Da Nathanson a Levatino: tutti i pentiti dell’aborto

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Feto scultura
CC0 Pixabay

In molti sono rimasti scioccati dall’approvazione di quello che, ipocritamente ed eufemisticamente, è stato denominato Reproductive Health Act: nello Stato di New York sarà possibile abortire in qualunque momento della gravidanza, nono mese compreso, se questa soluzione viene adottata a tutela della salute della gestante. Per chiunque conosca un minimo la materia, la capziosità di questa nuova legge è evidente nelle sue stesse fondamenta. Fermo restando che l’aborto è da considerarsi un omicidio dai primi istanti della gravidanza ai momenti precedenti il parto, risulta difficile comprendere come una donna possa decidere scientemente di rifiutare un figlio all’ottavo o addirittura al nono mese di vita prenatale, quando ormai da molto tempo lo sente scalciare e, verosimilmente, avrà acquisito una confidenza materna con lui, amandolo e iniziandolo a sentire non come un feto ma come una persona umana, come il proprio figlio.

Il Reproductive Health Act, in effetti, specifica quali sarebbero le condizioni in base alle quali una gravidanza in stato così avanzato può essere interrotta. Poiché dopo la 24° settimana di gestazione, il bambino ha ormai acquisito capacità di vita autonoma, l’aborto può essere innanzitutto effettuato nel caso in cui comprometta la salute della donna (a differenza della legge 194 italiana che lo prevede solo se il feto mette in pericolo la vita della gestante): un semplice momento di depressione o di forte stress durante la gravidanza, potrebbe quindi diventare una giustificazione per la soppressione del bambino. La seconda condizione è il caso in cui il feto dimostri “assenza di vitalità”. Fatte tali premesse, è noto che, dal terzo trimestre, l’aborto si può effettuare solo in due modi: 1) Dilatazione ed evacuazione: il corpo del povero bambino viene orribilmente smembrato all’interno dell’utero e da lì estratto a pezzi; 2) Aborto a nascita parziale: il nascituro viene rivoltato per essere tirato fuori dall’utero in posizione podalica (nel parto naturale, in genere, è la testa ad uscire per prima); dopodiché, all’interno dell’utero, viene praticata un’incisione alla base occipitale e, con la punta delle forbici, viene sfondata la scatola cranica, all’interno della quale viene inserita una cannula, che aspira la materia cerebrale. Soltanto allora il corpo senza vita del bimbo viene estratto completamente dall’utero.

A mettere però con le spalle al muro i sofismi degli abortisti, da oltreoceano ma non solo, arrivano tante testimonianze dal valore tanto scientifico quanto umano. Una delle più clamorose è quella del ginecologo americano Anthony Levatino, artefice di almeno 1.200 aborti, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. Nella sua vita privata, Levatino ha attraversato il dramma di non riuscire a concepire un figlio con la moglie, poi, quello, ancor più grande, di perdere una figlia, investita da un’automobile in tenera età. Dopo quel lutto, il ginecologo continuò per qualche tempo a praticare aborti, poi crollò: “Per la prima volta nella mia carriera vidi le parti del corpo del bambino ammucchiate. Non vedevo il medico meraviglioso che aiutava le donne a risolvere il loro problema, non vedevo il fantastico diritto di scelta, non vedevo gli 800 dollari. L’unica cosa che vedevo era il figlio o la figlia di qualcuno. Levatino smise di praticare aborti dopo il terzo trimestre, poi smise del tutto. “Quando finalmente capisci che uccidere un bambino è sbagliato, non importa quanto è grande il bambino, è sempre lo stesso”, ha dichiarato in un’intervista con Live Action nel 2016. La “conversione” di Levatino è stata motivata anche da un altro fattore sperimentato sul campo: “Non c’è mai bisogno di un aborto a gravidanza inoltrata per salvare la vita di una donna. Se necessario, si procura il parto”, ha spiegato. Il bambino, poi, potrà nascere vivo o morto, sano o malato, sopravvivere per poche ore o per anni, però, almeno gli è stata data una possibilità, senza nemmeno mettere a repentaglio la vita della madre.

