La droga e due tumori al cervello: così Maria ha vinto nella vita di Pietro Giovetti

La testimonianza di Pietro e sua moglie

A volte nella #vita, le #rinascite possono essere anche più di una. Si può #combattere, di volta in volta, contro “#mostri” di diversa #natura e #vincere in tutte le #occasioni, se si ha un solido #Alleato al proprio fianco. In alcuni casi, può ripresentarsi ogni volta lo stesso nemico: lo conosci, sai come combatterlo, solo non devi stancarti mai, né essere tentato di deporre le armi.

Pietro Giovetti è un uomo che ha alle spalle un’esperienza di questo tipo. La prima grande sfida che ha dovuto affrontare è stato, a vent’anni, liberarsi dal demone della tossicodipendenza. Non c’è riuscito da solo, naturalmente, ma con il sostegno e l’affetto della Comunità Cenacolo di Suor Elvira, dove ha imparato a pregare. Uscito da questo incubo, quando orizzonti di luce sembravano finalmente stagliarsi sulla sua nuova vita, ne ha dovuto fronteggiare uno ancora peggiore: un tumore al cervello, provocato da una patologia congenita. Quest’ultima battaglia, dura ancora adesso, a distanza di 15 anni: per ben sette volte in questo arco di tempo Pietro è stato sottoposto ad intervento per la rimozione di due tumori cerebrali che, mediamente ogni due anni, gli si ripresentano. Una patologia che gli ha danneggiato il nervo acustico, cagionandogli dopo qualche tempo la sordità.

Nonostante questo calvario, Pietro Giovetti è riuscito a mettere su famiglia: da dodici anni è sposato con Giovanna e hanno tre figli: Noemi Maria, 10 anni; Mario, 8 anni; Elisabetta Maria, 4 anni. La “marianità” nei nomi dei loro bambini è facilmente rintracciabile nella devozione dei loro genitori, conosciutisi a Medjugorje, dove Pietro ha iniziato a vivere la fase successiva alla sua riabilitazione dalla droga, sempre presso la Comunità Cenacolo. Nella località balcanica, i Giovetti si trovano in pianta stabile dal 2007; Giovanna vi gestisce una pensione per pellegrini, mentre Pietro, oltre a fare il volontario per il Cenacolo, si dedica alla sua passione più grande: la pittura. Sono sue, infatti, le decorazioni sull’altare esterno della parrocchia di San Giorgio, nella parte che normalmente ospita le adorazioni eucaristiche. Da due anni, la Comunità Cenacolo gli propone la pittura di vari temi sacri.

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Per Pietro la malattia è stata “difficile da accettare” per vari motivi. Scopre di essere malato nel 2002, all’età di 24 anni, quando, droga ormai alle spalle, è pronto per diventare missionario laico a servizio della Comunità Cenacolo. Poi, improvvisamente, riceve la diagnosi ed è costretto ad annullare la partenza: la lastra svela due tumori molto grandi – uno di cinque centimetri – al cervello. Bisogna operare d’urgenza. “Pensai: ho lottato quattro anni per un problema molto importante e ora me ne ritrovo davanti uno dieci volte più grande… – racconta –. Il Signore mi chiedeva di fare quest’altro passo. I medici e tutti quanti nella Comunità mi rassicuravano che potevo essere operato ma io, a 25 anni, non vedevo più un futuro. La prima tentazione che ho provato (e sentivo veniva dal demonio!) è stata quella di prendermela con Dio. ‘Ho lottato tanti anni contro la droga, mi sono fidato di te e ora tu mi tratti così?’, avrei voluto dirGli. Mi chiesi se quegli anni in Comunità non fossero andati sprecati e mi sentii ad un bivio: arrendermi di nuovo al male o mettere in pratica quello che mi avevano trasmesso fino ad allora”.

