La “piccola bellezza”… che si fece grande

La “piccola bellezza”… che si fece grande
CC0 Pixabay

Al termine di questo tormentatissimo 2020, mancava soltanto il “caso-presepe”. Proprio quest’anno che, miracolosamente, non è sorta nessuna diatriba sulla rappresentazione della Natività nelle scuole (salvo l’infelicissima scelta del Comune di Fiumicino riguardo ai canti), l’epicentro del malumore si è spostato nientemeno che in Vaticano. La storia la conosciamo tutti, è superfluo ribadirla nei particolari. Ci limiteremo a ricordare che il presepe allestito quest’anno a piazza San Pietro non è piaciuto affatto. Il parere negativo sembra pressoché unanime non solo tra i cattolici ma anche tra i laici.

L’arte presepiale è apprezzata anche tra i non credenti, perché comunque evoca sentimenti umani quali la semplicità, il calore familiare, la meraviglia della vita nascente. Il presepe realizzato dagli allievi dell’istituto d’arte di Castelli (località abruzzese rinomatissima per le sue ceramiche) non trasmette nulla di tutto questo. Raffigurare astronauti o figure inquietanti che paiono uscite da un fantasy in stile Signore degli anelli o Harry Potter, non ha assolutamente nulla a che vedere con lo spirito di Betlemme. Ammesso e non concesso che qualcuno abbia mai pensato al presepe di San Pietro come un’occasione per evangelizzare attraverso i linguaggi dell’arte sacra, ci siamo trovati davanti a qualcosa di difficilmente associabile non solo all’idea di sacro ma anche all’idea di bello.

Non tutti i mali vengono per nuocere

C’è persino chi ha rivolto una petizione a papa Francesco per la sostituzione dell’opera con un presepe più consono ai tradizionali gusti popolari. Verrebbe da domandarsi se in Vaticano, al momento di visionare il nuovo presepe, si siano domandati quanto realmente avrebbe incontrato il favore dei fedeli comuni. Evitando, però, di aggiungere un ulteriore tizzone al focolaio delle polemiche, nella speranza che un tale “passo falso” non si ripeta più, vogliamo guardare al bicchiere mezzo pieno di questa vicenda. Non tutti i mali vengono per nuocere e, in questi giorni, abbiamo avuto la conferma di quanto siano diffuse la voglia di Natale e la nostalgia di Dio.

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In altre parole, il presepe è un’espressione artistica che attrae non tanto perché richiama una tradizione che ci hanno insegnato ad apprezzare fin da bambini ma per quello che intrinsecamente trasmette. A partire – come si era detto – dall’idea di famiglia, di pace, di luce, di accoglienza, di festa. La contemplazione della grotta di Betlemme, della Sacra Famiglia, della mangiatoia, evoca senz’altro l’umiltà di Dio, la sua venuta al mondo nella povertà.

Un Dio “piccolo” e “discreto”

C’è di più, però. Nel mistero della Natività, c’è tutta la discrezione di Dio che giunge sulla terra lontano dai riflettori e dai clamori. L’evento più importante della Storia, la venuta del Messia, è un evento di cui, all’epoca, non parlò nessuno e di cui, nell’immediato, nessuno si accorse. È come se Dio, nel fare la sua apparizione tra gli uomini, fosse entrato in scena in punta di piedi. Dio non vuole arrecarci disturbo, non vuole imporre la sua presenza. Viene al mondo nelle fattezze di un bambino indifeso e infreddolito.

Dio nasce nel nascondimento, non è lui che si mette in cerca di noi. Proprio perché piccolo e inerme, desidera che noi ci mettiamo in cerca di lui, per coccolarlo e proteggerlo. È il paradosso dell’onnipotenza divina: l’idea di un Dio infante pare quasi una contraddizione in termini, eppure non si fa una gran fatica ad accettarla. Al contrario: l’idea di un Dio bambino, che viene al mondo nel segno della povertà e dell’innocenza, è un’idea che attrae tantissimo. È impossibile, però, accogliere l’arrivo di questo Bambino, se non si fa una professione di umiltà. I pastori erano semplici, rozzi, poco istruiti e, forse anche per questo, hanno saputo cogliere subito l’Essenziale, visibile ai loro occhi. Per i Magi questa scoperta è meno immediata: al contrario dei pastori, i tre sono uomini coltissimi che, però, hanno avuto l’umiltà di riconoscere una Presenza che trascendeva la loro pur sconfinata sapienza.

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“Scendere da cavallo” per incontrare Gesù Bambino

Nell’omelia natalizia del 2011, papa Benedetto XVI fece notare che l’ingresso alla basilica della Natività di Betlemme è alto appena un metro e mezzo. “L’intenzione era probabilmente di proteggere meglio la chiesa contro eventuali assalti, ma soprattutto di evitare che si entrasse a cavallo nella casa di Dio – spiegò il Pontefice –. Chi desidera entrare nel luogo della nascita di Gesù, deve chinarsi. Mi sembra che in ciò si manifesti una verità più profonda, dalla quale vogliamo lasciarci toccare in questa Notte santa: se vogliamo trovare il Dio apparso quale bambino, allora dobbiamo scendere dal cavallo della nostra ragione “illuminata”. Dobbiamo deporre le nostre false certezze, la nostra superbia intellettuale, che ci impedisce di percepire la vicinanza di Dio”.

Dio viene al mondo piccolo e nascosto. Allo stesso modo, i più grandi cambiamenti nella storia umana e anche nella nostra vita personale, non avvengono mai in modo clamoroso ed evidente. Le cose che veramente contano, richiedono una particolare sensibilità, una capacità di guardare oltre le apparenze, di mettere in discussione le nostre convinzioni consolidate. Gesù Bambino è quella “piccola bellezza” discreta, pronta a diventare grande e a generare grandi cose nella nostra vita. Anche in un anno difficile e terribile come quello che sta per concludersi, questo cambiamento in meglio può avvenire. Abbiamo però la disponibilità ad accoglierlo?