Perché l’arresto del cardinale di Hong Kong non può lasciarci indifferenti

Cardinale Joseph Zen
Foto: Canção Nova Play (YouTube)

È forse la notizia più colpevolmente sottovalutata della settimana. L’arresto (e il successivo rilascio) del cardinale cinese Joseph Zen è un segno epocale della rinnovata oppressione di Pechino contro la libertà religiosa e, in particolare, contro la Chiesa Cattolica.

Il novantenne vescovo emerito di Hong Kong è accusato di aver sostenuto il movimento di protesta sceso in piazza nel 2019 e di essersi economicamente impegnato con il Fondo 612 a supporto dei dissidenti contro la legge draconiana sulla sicurezza imposta da Pechino due anni fa. L’anziano porporato è finito in manette nella giornata di mercoledì 11 maggio, per poi venire scarcerato dietro cauzione la sera stessa, alle 23. Rimane comunque aperto il procedimento contro di lui. Assieme al cardinale Zen, sono stati arrestati e rilasciati l’avvocatessa Margaret Ng, l’accademico Hui Po-keung e la cantautrice Denise Ho, anch’essi sostenitori del movimento per la libertà a Hong Kong.

Asia News considera Zen una spina nel fianco del regime maoista cinese. Tra i suoi gesti scomodi nei confronti di Pechino, vale la pena ricordare la condanna della rimozione delle croci dall’estero delle chiese cinesi e la celebrazione delle messe di suffragio per le vittime della repressione a Piazza Tienanmen (4 giugno 1989).

L’arresto del cardinale cinese ha messo in apprensione anche il Vaticano. Il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, ha dichiarato: “La Santa Sede ha appreso con preoccupazione la notizia dell’arresto del cardinale Zen e segue con estrema attenzione l’evolversi della situazione”. La vicenda giudiziaria di Zen è un grosso grattacapo anche per papa Francesco. Il vescovo emerito di Hong Kong, infatti, si è sempre opposto all’accordo tra la Santa Sede e il governo cinese, siglato nel settembre 2018 e rinnovato negli anni successivi. Su questo accordo, oltretutto, starebbero iniziando a serpeggiare lo scetticismo e la delusione in Vaticano. La Cina, infatti, pur avendo accettato la nomina concordata dei vescovi, non sta compiendo progressi sul fronte della libertà religiosa che, al contrario, sta andando incontro a limitazioni sempre più vistose.

L’ultima “isola felice” era rimasta proprio Hong Kong che ora, però, si ritrova accerchiata. L’arresto del cardinale Zen e degli altri tre dissidenti è uno dei primi atti del nuovo governatore di Hong Kong, John Lee, un “falco” del regime maoista. Due anni fa, Lee, in qualità di capo della polizia, ha represso le manifestazioni di piazza e ha supervisionato l’imposizione della legge per la sicurezza nazionale. Anno dopo anno, l’indipendenza dell’ex colonia britannica è stata progressivamente fagocitata dallo stato di polizia imposto di Pechino. Questa soppressione delle libertà coinvolge vari ambiti e quello religioso è sicuramente uno dei più importanti, se non il più importante in assoluto.

Joseph Zen è un indomito paladino della libertà nella terra più difficile per i cristiani, quella Cina dominata prima dal comunismo maoista, oggi dal nuovo imperialismo plutocratico guidato da Xi Jinping. Il governo cinese è incline a trattare con tutti i soggetti governativi e privati del mondo – come del resto ha fatto con il Vaticano – ma è determinatissimo del perseguire i suoi interessi.

Mentre l’Occidente arretra e balbetta – come si è visto nella pessima gestione della guerra in Ucraina – Cina e Russia hanno una visione del mondo priva di compromessi e, con le buone o con le cattive, la promuovono ovunque. Soprattutto per la Cina, la libertà religiosa è un grosso problema, in primo luogo perché alimenta la libertà di pensiero in un interscambio virtuoso: un veleno mortale per i sistemi totalitari. In secondo luogo, la maggior parte delle religioni – il cristianesimo è tra queste – vanno a braccetto con i diritti umani: inaudito per i regimi che basano la loro forza sull’omologazione e sull’oppressione.

A novant’anni, il cardinale Zen è uno che non ha nulla da perdere e non scende a compromessi. “Di fronte a questa situazione orribile ed apocalittica, alla vigilia quasi di un’altra Tienanmen, cosa possiamo fare? Noi ci fidiamo della bontà di Dio, noi ci mettiamo nelle sue mani, avendo il coraggio di difendere la verità e la giustizia, pregando anche per quelli che ci fanno soffrire, perché si convertano, perché capiscano che fare la giustizia e il bene è a vantaggio di tutti”, disse Zen nel momento culminante della crisi di Hong Kong.

La sua diversa visione delle questioni cinesi rispetto al Papa e al Vaticano non deve turbarci, né indurci ad alimentare ulteriori inutili divisioni nella Chiesa. Santa Caterina non fu tenera con i Papi del suo tempo, pur considerandoli sempre il “dolce Cristo in terra”. San Pio da Pietrelcina ebbe forti frizioni con San Giovanni XXIII eppure oggi sia il “frate con le stimmate” che il “Papa buono”, nella loro comune condizione di canonizzati, sono immersi nella stessa gloria di Dio e nella stessa comunione d’amore eterno.

Anche chi conosce poco la figura del cardinale Joseph Zen, anche chi non condivide la sua posizione sull’accordo Cina-Vaticano, dovrebbe ascoltare con rispetto la sua “versione” e la sua storia. Dovrebbe farlo, perché in gioco c’è la libertà religiosa, principio imprescindibile di ogni credente e di ogni uomo; anche di chi sceglie di non credere. Chi pensa che la vicenda del cardinale Zen non lo riguardi, quindi, è semplicemente in mala fede.

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