Il Papa: “In confessionale ho capito il dramma dell’aborto”

Il Papa:

Durante la Via Crucis un giovane ha pronunciato delle parole molto forti sull’aborto: “C’è una tomba che grida al cielo e denuncia la terribile crudeltà dell’umanità, è la tomba che si apre nel ventre delle madri… Dio ci conceda di difendere con fermezza la vita e far sì che le leggi che uccidono la vita siano cancellate per sempre”. Questa è una posizione molto radicale. Le vorrei chiedere se questa posizione rispetta anche la sofferenza delle donne in questa situazione e se corrisponde al suo messaggio della misericordia.

«Il messaggio della misericordia è per tutti, anche per la persona umana che è in gestazione. Dopo questo fallimento, c’è pure misericordia. Ma una misericordia difficile, perché il problema non è dare il perdono ma accompagnare una donna che ha preso coscienza di avere abortito. Sono drammi terribili. Una donna quando pensa quello che ha fatto… Bisogna essere nel confessionale, lì devi dare consolazione e per questo ho concesso a tutti i preti la facoltà di assolvere l’aborto per misericordia. Tante volte, ma sempre, loro devono “incontrarsi” con il figlio. Io tante volte, quando piangono e hanno questa angoscia, le consiglio così: tuo figlio è in cielo, parla con lui, cantagli la ninna nanna che non hai potuto cantargli. E lì si trova una via di riconciliazione della mamma col figlio. Con Dio, la riconciliazione c’è già, Dio perdona sempre. Ma anche lei deve elaborare quanto è accaduto. Il dramma dell’aborto, per capirlo bene, bisogna stare in un confessionale. Terribile».

Lei ha detto a Panama di essere molto vicino ai venezuelani e ha chiesto una soluzione giusta e pacifica, nel rispetto dei diritti umani di tutti. I venezuelani vogliono capire: che cosa significa? La soluzione passa attraverso il riconoscimento di Juan Guaidó che è stato sostenuto da molti Paesi? Altri chiedono elezioni libere in tempi brevi. La gente vuole sentire il suo appoggio, il suo aiuto e il suo consiglio.

«Io appoggio in questo momento tutto il popolo del Venezuela perché sta soffrendo, quelli di una parte e dell’altra. Se io sottolineassi quello che dice questo o quel Paese, mi esprimerei su qualcosa che non conosco, sarebbe un’imprudenza pastorale da parte mia e farei danni. Le parole che ho detto le ho pensate e ripensate. E credo che con quelle ho espresso la mia vicinanza, ciò che sento. Io soffro per quello che sta accadendo in questo momento in Venezuela e per questo ho chiesto che ci sia una soluzione giusta a pacifica. Quello che mi spaventa è lo spargimento di sangue. E chiedo grandezza nell’aiuto da parte di quelli che possono aiutare per risolvere il problema. Il problema della violenza mi terrorizza, dopo tutto il processo di pace in Colombia, pensate all’attentato alla scuola dei cadetti dell’altro giorno, qualcosa di terrificante. Per questo devo essere… non mi piace la parola “equilibrato”, voglio essere pastore e se c’è bisogno di un aiuto, che di comune accordo lo chiedano».

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Durante il suo pranzo con i giovani una ragazza americana ci ha raccontato che le ha parlato del dolore per la crisi degli abusi. Tanti cattolici americani si sentono traditi e abbattuti dopo le notizie di abusi e insabbiamenti da parte di alcuni vescovi. Quale sono le sue aspettative e speranze per l’incontro di febbraio, affinché la Chiesa possa ricostruire la fiducia?

