berchi, rettore del santuario della Madonna Nera di Oropa (Biella), ha ricordato che la preghiera costante e comunitaria ha la forza di sconfiggere le pandemie: “Sin dalle prime notizie sulla diffusione in Cina del virus Covid-19, a Oropa abbiamo pregato per i malati e per tutte le persone che ne soffrono le conseguenze, chiedendo alla Madonna di Oropa di intercedere per la loro guarigione e per la fine del contagio”, ha spiegato don Michele. Un richiamo che, non causalmente, arriva nel quarto centenario del voto che i biellesi fecero alla Madonna Nera nel 1620, scongiurando una pericolosa pestilenza e rafforzando così la loro devozione mariana.

Calde lacrime sono quelle versate da don Gabriele Bernardelli, parroco a Castiglione d’Adda, in una delle aree più colpite dalla diffusione del virus. “Non ho vergogna a dirvi che ieri, dinanzi al tabernacolo e alla statua dell’Assunta, anch’io ho pianto”, ha confidato il sacerdote in una lettera aperta ai suoi parrocchiani. Un avvenimento spiacevole, imprevisto e dalle conseguenze imprevedibili, come quello dell’attuale pandemia “ci porta a considerare come nel mondo siamo ormai un’unica grande famiglia”, ha proseguito il parroco. La sospensione delle celebrazioni eucaristiche in pubblico dà luogo ad una situazione in cui si è tentati dal “lasciarsi andare spiritualmente, diventando apatici nei confronti della preghiera, ritenuta inutile”, ha preso atto don Gabriele. Invece, è proprio nella prova che è necessario “incrementare la preghiera, che sempre apre le situazioni a Dio”. Anche il parroco di Castiglione d’Adda ha fatto suonare le campane, affinché, a quel segnale, i fedeli si unissero al “Sacrificio del Signore per tutti”, da lui celebrato in privato. Domenica scorsa, poi, don Gabriele, uscendo sul sagrato della chiesa, ha benedetto con il Santissimo Sacramento l’intero paese e i suoi parrocchiani. Questo umile e coraggioso parroco è l’incarnazione vivente di due virtù sacerdotali che spesso vengono date per scontate: l’obbedienza al proprio vescovo e il legame affettivo con il proprio popolo; per usare un’espressione cara a papa Francesco, siamo di fronte ad un “pastore con l’odore delle pecore”.

Leggi di più:  Frossard, Pauwels, Lustiger: tre grandi conversioni nella Parigi del secolo scorso

Vogliamo concludere con una saggia considerazione formulata nei giorni scorsi da Costanza Miriano, sul suo blog: “Il tasso di mortalità della vita umana è del 100%, come mi ha detto un amico oggi, ed è esattamente per questo che ci interessa uno che è risorto”. Parole che, in maniera indiretta, ci richiamano ad uno dei passi evangelici più scomodi e impegnativi che si conoscano: “[…] chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?” (Mt 16,25-26). Posta la questione in altri termini, potremmo chiederci: ci interessa di più la nostra salute terrena o la vita eterna?