Tafida in Italia: una rivincita per la vita e un’occasione di dialogo

Si dice che una foresta che cresce faccia molto meno rumore di un albero che cade. Ancor meno rumore fanno i numerosi fiori che sbocciano in mezzo alle foreste. Uno di questi fiori è stato, nei giorni scorsi, il trasferimento in Italia della piccola anglo-bengalese Tafida Raqeeb. Siamo di fronte a una delle più belle notizie degli ultimi mesi. Tafida, cinque anni, che soffre di una malformazione artero-venosa, è stata protagonista di una vicenda sanitario-giudiziaria che ricorda, per molti versi, quelle di Charlie Gard e Alfie Evans. Come per Charlie e Alfie, si è scatenata una gara di solidarietà internazionale, che, anche questa volta, ha visto l’Italia in prima linea. L’esito, però, è stato ben più felice.

Poco dopo il ricovero all’Ospedale Gaslini di Genova, Shelina Begum, madre di Tafida, ha dichiarato: «I medici inglesi continuavano a dire “non ce la farà”. Questo me lo sono sentito dire fino all’ultimo momento. Invece qui al Gaslini ho trovato speranza». La fine dell’incubo per Tafida, per la mamma Shelina e per il papà Mohammed, è arrivata lo scorso 3 ottobre, quanto l’Alta Corte di Londra ha dato finalmente il nulla osta al trasferimento in Italia della piccola. Un successo che è il risultato di un lavoro di squadra e non poteva essere altrimenti. Principali artefici dell’arrivo di Tafida a Genova sono infatti Citizen Go Italia e i Giuristi per la Vita, che, attraverso petizioni, campagne di sensibilizzazione e una paziente opera di mediazione con le autorità britanniche, hanno profuso tutto l’impegno possibile perché questa giovanissima vita fosse messa in salvo. Ora l’obiettivo è concedere la cittadinanza italiana a Tafida, affinché possa essere curata senza alcun ostacolo legale. «Tafida potrebbe avere ancora problemi dalle autorità inglesi e le spese per rimanere in Italia sono ingenti – ha spiegato ad Avvenire Filippo Savarese, direttore di CitizenGo Italia –. Noi abbiamo raccolto 280mila firme in tutto il mondo e 70mila euro di fondi e consideriamo Tafida già nostra concittadina».

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La gioia dei pro life e dei cattolici alla notizia del trasferimento di Tafida in Italia è stata grande, seppure alcuni avessero manifestato perplessità sul diverso trattamento riservato a Tafida rispetto a Charlie e Alfie. È noto che, secondo le leggi non scritte del politicamente corretto, i tribunali britannici tendono ad elargire privilegi e corsie preferenziali a chi si professa musulmano. Beninteso: salvare la vita di Tafida era, come minimo, giusto e sacrosanto; sono Charlie e Alfie ad essere stati vittime di un’incommensurabile ingiustizia e di un atroce abominio. Questa disparità di trattamento, tuttavia – ammesso e non concesso che la diversa appartenenza religiosa dei tre piccoli pazienti abbia realmente influenzato le rispettive corti – non deve turbare più del dovuto. Se, sul piano umano, è comprensibile la perplessità e l’amarezza di taluni cristiani rispetto a questa vicenda, sul piano sovrannaturale, va letto tutto in un’ottica di salvezza e di un disegno provvidenziale che trasforma il male in bene.

Charlie e Alfie, battezzati entrambi alla fede cattolica romana, sono ora nella gloria di Dio, accomunati nel martirio ai Santi Innocenti trucidati da Erode, assieme ai quali, ci piace pensare che abbiano interceduto per salvare la vita di una piccola innocente musulmana. Un destino che riporta alla mente i miracoli che Gesù operava indistantamente per tutti, ebrei, gentili e pagani, come testimoniano la guarigione del servo del centurione (cfr Lc 7,1-10) o l’esorcismo a beneficio della figlia della donna cananea (cfr Mt 15,21-28).

In un’ottica più terrena, ma sempre con un occhio al Cielo, infine, possiamo vedere l’arrivo di Tafida in Italia come un’occasione di dialogo interreligioso da non sciupare assolutamente. Il vero incontro tra le tradizioni religiose, infatti, non chiama in causa tanto astratte argomentazioni teologiche, né, a un livello più banale, dovrebbe prestarsi a un’interpretazione riduzionista, per cui un cristiano dovrebbe minimizzare o, peggio, rinnegare le proprie tradizioni e credenze (si pensi al presepe a Natale o alle ricorrenti querelle sui menu nelle mense scolastiche) pur di non urtare la presunta sensibilità di un musulmano. Lo straordinario affetto manifestato da tanti cattolici italiani a questa bambina musulmana e alla sua famiglia ci proietta felicemente verso il nucleo nobile del dialogo interreligioso: avvicinarsi all’altro nella sofferenza e, soprattutto, in ciò che è più caro ad ogni cuore umano, ovvero l’amore per la vita. Senza diventare oggetto di alcuna forma di proselitismo religioso, la mamma e il papà di Tafida, qualunque sarà il destino della loro bambina, si ritroveranno traboccanti di gioia e di gratitudine, davanti a tanta disinteressata solidarietà e potranno così toccare con mano la carità cristiana, quella carità “paziente”, “benigna”, “non invidiosa”, che “non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità”. Quella carità che “tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” e che, soprattutto, “non avrà mai fine” (1Cor 13,4-8).

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