Come prevedibile a posteriori, Pietro compie la scelta di “prendere il rosario in mano e pregare”, sostenuto da tutta la Comunità, a partire da suor Elvira che gli propone di rimanere e affrontare insieme il problema. “Non sono mai stato un gran ‘pregone’, né lo sono tuttora – scherza Pietro – però sentivo una voce dentro di me che mi diceva: prendi il rosario e prega”. Per il giovane artista piemontese è stato come prendere la Croce sul Calvario assieme a Gesù, salendo e percorrendo insieme delle vette, che, a lungo andare, lo hanno condotto lungo nuovi imprevedibili e meravigliosi sentieri. In questa fase di sofferenza, gli è capitato l’inaspettato: conoscere una donna, Giovanna, innamorarsi, e vedere in lei il “Cireneo” che lo aiutava a portare la croce: “Erano segni tangibili che il Signore mi era vicino”, commenta.

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L’incontro con Giovanna avviene alla Comunità Cenacolo di Medjugorje, durante una testimonianza di Pietro. La ragazza, originaria della Calabria, era lì con la mamma. Anche lei aveva trascorsi di tossicodipendenza e, insieme, stavano cercando una comunità. Giovanna partecipa all’incontro da non credente ipercritica e, a un certo momento, pone a Pietro una domanda provocatoria: “Qui in comunità siete come sotto una campana di vetro, quando ne uscirai, sarai ancora in grado di camminare con le tue gambe?”. Lì per lì Pietro non sa che rispondere ma la invita ad incontrarlo privatamente, al termine della testimonianza. È lì che i due giovani fanno amicizia, dialogano e in entrambi scocca subito qualcosa. “Non mi aveva detto: ‘come sei bravo che mi parli del Signore’. No, Giovanna aveva toccato subito il mio punto vulnerabile, si era rivelata una donna forte e tenace”, racconta Pietro, che in quella fase della sua vita aveva iniziato a sentire il desiderio di andare in missione ma, al tempo stesso, anche quello di “avere una famiglia e diventare padre”. Giovanna aveva risvegliato in lui quel desiderio.

A sua volta, lei era rimasta colpita dal suo discorso sulla fede e il suo ateismo aveva iniziato a vacillare. “Pensavo di poter smontare tutto quello che lui dipingeva: fede, provvidenza, ecc. – racconta Giovanna –. Io non avevo ancora fatto un’esperienza di fede come lui e mi portavo dietro il mio carico di problematiche, a partire dalla separazione dei miei genitori. Se però lui non mi avesse toccato con le sue parole, io non avrei fatto la mia domanda provocatoria. Parlando con me da sola, Pietro non fece che ripetermi quanto detto nella testimonianza ma lì capii che ci credeva davvero. Allora dissi: ‘Signore, se esisti, fatti sentire per davvero’. E per la prima volta mi sono messa in discussione. Se però non avessi sentito la sua testimonianza, sarei rimasta ferma nelle mie convinzioni, incapace di vedere il Bene…”.

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Con i loro tre figli, Pietro e Giovanna Giovetti vivono oggi il “dono straordinario” di abitare in un luogo dove appare Maria e quando vedono i pellegrini tornare andare via da Medjugorje, pensano alla sfida di dover vivere la fede nella quotidianità ‘mondana’ del proprio paese. “Noi, invece, siamo privilegiati – commenta Giovanna –. Forse la Madonna ci ha voluto qua perché più fragili”.

Dare al mondo tre figli, con un padre affetto da malattia genetica, è un’altra sfida che ha richiesto coraggio ad entrambi i coniugi Giovetti: riguardo a questa scelta, c’è chi non ha risparmiato critiche più o meno esplicite, specie tra i medici. È stato don Stefano, uno dei sacerdoti del Cenacolo, ad aiutarli a superare questa paura, così Pietro e Giovanna si sono aperti all’eventualità che il Signore potesse donare loro anche dei bambini malati (anche se, poi, sono nati tutti sani). La più grande, Noemi Maria, ha già ricevuto la prima comunione, appuntamento cui si è presentata con un fervore impressionante per una bimba di nove anni, al punto da commuovere profondamente i genitori. Anche lei e i fratelli amano profondamente vivere a Medjugorje e sono consapevoli di trovarsi in un posto speciale. “Per loro, però non è l’eccezionalità – commenta Giovanna –. Forse lo è più per noi”. Per i loro figli, Pietro e Giovanna non hanno pianificato nulla, hanno affidato tutto al Signore e ora sono felici così: vivendo ‘alla giornata’ nella Terra di Maria.

 Servizio di Luca Marcolivio (in collaborazione con Rita Sberna)