«L’idea di questo incontro è nata nel C9 perché noi vedevamo che alcuni vescovi non capivano bene o non sapevano che cosa fare o facevano una cosa buona e un’altra sbagliata. Abbiamo sentito la responsabilità di dare una “catechesi” su questo problema alle conferenze episcopali e per questo si chiamano i presidenti degli episcopati. Primo: che si prenda coscienza del dramma, di che cos’è un bambino o una bambina abusata. Ricevo con regolarità persone abusate. Ricordo uno: 40 anni senza poter pregare. È terribile, la sofferenza è terribile. Secondo: che sappiano che cosa si deve fare, qual è la procedura. Perché talvolta il vescovo non sa che cosa fare. È una cosa che è cresciuta molto forte e non è arrivata dappertutto. E poi che si facciano dei programmi generali ma che arrivino a tutte le conferenze episcopali: su ciò deve fare il vescovo, ciò che devono fare l’arcivescovo metropolita e il presidente della conferenza episcopale. Che ci siano dei protocolli chiari. Questo è l’obiettivo principale. Ma prima delle cose che si devono fare, bisogna prendere coscienza. Lì, all’incontro, si pregherà, ci sarà qualche testimonianza per prendere coscienza, qualche liturgia penitenziale per chiedere perdono per tutta la Chiesa. Stanno lavorando bene nella preparazione dell’incontro. Io mi permetto di dire che ho percepito un’aspettativa un po’ gonfiata. Bisogna sgonfiare le aspettative a questi punti che vi ho detto, perché il problema degli abusi continuerà, è un problema umano, dappertutto. Ho letto una statistica l’altro giorno. Dice: il 50 per cento dei casi è denunciato, e solo nel 5 per cento di questi c’è una condanna. Terribile. È un dramma umano di cui prendere coscienza. Anche noi, risolvendo il problema nella Chiesa, aiuteremo a risolverlo nella società e nelle famiglie, dove la vergogna fa coprire tutto. Ma prima dobbiamo prendere coscienza e avere i protocolli».

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Lei ha detto che è assurdo e irresponsabile considerare i migranti i portatori di male sociale. In Italia le nuove politiche sui migranti hanno portato alla chiusura del centro di Castelnuovo di Porto, che lei conosce bene. Lì si vedevano segni di integrazione, i bambini andavano a scuola, e ora rischiano uno sradicamento.

«Io ho sentito voci di quello che accadeva in Italia ma ero immerso in questo viaggio. Non conosco la cosa con precisione, anche se la immagino. È vero che il problema è molto complesso. Ci vuole memoria. Bisogna domandarsi se la mia patria è stata fatta da migranti. Noi argentini, tutti migranti. Gli Stati Uniti, tutti migranti. Un vescovo ha scritto un articolo bellissimo sul problema della mancanza di memoria. Poi le parole che io uso: ricevere, il cuore aperto per ricevere. Accompagnare, far crescere e integrare. Il governante deve usare la prudenza, perché la prudenza è la virtù di chi governa. È una equazione difficile. A me viene in mente l’esempio svedese, che negli anni ‘70, con le dittature in America Latina ha ricevuto tanti immigrati, ma tutti sono stati integrati. Anche vedo che cosa fa sant’Egidio, ad esempio: integra subito. Ma gli svedesi l’anno scorso hanno detto: fermatevi un po’ perché non riusciamo a finire il percorso di integrazione. E questa è la prudenza del governante. È un problema di carità, di amore, di solidarietà. Ribadisco che le nazioni più generose nel ricevere sono state l’Italia e la Grecia e anche un po’ la Turchia. La Grecia è stata generosissima e anche l’Italia, tanto. È vero che si deve pensare con realismo. Poi c’è un’altra cosa: il modo di risolvere il problema delle migrazioni è aiutare i Paesi da dove vengono i migranti. Vengono per fame o per guerra. Investire dove c’è la fame, l’Europa è capace di farlo, e questo è un modo per aiutare a crescere quei Paesi. Ma sempre c’è quell’immaginario collettivo che abbiamo nell’inconscio: l’Africa va sfruttata! Questo appartiene alla storia, e fa male! I migranti del Medio Oriente hanno trovato altre vie d’uscita. Il Libano è una meraviglia di generosità, ospita più di un milione di siriani. La Giordania, lo stesso. E fanno quello che possono, sperando di reintegrare. Anche la Turchia ha ricevuto qualcuno. E anche noi in Italia abbiamo accolto qualcuno. È un problema complesso sul quale si deve parlare senza pregiudizi».

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«Vi ringrazio tanto del vostro lavoro – ha concluso il Papa – Vorrei dire una cosa su Panama: ho sentito un sentimento nuovo, mi è venuta questa parola: Panama è una nazione nobile. Ho trovato nobiltà. E poi vorrei dire un’altra cosa, che noi in Europa non vediamo e che ho visto qui in Panama. Vedevo i genitori che alzavano i loro bambini e ti dicevano: questa è la mia vittoria, questo è il mio orgoglio, questo è il mio futuro. Nell’inverno demografico che noi stiamo vivendo in Europa – e in Italia sottozero – ci deve far pensare. Qual è il mio orgoglio? Il turismo, le vacanze, la villa, il cagnolino? O il figlio?».

(Resoconto non ufficiale) Fonte. Vatican News Servizio di Andrea Tornielli