Il lavoro senza dubbio dona la dignità alla vita umana, perché l’uomo è stato chiamato a continuare l’opera della creazione, iniziata da Dio. Indipendentemente dalla sua qualità, esso prima o poi comporta la fatica, quella che è proprio componente della vita. San Giuseppe fu il primo esempio di dedizione e di umile impegno, anzitutto per Gesù, suo figlio adottivo, poi per tutti noi. Nella sua udienza odierna, il Papa lo prende come segno per parlare del tema del lavoro. 

Papa Francesco ci ricorda, che il suo era un mestiere piuttosto duro, dovendo lavorare materiale pesante, come il legno, la pietra e il ferro. Dal punto di vista economico non assicurava grandi guadagni, come si deduce dal fatto che Maria e Giuseppe, quando presentarono Gesù nel Tempio, offrirono solo una coppia di tortore o di colombi (cfr Lc 2,24), come prescriveva la Legge per i poveri. Inoltre sappiamo che lo scandalo-Gesù era dato anche dal fatto che egli fosse sempre qualificato per il suo essere figlio del falegname, un incompetente insomma, sempliciotto.

Il Pontefice corre immediatamente col pensiero alla classe di quei lavoratori, nascosti, spesso oppressi e sfruttati con il lavoro in nero; alle vittime del lavoro – abbiamo visto che in Italia ultimamente ce ne sono state parecchie -; ai bambini che sono costretti a lavorare e a quelli che frugano nelle discariche per cercare qualcosa di utile da barattare… Mi permetto di ripetere questo – sottolinea il Papa- che ho detto: i lavoratori nascosti, i lavoratori che fanno lavori usuranti nelle miniere e in certe fabbriche: pensiamo a loro. 

Non lavorare significa non poter vivere. Se non lavori, tu, non hai alcuna sicurezza. Il lavoro in nero oggi c’è, e tanto. Pensiamo alle vittime del lavoro, degli incidenti sul lavoro; ai bambini che sono costretti a lavorare: questo è terribile! I bambini nell’età del gioco devono giocare, invece sono costretti a lavorare come persone adulte. Pensiamo a quei bambini, poveretti, che frugano nelle discariche per cercare qualcosa di utile da barattare. Tutti questi sono fratelli e sorelle nostri, che si guadagnano la vita così, con lavori che non riconoscono la loro dignità! 

Papa Francesco tocca pure il problema della mancanza di lavoro onesto: e penso anche a quanti si sentono feriti nella loro dignità perché non trovano questo lavoro. Tornano a casa: “Hai trovato qualcosa?” – “No, niente … sono passato dalla Caritas e porto il pane”. Quello che ti dà dignità non è portare il pane a casa. Tu puoi prenderlo dalla Caritas: no, questo non ti dà dignità. Quello che ti dà dignità è guadagnare il pane, e se noi non diamo alla nostra gente, ai nostri uomini e alle nostre donne, la capacità di guadagnare il pane, questa è un’ingiustizia sociale in quel posto, in quella nazione, in quel continente.

Non possiamo dimenticare poi, che il lavoro, lungi dall’essere solo il mezzo di sostentamento, ha un ruolo fondamentale, perché è anche un luogo in cui esprimiamo noi stessi, ci sentiamo utili, e impariamo la grande lezione della concretezza, che aiuta la vita spirituale a non diventare spiritualismo. Purtroppo però il lavoro è spesso ostaggio dell’ingiustizia sociale e, più che essere un mezzo di umanizzazione, diventa una periferia esistenziale (…) Il lavoro è anche un modo per esprimere la nostra creatività: ognuno fa il lavoro a suo modo, con il proprio stile; lo stesso lavoro ma con stile diverso.

La catechesi dell’udienza di oggi conclude col far memoria che anche il Figlio di Dio ha lavorato su questa terra, esercitando il mestiere imparato proprio da San Giuseppe. Pertanto anche la Chiesa deve domandarsi quale contributo possa dare affinché il lavoro venga considerato come diritto e dovere fondamentale della persona umana.

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