Anthony Levatino non è l’unico “pentito dell’aborto”. Ha fatto notizia, durante l’ultima Marcia per la Vita a Washington, il 18 gennaio scorso, la partecipazione di Abby Johnson, già direttrice di una clinica di Planned Parenthood a Bryan, in Texas, rimasta inorridita dalle pratiche svolte all’interno del colosso anti-natalista. La Johnson aveva iniziato la sua attività in Planned Parenthood, confortata dall’idea di contribuire a rendere l’aborto “raro”, “legale” e “sicuro”, come le era stato fatto credere. In seguito, la giovane psicologa scoprì che più della metà del budget della sua clinica era per servizi legati all’aborto: in parole povere, più aborti si praticavano, più la clinica si arricchiva. La visione di un filmato che mostrava un feto agitarsi e difendersi prima che un tubo lo aspirasse per smembrarlo, fece il resto. Dall’ottobre 2009, Abby Johnson è una pro life convinta, si è iscritta alla Coalition for Life e si è anche convertita al cattolicesimo.

Il ‘pioniere’ di tutti gli abortisti redenti è tuttavia Bernard Nathanson (1926-2011), che, nel 1969, fu addirittura fondatore del National Abortion Rights Action League, diventando uno dei mentori della storica sentenza della Corte Suprema, che depenalizzò l’aborto negli Usa nel 1973. In seguito, tuttavia, grazie anche allo sviluppo degli ultrasuoni nelle tecnologie ecografiche, Nathanson modificò il proprio approccio professionale. Dai filmati delle ecografie, il ginecologo americano comprese in modo più preciso la realtà della vita intrauterina. Diffuse quindi, nel 1984, lo storico documentario Il grido silenzioso, in cui si mostrava il feto nel tentativo di difendersi dagli arnesi abortivi che lo aggredivano, spalancando la bocca come ad emettere un urlo, che pareva dire: “Aiutatemi!”. Sconvolto da queste scoperte, anni dopo, Nathanson, che aveva praticato più di 60mila aborti, affermò: “Come scienziato non credo ma so che la vita ha inizio con il concepimento”. Di origini ebraiche, Nathanson aveva perso la fede ma, intorno ai settant’anni si convertì anch’egli al cattolicesimo, motivando la sua scelta con queste parole: “Nessuna religione conferisce un’importanza così speciale al perdono quanto la Chiesa Cattolica”.

In Italia è nota la vicenda di Antonio Oriente, 65enne ginecologo messinese, protagonista di un’altra straordinaria conversione. “Con queste mani uccidevo i figli degli altri”, ha spesso ripetuto il dottor Oriente durante le sue testimonianze. A metà degli anni ’80, aveva già praticato centinaia di aborti, senza nessun senso di colpa, tuttavia era forte in lui il rammarico di non essere riuscito ad avere figli con sua moglie. Consapevoli del suo dramma e senza giudicare minimamente il suo operato professionale, alcuni amici del Rinnovamento nello Spirito Santo invitarono Oriente ad una veglia di preghiera. Fu così che un giorno, davanti al crocifisso, il medico si chiese: “Come posso io chiedere un figlio al Signore, quando uccido quelli degli altri?”. E gli passarono davanti, nella mente, le immagini dei bambini che aveva fatto sopprimere. Poi prese un pezzetto di carta e vi scrisse su: “Mai più morte, fratello Antonio”. In consultorio, iniziò a consigliare alle ragazze che venivano di tenere il bambino. Proprio poco tempo dopo questa conversione, i coniugi Oriente sono riusciti finalmente a concepire il primo figlio, Domenico, seguito dal secondogenito Luigi. Molti anni dopo, nel settembre 2013, durante un’udienza privata concessa da papa Francesco all’Associazione Medici Cattolici Italiani, Oriente ha compiuto un gesto simbolico, che lo ha definitivamente riconciliato con se stesso, con il mondo e con Dio: la consegna al Pontefice del forcipe e degli altri strumenti con cui, nel passato, aveva soppresso tante piccole vite. Mai più morte fino alla morte…