Il dramma di Vincent Lambert: un prodigioso duello tra vita e morte

Vincent Lambert

Per il terzo anno di seguito, il dibattito sull’eutanasia torna a infiammarsi su un caso umano drammaticamente concreto. Dopo l’Inghilterra, dove due bambini (Charlie Gard nel 2017 e Alfie Evans nel 2018) sono stati crudelmente sacrificati contro il volere dei loro genitori, i riflettori sono puntati sulla Francia, dove a rischiare la vita, è adesso un adulto di 42 anni. La storia di Vincent Lambert è nota alle cronache: l’uomo vive immobilizzato da più di dieci anni. La moglie Rachel, suo tutore legale, ha chiesto per lui la sospensione dell’alimentazione, dell’idratazione e delle cure, sostenuta nella sua azione giudiziaria dai fratelli del paziente e dal personale medico che lo ha in cura. Fermamente contrari a ogni operazione eutanasica, i genitori di Vincent, Pierre e Viviane, ferventi cattolici.

Vincent Lambert è rimasto vittima di un incidente stradale il 29 settembre 2008. Attualmente è ricoverato presso l’ospedale Chu Sébastopole di Reims, in stato vegetativo semicosciente. I tre gradi di giudizio, ultimo dei quali quello del Consiglio di Stato francese, con sentenza del 24 aprile – seguito, il 30 aprile, dall’analogo pronunciamento della Corte Europea dei Diritti Umani – hanno decretato che le condizioni di Lambert sono ormai irreversibili e che la sua coscienza è minima, pertanto continuare a curarlo costituirebbe una “ostinazione irragionevole”: ciò, a detta dei medici e dei tribunali, legittimerebbe la sospensione delle cure, dell’alimentazione e dell’idratazione.

Una lettera firmata da più di 50 medici e indirizzata al Tribunale di Châlons-en-Champagne, dove è partita la causa, ha però puntualizzato che Lambert “non è in coma” e nemmeno “in fin di vita”. C’è da aggiungere che il paziente respira automaticamente, che nessun macchinario o sondino lo tiene in vita – sebbene sia necessario un tubino per alimentarlo – che la sua deglutizione negli ultimi tempi è migliorata e che, secondo le testimonianze dei genitori, pur non parlando, Vincent reagisce agli stimoli esterni e manifesta i suoi stati emotivi, un po’ come avveniva a Eluana Englaro, protagonista di un caso molto simile.

Lunedì scorso, poco dopo l’avvio del tetro protocollo di rimozione dei mezzi di nutrimento e idratazione, cui dovrebbe seguire la sedazione profonda, è stato diffuso un commovente video in cui Vincent piange (probabilmente ha saputo che lo lasceranno morire) e la madre, accarezzandolo, lo consola: “Vincent, Vincent, la mamma è qui, non piangere piccolo mio…”. A sostegno del diritto a vivere per lo sfortunato Lambert, il Comitato internazionale sui diritti delle persone con disabilità (organo delle Nazioni Unite) e numerose manifestazioni, tra cui va ricordata quella di lunedì scorso a Roma, davanti a Montecitorio, promossa da Pro Vita & Famiglia, CitizenGo e altre organizzazioni pro life. Il giorno dopo l’avvio dell’abbandono terapeutico, la clamorosa e inaspettata svolta: la Corte d’Appello di Parigi ordina la ripresa dei trattamenti. Un nuovo punto a favore della vita di Vincent ma la partita si profila lunga, estenuante e carica di ulteriori colpi di scena.

Uno scenario estremamente incerto, quindi, in cui il destino di Vincent Lambert potrebbe prendere qualunque piega. La cultura della vita e la cultura della morte si stanno affrontando in prodigioso duello. Una certezza, però, c’è: noi cristiani crediamo che la morte può vincere qualche battaglia ma la guerra non la vincerà mai. Un concetto che può apparire scontato su un piano sovrannaturale: sappiamo che, dopo la Resurrezione di Nostro Signore, la morte è stata sconfitta e che anche i nostri corpi risusciteranno l’ultimo giorno della storia.

La vita, però, può prendersi le sue rivincite anche già su questa terra e ciò può avvenire lungo due binari: quello della scienza, che può offrire all’umanità strumenti per vivere meglio e morire con dignità secondo i piani di Dio e non quelli degli uomini; quello della fede, che dà agli uomini la forza di amare oltre le loro apparenti capacità, quindi di servire la vita sempre e fino in fondo. Tuttavia, a prescindere dalla volontà umana e dalla sua aderenza o meno alla volontà divina, c’è una realtà fattuale che ci trascende e che è sempre favorevole alla vita. Con ciò, intendiamo dire che una società che ammette la soppressione dei più deboli è una società che avalla la sua autodistruzione. I danni già evidenti di questo processo sono il segnale che ci esorta a invertire la tendenza. Bisogna però volerlo profondamente e vale davvero la pena, per una ragione molto semplice: far vincere una cultura della vita è davvero possibile.