Home L'Editoriale Divisione e polarizzazione: un problema (anche) della Chiesa

Divisione e polarizzazione: un problema (anche) della Chiesa

Non si è ancora spenta l’eco della tragica uccisione di Charlie Kirk, con tutte le discussioni e le polemiche del caso. Un fatto epocale che ha diviso anche i cattolici: per alcuni Kirk è un martire dei nostri tempi, vittima del odio nichilista anti-cristiano di matrice woke. Per altri, il giovane attivista americano è caduto sotto i colpi della sua stessa ideologia e il suo razzismo, assieme alla sua posizione sulle armi, vanificherebbe totalmente la sua battaglia per la libertà religiosa, per la vita e per la famiglia.

Tali divisioni e polarizzazioni non nascono in questi giorni ma hanno un’origine lontana. Sono ormai almeno 60 anni che la Chiesa Cattolica è divisa. Il Concilio Vaticano II – qualunque opinione si abbia sull’argomento – ha generato un cambiamento epocale di cui ancora facciamo fatica a comprenderne cause e conseguenze ma in cui è evidente un fenomeno di parcellizzazione dell’intero corpo ecclesiale. La sinodalità, il dibattito, il confronto hanno determinato più dissapori e faziosità che non una sana ricerca dell’unità nella diversità dei carismi, che pure, come riconosceva San Paolo, è linfa vitale per la comunità dei credenti (1Cor 12-27).

In questa fase storica, non solo la figura del Papa come successore di Pietro e vicario di Cristo in terra è stata fortemente ridimensionata nella sua autorevolezza ma è quasi passata in secondo piano rispetto a identità comunitarie che, sia pur buone e necessarie, sono state assolutizzate e isolate dal contesto della Chiesa nel suo complesso. Far parte di un movimento o essere seguace del prete carismatico di turno, per molti, conta quasi più del fondamento identitario primigenio: Gesù Cristo che è morto per gli esseri umani, redimendoli da morte e peccato. Una visione ecclesiologica a compartimenti stagni, in cui la realizzazione individuale (o, tutt’al più, familiare) prevale sulla dimensione fraterna universale.

Una delle conseguenze di questa disarticolazione del corpo ecclesiastico (che riguarda in primis il laicato ma non risparmia clero, episcopato e congregazioni religiose) è l’eclissi della dottrina sociale, a vantaggio della politicizzazione forzata delle identità cattoliche individuali o collettive. In altre parole, il singolo fedele orienta il proprio pensiero molto più in base all’agenda del partito politico di riferimento che non rispetto agli insegnamenti del magistero, pur non mancando mai di richiamarsi a quanto dicono il Papa o i vescovi sulle materie cruciali. Accade, così, che, in tema di difesa della famiglia naturale o – dall’altro versante ideologico – sull’accoglienza dei migranti, chiunque potrà dire di aderire a qualche principio cristiano riconosciuto dal magistero. In questa maniera, però, lavorare su “ciò che ci unisce”, accantonando “ciò che ci divide” diventa un’impresa improba.

Proprio i principi non negoziabili meriterebbero una trattazione a parte per il ruolo che hanno giocato a più riprese nella storia del laicato italiano. Mentre negli Usa, la Polonia e in molti Paesi emergenti, in particolare africani, gli episcopati hanno sempre tenuto il punto su sacralità della vita, famiglia naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna e libertà educativa, il caso italiano è davvero emblematico per l’improvviso, (almeno in apparenza) immotivato e, comunque, mai realmente spiegato cambio di linea da parte delle gerarchie ecclesiastiche. Dopo la breve stagione di unità e compattezza che aveva caratterizzato l’ultimo scorcio della Cei guidata dal cardinale Camillo Ruini e i primi anni di pontificato di Benedetto XVI, la svolta di Todi del 2011 ha segnato un punto di non ritorno: in nome di una nuova unità ipotizzata attorno ai temi sociali a scapito delle questioni etiche, il laicato cattolico legato all’associazionismo e alla sussidiarietà è stato ridotto a una sostanziale irrilevanza nell’agone politico e nel dibattito pubblico.

A livello politico, questa “ritirata strategica” ha avuto l’effetto del crollo di una diga, con l’approvazione di almeno un paio di leggi palesemente inique (quella del 2016 sulle unioni civili e quella del 2017 sul c.d. “biotestamento”) mentre la sentenza della Corte Costituzionale n°242/2019 ha imposto al Parlamento la discussione di un disegno di legge sul suicidio assistito, che rischia aprire anche in Italia quella deriva eutanasica che ha già avuto effetti devastanti in Paesi come Belgio, Paesi Bassi, Regno Unito e Canada. Per non menzionare il disegno di legge contro l’omotransfobia, provvidenzialmente naufragato in Senato alla fine del 2021.

Riporre in soffitta i principi non negoziabili come fondamento ispiratore della dottrina sociale della Chiesa ha, da un lato, responsabilizzato una parte del laicato, dall’altro ha disintegrato la già fragile unità dei cattolici che attualmente, non godendo più dell’appoggio di clero ed episcopato, procedono in ordine sparso, penalizzati anche da un dibattito social che, alla lunga, si è rivelato polarizzante e autodistruttivo.

Sullo sfondo di questo indebolimento della fibra morale dei cattolici (favorito anche dalle chiusure degli anni pandemici che – giova ricordarlo – hanno riguardato anche le parrocchie e le celebrazioni eucaristiche), si avverte un laicato sempre più disunito e litigioso, dove si va smarrendo anche il concetto autentico di Misericordia, da troppi anni ormai confuso come una “abolizione del peccato” e non più visto per quello che è: un potente antidoto contro il peccato stesso. Si sta dimenticando, in altre parole, la valore dell’umiltà e Gesù Cristo come reale Signore della vita degli uomini. Ripartire dalla formazione spirituale personale e dalla riscoperta della centralità potente dei sacramenti è il presupposto indispensabile per un’inversione di tendenza che dovrebbe partire non tanto dalle gerarchie ma da ognuno di noi.