Home L'Editoriale “Dilexi te”: l’amore ai poveri non è un optional

“Dilexi te”: l’amore ai poveri non è un optional

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Due clochard si tengono compagnia - Image by Aleš Kartal from Pixabay

L’amore e la cura per i poveri sono principi che ci sono sempre stati insegnati nella nostra formazione cristiana. Ciò che facilmente si dimentica è che tali principi hanno un fondamento teologico ed è parte integrante della fede quotidianamente vissuta, non un semplice “di più”, che abbellisce un’esistenza eticamente già retta di suo. In tal senso, Dilexi te, la prima esortazione apostolica firmata da papa Leone XIV, ribadisce e attualizza un concetto tutt’altro che nuovo.

E’ significativo che il documento sia stato firmato lo scorso 4 ottobre, memoria liturgica di San Francesco d’Assisi, il “poverello” per definizione. Nella scelta della data, oltretutto, il pontefice americano, in qualche modo, ha reso omaggio al suo predecessore papa Francesco, che aveva pressoché ultimato la medesima esortazione. Il successore l’ha quindi fatta propria riadattandone soltanto alcuni passaggi. Qualcosa di simile era avvenuto nel 2013, con Lumen fidei, la prima enciclica di Francesco, ideata e abbozzata tuttavia da Benedetto XVI poco tempo prima della rinuncia al soglio pontificio.

La continuità tra i due pontificati si riscontra anche nel titolo della prima esortazione leonina, che richiama quello della quarta e ultima enciclica bergogliana, Dilexit nos (2024) sull’amore divino e umano del Cuore di Cristo. L’amore per i poveri si declina dunque in tante direzioni: in Maria che rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili, in San Francesco che abbraccia i lebbrosi ma anche negli insegnamenti del Concilio Vaticano II, di cui San Paolo VI individua il “paradigma” nella figura del Buon Samaritano.

“La condizione dei poveri”, scrive Leone XIV, “rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa. Sul volto ferito dei poveri troviamo impressa la sofferenza degli innocenti e, perciò, la stessa sofferenza del Cristo”. Accanto alle numerose povertà materiali, il Santo Padre individua anche “la povertà morale e spirituale, la povertà culturale, quella di chi si trova in una condizione di debolezza o fragilità personale o sociale, la povertà di chi non ha diritti, non ha spazio, non ha libertà” (DT 9).

Il Pontefice ammonisce: non basta impegnarsi per alleviare le sofferenze dei poveri. E’ altresì necessario portare avanti “una trasformazione di mentalità che possa incidere a livello culturale”, rigettando “l’illusione di una felicità che deriva da una vita agiata”, dall'”accumulo della ricchezza” e dal “successo sociale a tutti i costi” (DT 11). E’ da rigettare anche “quella falsa visione della meritocrazia” (DT 14)per la quale, in fondo, chi è povero, lo è per sua responsabilità.

Il fondamento teologico della povertà risiede dunque nel fatto che Cristo “si è fatto povero, è nato nella carne come noi e lo abbiamo conosciuto nella piccolezza di un bambino deposto in una mangiatoia e nell’estrema umiliazione della croce, laddove ha condiviso la nostra radicale povertà, che è la morte”. Da qui, consegue l’”opzione preferenziale da parte di Dio per i poveri” (DT 16). Ancora una volta, nel solco dei predecessori Prevost sconfessa i “criteri pseudoscientifici” (DT 114) che individuano nel libero mercato la chiave per il superamento della povertà.

I poveri sono anche i migranti in cui, nel XIX secolo, santi come Giovanni Battista Scalabrini o Francesca Saverio Cabrini, vedevano “i destinatari di una nuova evangelizzazione, mettendo in guardia dai rischi di sfruttamento e di perdita della fede in terra straniera” (DT 74). La Chiesa allora ribadisce che “in ogni migrante respinto è Cristo stesso che bussa alle porte della comunità” (DT 75).

Una menzione speciale è dedicata da Leone XIV alle donne “doppiamente povere”, in quanto “soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza, perché spesso si trovano con minori possibilità di difendere i loro diritti” (DT 12).

Quanto all’elemosina, il Pontefice ricorda come essa venga “raramente praticata, ma a volte addirittura disprezzata”, eppure “rimane un momento necessario di contatto, di incontro e di immedesimazione nella condizione altrui” (DT 115). Praticare l’elemosina “non scarica dalle proprie responsabilità le autorità competenti, né elimina l’impegno organizzativo delle istituzioni, e nemmeno sostituisce la legittima lotta per la giustizia. Essa però invita almeno a fermarsi e a guardare in faccia la persona povera, a toccarla e a condividere con lei qualcosa del proprio” (DT 116).

In conclusione dell’esortazione apostolica, Leone XIV lascia intendere che l’amore ai poveri non è mai fine a se stesso ma è sempre uno specchio dell’amore di Cristo, il quale è per sua natura “profetico, compie miracoli, non ha limiti: è per l’impossibile. L’amore è soprattutto un modo di concepire la vita, un modo di viverla. Ebbene, una Chiesa che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare, è la Chiesa di cui oggi il mondo ha bisogno” (DT 120).