Neocolonialismo: l’Africa inizia a ribellarsi

Sabato scorso, 2 marzo 2019, due manifestazioni hanno calcato le piazze di Milano e Roma. La prima ha portato in strada circa 200mila persone per condannare il razzismo e dire sì all’integrazione e alla solidarietà tra italiani e immigrati. La seconda, molto meno pubblicizzata e completamente ignorata dai principali organi di stampa, ha portato in Piazza Vittorio Emanuele, simbolo della Roma multietnica, alcune centinaia di esponenti delle comunità africane per contestare il signoraggio che la Francia pratica in parecchie delle sue ex colonie.

Due manifestazioni contrapposte? In linea di principio no. Eppure, se si osservano le due piazze alla lente di ingrandimento, emergono due visioni piuttosto distanti del mondo attuale. La piazza di Milano pone l’accento su un problema che, a prescindere dal suo effettivo radicamento nella società italiana, è soltanto uno degli effetti ultimi di un fenomeno molto più ampio e complesso: quello dell’immigrazione in un mondo globalizzato. A Milano, poi, l’organizzazione dell’evento è stata totalmente gestita da italiani “autoctoni” (partiti, sindacati e personaggi della cultura e dello spettacolo, in primis), con gli immigrati a fare poco più che da comparsa. Inoltre, sono state affrontate poco o per nulla le problematiche che – xenofobia a parte – turbano la quotidianità degli stessi immigrati: mancanza di lavoro, sfruttamento, difficoltà di integrazione, criminalità.

Assai diversamente sono andate le cose a Roma, dove l’iniziativa è partita dagli immigrati stessi, sotto il coordinamento del Movimento Panafricanista. I manifestanti erano per lo più originari delle ex colonie francesi, ovvero i paesi segnati da un maggiore sottosviluppo e quindi da tassi molto alti di emigrazione, in primo luogo verso l’Europa. Uno dei principali motivi della spaventosa arretratezza in cui versano quattordici di questi paesi (Benin, Burkina Faso, Camerun, Ciad, Congo Brazzaville, Costa d’Avorio, Gabon, Guinea Bissau, Guinea Equatoriale, Mali, Niger, Repubblica Centrafricana, Senegal, Togo) sta nel sistema monetario che li accomuna. È infatti la Banca centrale di Francia a battere moneta e a garantire la convertibilità del franco fca con l’euro, impedendone così la svalutazione. Come contropartita, però, lo Stato francese pretende che queste nazioni versino nelle casse francesi l’equivalente del 50% delle loro esportazioni, pari a circa 10 miliardi di euro. Se da un lato i paesi che adottano il franco fca sono in qualche modo protetti dall’inflazione, dall’altro, il cambio fisso rende le loro merci troppo costose e poco competitive nelle esportazioni.

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“Con questo sistema monetario imposto dalla Francia all’Africa, noi non riusciremo mai [ad emanciparci, ndr]. L’unica cosa che possiamo fare è chiedere l’aiuto e il sostegno dell’umanità tutta intera”, ha dichiarato Mohammed Konaré, leader del Movimento Panafricanista, durante la manifestazione di sabato scorso a Roma. Konaré ha denunciato la “falsa indipendenza” che la Francia avrebbe concesso nei primi anni ’60 alle sue ex colonie, condizionandole con accordi che, in apparenza, lasciavano gli stati africani liberi di gestire la loro economia, quindi, eventualmente, di uscire dal sistema monetario comune del franco cfa. Nella realtà, però, questi governi sarebbero stati condizionati, nel corso degli anni, da una serie di sottili ricatti da parte di Parigi, che, a detta di molti osservatori, avrebbe ordito colpi di stato ai danni dei governi che avevano provato a ribellarsi ai cavilli monetari neocoloniali. In ogni caso, la Francia rimane fortemente determinata a controllare le risorse naturali di queste terre, in particolare il petrolio in Ciad e in Gabon e l’uranio nella Repubblica Centrafricana e in Niger.

Alla manifestazione di piazza Vittorio Emanuele non è mancata la presenza di italiani, tra cui due ragazze sui vent’anni: “Domani partiamo per il Senegal per il servizio civile – hanno raccontato – quindi vogliamo supportare la popolazione africana, quindi siamo qui, ci sembra una buona occasione”. L’Africa, ha fatto notare un manifestante ivoriano, è il continente più ricco di risorse, a essere povero è soltanto il popolo: “Siamo i primi produttori al mondo di cacao – ha detto – ma non possiamo permetterci di comprare nemmeno un barattolino di nutella”.

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La corruzione, le guerre civili, il traffico di armi e droga sono tutte conseguenze di una decolonizzazione incompiuta, che, comunque, non riguarda soltanto l’Africa francofona. Le conseguenze nefaste delle “nuove forme di colonialismo” sono state denunciate anche da papa Francesco, durante il suo viaggio in Kenya alla fine del 2015, quando rivendicò per le popolazioni africane il “sacro diritto alla terra, alla casa e al lavoro” e incoraggiò “iniziative di pianificazione urbana e cura degli spazi pubblici” che “prevedano la partecipazione della gente del luogo, cercando di contrastare le numerose disuguaglianze e le sacche di povertà urbana, non solo economiche, ma anche e soprattutto sociali e ambientali”. Durante il volo di ritorno a Roma da quella visita pastorale (che lo portò anche in Uganda e nella Repubblica Centrafricana), il Papa aveva denunciato: “L’Africa è vittima. L’Africa sempre è stata sfruttata da altre potenze. Dall’Africa venivano in America, venduti, gli schiavi. Ci sono potenze che cercano solo di prendere le grandi ricchezze dell’Africa. […] Ma non pensano ad aiutare a far crescere il Paese, che possa lavorare, che tutti abbiano lavoro”.

Intanto, sul continente nero, si allunga sempre più l’ombra “gialla”. La Cina è diventata il secondo investitore in Africa dopo gli USA: si pensi alla costruzione, completamente finanziata da Pechino, della Standard Gauge Railway, che collegherà Mombasa, il più importante porto dell’Africa orientale, con Nairobi. A quest’opera seguirà la realizzazione di un’imponente rete ferroviaria tra Kenya, Etiopia, Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan, Ruanda e Burundi. Il neocolonialismo cinese, quindi, rispetto a quello europeo e americano, avrebbe il “pregio” di non basarsi sul mero sfruttamento delle risorse, avendo avviato un vero e proprio sviluppo infrastrutturale che, alla lunga, potrebbe avere ripercussioni positive sul benessere delle popolazioni locali. Le ambizioni cinesi sull’Africa stanno ora entrando in conflitto con quelle occidentali, e in particolare francesi, al punto che sarebbe in corso un negoziato tra Parigi e Pechino per l’uscita dal franco fca, nell’arco di cinque anni, di sei stati, in particolare del Congo Brazzaville, dove i cinesi controllano il 40% della produzione del greggio. Se la Francia non accetterà, la Cina potrebbe addirittura imporre delle sanzioni.

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È paradossale, in ogni caso, che proprio le potenze con una tradizione cristiana alle spalle, non abbiano finora creduto nello sviluppo e nelle potenzialità di un continente come l’Africa. Lo sta facendo la Cina ma l’incognita è rappresentata dal fatto che l’“impero del dragone” non è mai stato un campione nel rispetto dei diritti umani. Se quindi la Francia o altri governi occidentali continueranno con le loro politiche predatorie, è probabile che l’Africa si ribellerà. E le conseguenze potrebbero essere imprevedibili.