L’unico Regno dove trionfa la libertà

L’unico Regno dove trionfa la libertà

“Se gridi: ‘muoia #CristoRe’, ti salviamo la vita!”. Con queste #parole, gli aguzzini del 14enne José Sanchez Del Rio provarono inutilmente a persuadere la loro vittima dall’abiurare la propria fede. Al culmine della guerra civile messicana del 1926-1929, uno dei più massicci genocidi anticristiani del secolo scorso, il ragazzo si era unito ai battaglioni dei cristeros, sorta di partigiani dissidenti nei confronti del sanguinario regime anticlericale di Plutarco Calles. Espulsi i missionari stranieri, sequestrate e sigillate dalla polizia tutte le chiese e parrocchie, vietata la celebrazione delle messe, il popolo messicano non stette a guardare e molti, giovani e meno giovani, pur deplorando la guerra, imbracciarono le armi.

Finito prigioniero dell’esercito lealista assieme ad un coetaneo, José subisce tentativi di corruzione: se avesse rinnegato la sua fede, gli avrebbero garantito l’ingresso nel collegio militare di regime o, in alternativa, il salvacondotto per fuggire all’estero impunito e prezzolato, con la prospettiva di proseguire gli studi in qualche prestigioso college americano. Nei giorni della prigionia, il giovane Sanchez Del Rio continuò ad essere oggetto di lusinghe, alternate a minacce e percosse sempre più violente. Nell’ultima lettera alla madre, scrive: “Credo di stare per morire, ma non importa, mamma.

Rassegnati alla volontà di Dio. Io muoio molto contento, perché muoio in prima linea, a fianco di Nostro Signore”.
Al tragico epilogo della vicenda, a José vennero spellate le piante dei piedi e, in queste condizioni, fu costretto a camminare fino al cimitero e a scavarsi la sua stessa tomba. Fino all’ultimo, i suoi aguzzini provarono a ‘convertirlo’ ma, a ogni tentativo, il ragazzo replicava con il grido di guerra dei cristeros: “Viva Cristo Re! Viva la Vergine di Guadalupe!”. Allorché vide il suo carnefice tirare fuori la pistola che lo avrebbe martirizzato, José disse: “Ci rivedremo in Cielo! Viva Cristo Re! Viva la Vergine di Guadalupe!”. Era il 10 febbraio 1928. Attualmente sepolto nella chiesa di San Giacomo a Sahuayo, sua città natale nello stato di Michoacán, José Sanchez Del Rio è stato beatificato nel 2005 e canonizzato da papa Francesco in piazza San Pietro, poco più di un anno fa, il 16 ottobre 2016.

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Oltre ad essere collegata con la solennità di Cristo Re, che domani celebreremo, la storia di San José Sanchez Del Rio è paradigmatica di un’epoca, di un luogo ma, soprattutto, di un modo di essere cristiani. È come se il martire messicano avesse voluto ripetere, con un linguaggio nuovo, le parole sussurrate da Gesù davanti a Pilato, dopo la flagellazione: “Il mio Regno non è di questo mondo” (Gv 18,36). Una frase che ci scuote, nella misura in cui, ognuno di noi, nel proprio piccolo, è il sovrano di un proprio regno. In cosa consistono i nostri personalissimi regni?

Essi sono la sedimentazione di tutto ciò che non ha a che vedere con Dio ma che, ciononostante, senza rendercene conto, adoriamo come tale: sesso, denaro, potere, carriera, comodità, quieto vivere. I nostri idoli, tuttavia, sono così subdoli che possono prendere forma anche in cose assolutamente giuste e lecite, a cui, però, non siamo in grado di dare la giusta dimensione. Se siamo disoccupati, cercare un lavoro è un dovere innanzitutto verso noi stessi; se però questa ricerca diventa per noi un fatto ossessivo e angoscioso, in grado di condizionare la nostra pace interiore e i nostri rapporti con gli altri, ecco che di una cosa lecita, ne abbiamo fatto un idolo. Lo stesso dicasi, quando il lavoro ce l’abbiamo ma viviamo nell’assillo di fare carriera o di migliorare la nostra posizione. Anche le persone amate, finanche il proprio coniuge o i figli, possono diventare degli idoli, quando non li accettiamo per quello che sono e che ci possono dare.