Ridere e riflettere sulla vita: l’eredità di Alberto Sordi nel suo centenario

Nel suo piccolo, è una buona e lieta notizia: la mostra per il centenario della nascita di Alberto Sordi, prevista tra marzo e giugno e poi annullata causa pandemia, è stata riprogrammata dal 16 settembre 2020 al 31 gennaio 2021 e sarà visitabile presso la casa-museo dell’attore romano. Lunedì prossimo, 15 giugno, infatti, ricorre la nascita di un grande artista, destinato in qualche modo all’immortalità. Sordi è uno dei pochi attori della sua generazione, il cui nome è ancora inciso nella memoria collettiva, anche tra i più giovani. Per due motivi: meglio di ogni altro, sapeva cogliere la quintessenza dell’italiano medio, interpretandolo in tutte le sue sfaccettature e in tutte le sue evoluzioni storico-sociali; anche nelle sue performance più comiche e caricaturali, ha sempre fatto riflettere sulla vita vissuta. Le storie dei suoi film erano profondamente vere, credibili, sincere, chiunque poteva identificarvisi. Ciò che le rendeva una spanna sopra la media era la magia dello humour di cui Sordi era maestro assoluto.

È noto che, per un attore, normalmente le parti comiche risultino più difficili di quelle drammatiche. Far ridere, in un certo senso, richiede un salto di qualità particolare. Una buona battuta, che non sia scontata, che non sia una banale ‘freddura’, richiede intelligenza, intuito e spirito, che sono tutti doni divini. E il riso, anche quando amaro, è sempre qualcosa che porta allegria, gioia, distensione e distacco dal mondo. Far ridere, in definitiva, è divino e c’è da scommettere che Alberto Sordi, uomo profondamente credente, ne fosse consapevole. «Vado a messa, mi confesso, prego ogni giorno, credo nei dogmi e non li discuto – raccontò nel 2000 in un’intervista rilasciata a 30 Giorni –. È bello credere, e non si crede facendo tanti ragionamenti: io sono cristiano, la vita mi ha sempre più convinto che il cristianesimo è vero. Che bisogno c’è di ragionarci su?».

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Lui stesso era cresciuto in un’umile famiglia molto cattolica di Trastevere. All’età di sei anni, un episodio lo segnò per sempre: quando a Roma le autovetture erano ancora rarissime, il piccolo Alberto venne sfiorato da una macchina in corsa vicino casa, rimanendo illeso per una questione di centimetri. Un vero miracolo, secondo la mamma Maria, che, sull’onda dell’emozione, portò immediatamente il figlio presso la non lontana basilica di Santa Maria in Trastevere, ringraziando la Madonna per aver salvato la vita al bambino. La devozione mariana di Sordi non fu mai un mistero. L’attore aveva la casa piena di statue della Vergine e, come confermato anche da Carlo Verdone, non usciva mai senza aver lanciato un fiore verso una di queste statue in giardino. La sua abitazione, oltretutto, si presentava con arredi piuttosto austeri per un divo del cinema e non vi si trovavano foto incorniciate assieme ad altri attori. In compenso ve n’erano molte di San Giovanni Paolo II, di cui Sordi era coetaneo ed amico. Il pontefice cui fu più affettivamente legato era però San Giovanni XXIII, che aveva conosciuto quand’era ancora patriarca di Venezia, durante una Mostra del Cinema. «Fin da allora lo ricordo come una persona molto gentile. Era un Papa a cui tutti i romani si erano affezionati, come ad un buon parroco», disse Sordi nella già citata intervista a 30 Giorni.

Per Sordi la religiosità e lo spettacolo erano un po’ due facce della stessa medaglia. Lui stesso l’aveva scoperto assai precocemente, quando faceva il chierichetto. «Immaginavo che i fedeli in preghiera fossero il mio pubblico – raccontò un giorno l’attore – agitavo l’incensiere, facevo piroette e cantavo a voce altissima. E ogni tanto il parroco scendeva dall’altare e diceva “ma che stai a fa’?”. E volavano sonori schiaffoni, con la gente che rideva». Anche il suo modo di intendere la vita, se lo si osserva in controluce, era di impronta cattolico-mariana: realismo sulla natura umana e profonda indulgenza versi i peccati. «Certo non mi ritengo un santo, ma per questo c’è la confessione… – spiegò Sordi –. La nostra pratica religiosa è sempre accompagnata dalla confessione: vieni perdonato dal prete, poi ricadi nello stesso peccato e torni a confessarti facendo il proposito di non ricaderci più. E stai di nuovo come un santo. L’importante è essere sinceri e non barare con il Padreterno. Tanto, dove non arrivo io arriva lui!». Una concezione che, per certi versi, era riflessa anche nei personaggi dei suoi film: opportunisti, manipolatori, talora anche cinici ma mai davvero odiosi. Persino il mitico dottor Guido Tersilli, medico della mutua dell’omonima pellicola, che fa carriera sulla pelle dei suoi pazienti, riesce a suscitare simpatia. A maggior ragione ci è simpatico il marchese Onofrio Del Grillo, che non risparmia i suoi terribili scherzi nemmeno al Papa. Senza trascurare il vigile Otello Celletti, che scende a compromessi col potere non per fare carriera ma per salvare un minimo di armonia familiare.

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Un risvolto molto discusso della personalità di Alberto Sordi era il suo rapporto col denaro. Se nel jet set aveva la fama di taccagno, lontano dai riflettori, l’attore era capace di gesti di straordinaria generosità, di cui però mai si vantava. Gesti rivolti pressoché esclusivamente a chi ne aveva veramente bisogno, come i mendicanti che, tutte le domeniche, incontrava lungo il percorso da casa sua, in piazza Numa Pompilio, a San Giovanni in Laterano, dove andava a messa. Gesti fatti sempre nella massima discrezione, seguendo pressoché alla lettera il principio evangelico del “non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra” (Mt 6,3). L’attività caritativa di Sordi raggiunse il suo apice nel 1992, quando donò all’Opus Dei un lotto di terreno di sua proprietà a Trigoria, dove dieci anni dopo vi sorse un Centro per la Salute dell’Anziano e un Centro Diurno Anziani Fragili. La Fondazione Alberto Sordi, istituita anch’essa nel 1992, è divenuta così ente sostenitore dell’Università Campus Biomedico, cooperando in modo particolare nella ricerca sulle patologie dell’invecchiamento. Superati i settant’anni, Sordi, che per tutta la vita era rimasto scapolo, aveva sviluppato una particolare sensibilità per il dramma degli anziani soli.

Spiegare la vita è un’arte difficile. Ci riescono sempre i santi, qualche volta i filosofi, i poeti e, perché no, anche gli attori. Lo riconobbe il cardinale Camillo Ruini, durante l’omelia ai funerali di Sordi, il 27 febbraio 2003. «Ci ha aiutati a capire e a portare il fardello della vita», osservò Ruini, soffermandosi sulla straordinaria capacità dell’attore di cogliere, nella sua recitazione, «alcuni aspetti e alcune dimensioni che sono universalmente umane, perché fanno parte della miseria, ma anche della nobiltà del cuore dell’uomo». Quella di Sordi, aggiunse il porporato, era una fede vissuta con «semplicità»: nulla di «infantile» ma, piuttosto, un affidamento alla «sapienza» di Dio che lo rese in grado di compiere il bene a favore dei più deboli, di «tenerci allegri» e anche di aiutarci «a riflettere».

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