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Chi perdona ha già vinto

Erika Kirk
Erika Kirk commemora il marito Charlie (20 settembre 2025) - Fonte: Charlie Kirk - Pagina Facebook

Quell’uomo, quel giovane lo perdono. […] Lo perdono perché è ciò che ha fatto Cristo ed è ciò che Charlie farebbe. […] La risposta all’odio non è l’odio. La risposta che conosciamo dal Vangelo è l’amore, e sempre amore. Amore per i nostri nemici e amore per coloro che ci perseguitano“. Le parole pronunciate domenica scorsa da Erika Kirk, vedova dell’attivista statunitense Charlie Kirk, vittima di un’attentato, hanno suscitato grande commozione e sono state segno di contraddizione.

Questa vicenda di fortissimo impatto politico e sociale ha suscitato inaspettate reazioni di solidarietà da parte di personaggi noti che poco hanno a che vedere con il conservatorismo, tanto meno con il cristianesimo, dal cantante dei Coldplay Chris Martin (sommerso dai fischi di una parte dei suoi fans) al giornalista Antonio Padellaro. Altri vip, come Roberto Saviano o come il comico statunitense Jimmy Kimmel (protagonista di un controverso licenziamento dall’emittente Abc, in cui è intervenuto anche il presidente Donald Trumnp) hanno avuto parole irriguardose nei confronti del defunto Kirk ma ciò che stupisce sono i freddi distinguo di molti cattolici, da anni incamminatisi lungo un crinale ideologico “progressista” che svela però tutta la fragilità della loro impostazione di pensiero. Uno su tutti: l’europarlamentare ed ex direttore di Avvenire Marco Tarquinio (cfr. Avvenire, 26 settembre 2025).

Il vero nucleo dell’orazione funebre di Erika Kirk, al di là della non banale esortazione alla conversione a Gesù Cristo (cosa inaudita nell’Occidente odierno, intriso di uno stanco e ammusonito laicismo), è proprio nel perdono rivolto all’assassino del marito. C’è chi ha contestato lo sfondo eccessivamente politicizzato – o, per altri, spettacolarizzato – in cui Erika ha espresso il suo atto di misericordia ma il punto è sempre quello: la parola perdono in una storia drammatica come quella di questo delitto e, ancor più, nel contesto globale attuale non potrà mai avere nulla di scontato.

E’ davvero difficile perdonare in un’epoca di grande polarizzazione, astio diffuso e rabbia generalizzata. Fermo restando che, il perdono, proprio per la nobiltà intrinseca dell’atto non può mai essere banalizzato e chiunque – cristiano o non cristiano – avrà sempre un buon motivo per approfondire le ragioni del perdono stesso. Alla luce di ciò, giova ricordare alcune condizioni:

Il vero perdono è impossibile con la sola forza umana. Noi uomini possiamo perdonare con relativa facilità l’atteggiamento sgarbato di una persona cara o una dimenticanza degli auguri nel giorno del compleanno. Come fare, tuttavia, di fronte a un tradimento coniugale o – peggio ancora – di fronte a un omicidio? La risposta ce la dà Gesù Cristo: il perdono va offerto “settanta volte sette” (Mt 18,22), non è mai un optional, è un imperativo, è la strada maestra per diventare santi. Gesù stesso non può perdonare con le sue sole forze ma, di fronte ai suoi crocifissori, chiede al Padre di perdonarli.

Il vero perdono richiede tempo. Proprio perché non è mai un atto puramente umano, il perdono è difficilmente qualcosa che si può offrire nell’immediato. Ognuno essere umano ha i suoi tempi di elaborazione, che potranno essere più o meno prolungata. Seppure, come si accennava, per i cristiani il perdono è un imperativo, non va mai giudicato chi non riesce a perdonare, né i tempi del perdono rappresentano un parametro univoco di “santità” della persona offesa.

Può perdonare soltanto chi è stato a sua volta perdonato. “Ogni santo ha un passato, ogni peccatore ha un futuro”, affermava un grande convertito (in carcere e in punto di morte) come Oscar Wilde. Nulla di più vero, se si guarda alle biografie di santi come Agostino, Francesco d’Assisi, Ignazio di Loyola o Camillo de Lellis. L’arte del perdono si apprende in famiglia e si trasmette di padre in figlio, per essere diffusa e applicata in tutti gli ambiti della società, dalla scuola, al lavoro, dallo sport alla politica. “Rimetti a noi i nostri debiti, così come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, recita il Padre nostro. E’ una lunga catena di gratitudine che dall’ultimo dei peccatori può avere l’unico ancoraggio possibile in Gesù Cristo che – immune dal peccato quale è – versa impagabilmente l’intero suo sangue per l’intera umanità. E’ fondamentale, oltretutto, accettare sempre il perdono ricevuto, ovvero avere l’umiltà di perdonare se stessi.

Il perdono libera e dona gioia infinita. Esaudite e tenute bene a mente le tre condizioni elencate, va posta in evidenza la conseguenza più sublime del perdono: l’infinito senso di pace e di liberazione che esso suscita. Chi è incapace di perdonare non potrà mai essere felice. Chi invece vi riesce, inizia a viaggiare in Ferrari lungo le autostrade della felicità, dopo averlo fatto per troppo tempo in utilitaria. Vivere da perdonati e perdonanti significa anche vivere liberi da condizionamenti e da interessi mondani e meschini. In poche parole: chi perdona è sempre il vincitore di ogni piccola o grande battaglia della vita.