Mottarone: voglio trovare un senso a questa storia

Funivia crollata Stresa-Mottarone 23 maggio 2021
Foto: Porta a porta - Screenshot

Ancora una volta ci ritroviamo faccia a faccia con il mistero della morte e dell’ingiustizia. Con una conferma: più rimuoviamo dalle nostre menti l’idea della morte, più l’impatto con la morte stessa sarà traumatico e doloroso. Così è stato anche con la tragedia della funivia del Mottarone. Quattordici vite spezzate. Grande è la rabbia, quando si scopre che un episodio così funesto si poteva facilmente evitare. Sbaglieremmo, però, se, dopo un episodio del genere, ci limitassimo a invocare giustizia o, peggio, a mettere alla gogna il colpevole. Meno facile ma più opportuno sarebbe interrogare la nostra coscienza, comprendere quanto siamo veramente sensibili alla preziosità della vita, come ci saremmo comportati noi nella stessa circostanza e se questo terribile fatto cambierà anche solo di un briciolo la nostra visione del mondo.

Come cantava Vasco Rossi, vorremmo anche noi “trovare un senso a questa storia”. Con la consapevolezza che questa storia un senso ce l’ha ma non possiamo pretendere di scoprirlo per intero in questa vita. Possiamo quindi approcciarci in punta di piedi alla vicenda e individuare piccoli frammenti di verità, chiavi di lettura, minuscole crepe da cui fanno capolino spicchi di luce.

La prima considerazione che sorge spontanea riguarda la banalità del male. L’azione del maligno non si manifesta soltanto in forme clamorose, quali le guerre, i genocidi o le stragi malavitose. Responsabile reo confesso del crollo della funivia Stresa-Mottarone non è un serial killer o uno psicopatico con precedenti per droga, ma un tranquillo e attempato signore di 64 anni, divenuto capo servizio della stessa funivia per la quale lavorava da quarant’anni. Un uomo forse anche onesto che, in un momento di debolezza, ha ceduto all’avidità e ora ha sulla coscienza ben quattordici morti. In carcere, Gabriele Tadini ha affermato: “Mi sento un peso enorme sulla coscienza. Prego e faccio i conti con me stesso e faccio i conti con Dio”. Come confermato dal suo avvocato, Tadini sarebbe una persona “molto credente”. Avere fede, però, di per sé, non esime nessuno dal commettere errori anche molto gravi. L’Antico Testamento ne è una dimostrazione: per fare soltanto due esempi, Davide commette adulterio e poi – a conseguenza di ciò – omicidio, mentre Esaù tenta di ammazzare il fratello Giacobbe. Tra la nostra fede e la nostra opzione per il bene, c’è soltanto la nostra libertà di figli di Dio.

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Assistendo attoniti allo schianto di quella funivia, abbiamo colto un’altra verità spesso dimenticata: chiunque può perdere la vita in qualunque momento. Si può morire non solo di malattia e in età avanzata ma anche in gioventù, improvvisamente e in un momento lieto e spensierato come quello di una vacanza attesa quasi due anni. La pandemia di Covid-19, da un lato, ha risvegliato la paura della morte in una generazione che non aveva fatto mai la guerra, né la fame. Dall’altro lato, proprio a causa della disabitudine alla morte, è esplosa in molti la psicosi del controllo totale e assoluto sulla propria vita, sul proprio corpo e sulla propria salute. Una pretesa dietro cui forse c’è l’inconscia illusione di poter essere immortali o magari l’incapacità di vivere bene ogni attimo come un dono, proprio a causa di questa smania di controllo che rende oltremodo ansiogena l’esistenza.

Anche osservata dal punto di vista delle vittime, la tragedia del Mottarone offre spunti significativi. C’è un unico superstite nel crollo della funivia: Eitan Biran, 5 anni, israeliano, ha perso la mamma, il papà e il fratello minore e due bisnonni. L’abbraccio disperato del padre ha in qualche modo attutito il colpo, salvando la vita al bambino, poi risvegliatosi dal coma ma ancora sotto choc. Il sacrificio di un padre per il figlio, il grande che dà la vita per il piccolo, il forte che corre in soccorso del debole: è questo il vero motore che fa girare l’umanità e che può trasformare un deserto in un giardino fiorito. Per una generazione così stanca di vivere e così rinchiusa in se stessa, quel gesto – pur nella sua semplicità – non è né scontato, né può lasciarci indifferenti.

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Ultimo ma non ultimo: perché in quella tragica caduta, l’unico sopravvissuto è un bambino di cinque anni, che, in un istante, ha perso tutta la famiglia, per lo più in un paese straniero? La crudeltà dell’episodio è inenarrabile. Qual è il destino di Eitan? Perché si è salvato proprio lui? Qual è ora il piano di Dio per lui? Di fronte a domande così poco banali, cala il silenzio. La risposta non è affatto dentro di noi. Ma c’è.