Eluana dieci anni dopo: l’eutanasia dilaga

Eluana Englaro

Molti di noi sicuramente ancora ricordano quei giorni concitati, all’inizio del 2009. Il 3 febbraio, la 38enne Eluana Englaro, in stato vegetativo da 17 anni, viene portata nottetempo in ambulanza da Lecco a una clinica di Udine, dove, lasciata senza nutrimento e idratazione, morirà dopo alcuni giorni, il 9 febbraio. La vicenda umana di questa giovane e sfortunata donna passerà agli annali come il caso che ha sdoganato l’eutanasia in Italia. Poco prima di lei, il caso di Piergiorgio Welby, molti anni dopo quello di Fabiano Antoniani, in arte DJ Fabo. Tre vicende giudiziarie dagli esiti molto diversi, ma quella di Eluana ha fatto decisamente più storia delle altre, spalancando le porte per una radicale e negativa trasformazione della nostra legislazione medica.

Il primo frutto della sentenza Englaro (Corte d’Appello di Milano, 9 luglio 2008, confermata in Cassazione il successivo 13 novembre), è stata l’approvazione, alla fine del 2017, della legge sulle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento: una normativa, largamente accondiscendente nei confronti della volontà del paziente e dei suoi familiari, molto meno rispetto all’orientamento etico e professionale dei medici, lesi nel loro diritto all’obiezione di coscienza. Dopo appena un anno e un paio di mesi, una nuova proposta di legge è in discussione alla Camera dei Deputati, al fine di colmare il vuoto giuridico determinato dal caso di DJ Fabo, in cui l’esponente radicale Marco Cappato è finito sotto processo per istigazione al suicidio, dopo aver accompagnato l’amico a morire in una clinica svizzera.

Lo scorso 24 ottobre, la Corte Costituzionale si è pronunciata, imponendo al Parlamento di approvare entro un anno una legge che regolamenti eutanasia e suicidio assistito. In caso contrario, sarà la Consulta stessa a intervenire con una propria sentenza ad hoc che, c’è da scommetterci, qualora venisse emessa, verrebbe a configurare una legislazione tra le più ‘liberal’ d’Europa, quasi ai livelli dell’Olanda, del Belgio o della Svizzera. La stessa proposta di legge ora in discussione al Parlamento, del resto, prevede, già di suo, severe sanzioni per i medici che si rifiutino di adempiere alle eventuali volontà di morte dei pazienti. Ciò che, tuttavia, non sarà mai ammesso dai sostenitori della ‘dolce morte’ è che i malati gravi e terminali risultano particolarmente costosi al sistema sanitario, pertanto, dietro le facciate della ‘pietà’ e dell’‘autodeterminazione del paziente’, si nascondono pure questioni di business e bilancio: la tua vita conta ed è preziosa solo se è sana e produttiva, altrimenti, tanto vale sopprimerla.

Perché così tanto fervore e fermento nell’opinione pubblica riguardo ai temi del fine vita? Difficile rispondere in poche righe, tuttavia, ci permettiamo di osservare una serie di problematicità intorno al dibattito, in cui la vicenda Englaro si è rivelata il nucleo centrale e l’evento spartiacque.

Quelle parole poco chiare. Com’è noto, Beppino Englaro diventò emblema e paladino di una battaglia da lui stesso portata avanti – a suo dire – a nome della figlia. Durante l’adolescenza, Eluana sarebbe rimasta molto scossa per l’incidente di moto capitato a un suo caro amico, deceduto dopo essere rimasto a lungo in coma. “Se non posso essere quello che sono adesso, preferisco morire”, avrebbe commentato la ragazza, mossa più dal sentimento impulsivo che dal raziocinio. Quando poi, alcuni anni dopo, nel gennaio 1992, anche Eluana rimase vittima di un incidente simile, Beppino Englaro finì per assolutizzare quelle parole pronunciate dalla figlia. C’è però una testimonianza che getta un’ombra assai inquietante sul padre. “Beppino Englaro si è inventato tutto. La storia che la figlia avrebbe detto di non voler vivere nel caso in cui si fosse ridotta a un vegetale [non sarebbe vera]”. Lo dichiarò Pietro Crisafulli (anche lui protagonista di una vicenda simile che coinvolse il fratello Salvatore, scomparso nel 2013) nei giorni del trasferimento di Eluana a Udine, poco prima della morte della ragazza. Secondo la ricostruzione di Crisafulli, tre anni prima Englaro gli avrebbe confidato quella menzogna, motivata dalla disperazione per non poter riportare in salute la sua Eluana. Un punto a favore delle dichiarazioni di Crisafulli è anche nel fatto che, al di fuori di quanto sempre affermato dal padre, non vi sono mai state prove né scritte, né verbali della presunta volontà di morire da parte della giovane Englaro.

Le suore e la loro richiesta inesaudita. La morte di Eluana ha segnato un profondo dolore anche per le suore visitandine che, per 15 anni, l’avevano ospitata e accudita nella Casa di Cura “Beato Luigi Talamoni” a Lecco. Quando Beppino intraprese la causa per ottenere che la figlia fosse fatta morire, le suore lo scongiurarono più volte di lasciarla in vita, affidando loro la custodia ma vennero sempre scontentate. Questa pertinacia da parte di papà Englaro lascerebbe sospettare la manipolazione e la strumentalizzazione che i Radicali avrebbero esercitato sull’uomo, facendo leva sulla sua disperazione. Sia le religiose che alcuni medici hanno più volte testimoniato che Eluana, pur non essendo più in grado di camminare, né di parlare, era ancora piuttosto cosciente di quanto le avveniva intorno. Inoltre, veniva nutrita normalmente ed era in grado di deglutire, non soffriva di patologie particolari e avrebbe potuto vivere ancora per molti anni. Dopo qualche tempo, le era anche tornato il ciclo mestruale. Non era certamente una malata terminale, non era in pericolo di morte, né era propriamente ‘in coma’. Secondo alcune testimonianze non ufficiali, Eluana, il cui udito non era stato affatto pregiudicato, ogniqualvolta sentiva parlare della volontà del padre di farla morire, si turbava e piangeva.

Morire di fame e di sete. È stato più volte affermato da parte dei sostenitori della “dolce morte”, che sarebbe inumano prolungare all’infinito le sofferenze di persone malate, come lo era appunto Eluana Englaro. Trascurando, però, che – come detto – lo stato della paziente non era terminale, né è assolutamente quantificabile il livello di dolore o di sofferenza che lei stessa provava in quelle condizioni. Ciò che è inconfutabile e scientificamente provato, tuttavia, è che il decesso per fame e per sete è una delle morti più atroci che un essere umano possa sopportare. Non è un caso che nessuna foto dell’agonia di Eluana nella clinica di Udine sia mai stata diffusa. Se, al contrario, quelle tristissime immagini fossero state rese note, quella forma di eutanasia godrebbe dell’identico sostegno? In tanti direbbero che morire in quel modo è disumano, allora diventerebbero massicce le campagne per la legalizzazione dell’eutanasia attiva, attraverso la somministrazione di farmaci letali come il Pentobarbital. Un metodo, quest’ultimo, molto simile a quello utilizzato dai nazisti per sopprimere centinaia di migliaia di disabili. Ma questo, i sostenitori dell’eutanasia non ve lo diranno mai…