Home L'Editoriale Charlie Kirk: martire della dittatura del relativismo in tempi apocalittici

Charlie Kirk: martire della dittatura del relativismo in tempi apocalittici

Charlie Kirk
L'attivista americano Charlie Kirk (1993-2025) - Charlie Kirk (Pagina Facebook)

Viviamo tempi molto duri. Non solo siamo sull’orlo di una terza guerra mondiale ma è già in corso un’altra guerra molto più capillare e subdola. Ne abbiamo avuto una conferma, con l’omicidio di Charlie Kirk, perpetrato lo scorso 10 settembre presso la Utah Valley University di Orem. L’assassinio di Kirk non è soltanto un gravissimo e sanguinario episodio di intolleranza ideologica. Siamo di fronte all’ennesimo punto di svolta per una civiltà occidentale ormai avviata all’eclissi.

Gli assassini del 31enne attivista americano, co-fondatore del think-tank conservatore Turning Point Usa, hanno voluto colpire quello che per loro era evidentemente un simbolo: non solo un uomo bianco, cristiano e padre di famiglia ma per di più giovane, colto, carismatico e… pacifico. La cultura woke, aggregatasi attorno a principi nobili, quali l’antirazzismo e la non-violenza, nella pratica, sta agendo in direzione totalmente opposta: fanatismo omicida e cieco furore nei confronti di chiunque porti avanti idee diverse. Viene spontaneo pensare che Charlie Kirk fosse scomodo, non tanto perché di “estrema destra”, quanto per il suo approccio “socratico” nei confronti dei suoi avversari. L’attivista conservatore ucciso amava argomentare le proprie idee, con la forza della logica e della verità, scendendo nella “fossa del leone” degli atenei liberal statunitensi, dove esprimeva la propria contrarietà all’aborto o alla propaganda Lgbt+ senza forzature e sempre con il sorriso sulle labbra. La mentalità occidentale odierna, intrisa di un odio profondo nei confronti delle idee fuori dal coro, non poteva sopportare un tale affronto.

L’altro risvolto grave di questa tragica vicenda sta nell’atteggiamento di sufficienza delle istituzioni e degli intellettuali, propensi, in molti casi, a enfatizzare le idee più o meno discutibili della vittima, tacendo o minimizzando, però, sull’irreparabile violenza perpetrata nei suoi confronti. Un atteggiamento che accomuna le categorie più disparate: dalle uscite temerarie di Alan Friedman, Piergiorgio Odifreddi o Lorenzo Tosa, all’infelice scelta della presidente dell’Europarlamento Roberta Metsola (sedicente cattolica e conservatrice…) di non concedere un minuto di silenzio in memoria di Kirk, laddove lo permise il suo defunto predecessore David Sassoli, dopo l’omicidio a Minneapolis dell’afroamericano George Floyd. Persino qualche sacerdote, sui social, ha enfatizzato le presunte idee suprematiste bianche di Kirk, mettendo totalmente in secondo piano la sua battaglia per la libertà religiosa.

Quella che, vent’anni fa esatti, papa Benedetto XVI aveva profeticamente definito la “dittatura del relativismo” si sta palesando in questi tempi come una vera e propria rottura con la tradizione democratica occidentale, basata sul libero confronto delle idee. Forse Charlie Kirk non era perfetto: giustificava l’uso privato delle armi (comunque sostenuto dalla maggior parte degli americani) e, in tema di geopolitica, difendeva lo Stato di Israele, responsabile del genocidio a Gaza. Ciò non toglie che la maggior parte delle sue idee, dal punto di vista di chi scrive, fossero condivisibili e che, anche chi non le apprezzi, sia tenuto a rispettare pacificamente la manifestazione di quel pensiero.

In questo scenario così buio, qualche barlume di luce arriva dal mondo dello sport e dello spettacolo. Il n°1 al mondo del tennis Jannick Sinner ha espresso il proprio cordoglio, tuttavia il messaggio più sorprendente è arrivato da Fedez, che ha postato il seguente commento: “Per quanto possiate considerare aberranti le idee di Charlie Kirk, ieri una persona è morta per un’idea. Non c’è un c***o da festeggiare”. Per non parlare delle altrettanto inaspettate dichiarazioni di tre leggendari ottuagenari: Paul McCartney, Mick Jagger e Bob Dylann. Nostalgici di un mondo “peace&love” anni ’60, tristemente mai realizzatosi, di cui i loro nipoti stanno raccogliendo la tragica nemesi.