famiglia, maternità, paternità
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Tante volte sentiamo questa domanda, nei nostri dialoghi, nelle riflessioni: chi è un genitore? Chi si può ritenere genitore di un bambino? Colui che l’ha generato biologicamente oppure chi lo cresce? Queste domande, tanto valide in tutta la storia dell’umanità, non sono mancate nemmeno nella vita terrena del Figlio di Dio. Papa Francesco ci avvicina oggi questo argomento, parlando di San Giuseppe come padre putativo di Gesù. 

La catechesi del Santo Padre inizia dalla contestualizzazione storica. Da un lato egli ci ricorda come già due evangelisti parlando di Gesù come figlio non naturale di Giuseppe. Dall’altro lato, ci racconta come l’adozione di un figlio non fosse cosa rara in Israele. Anzi, (…) era molto frequente, più di quanto non sia ai nostri giorni (…) Si pensi al caso comune presso Israele del “levirato” (cf. Lv 25,5-6) . Il genitore di questo figlio è il cognato, ma il padre legale resta il defunto, che attribuisce al neonato tutti i diritti ereditari. Lo scopo di questa legge era duplice: assicurare la discendenza al defunto e la conservazione del patrimonio.

Si presenta poi la questione del nome, che il padre impone al figlio. Cambiare il nome significava cambiare sé stessi, come nel caso di Abramo, il cui nome Dio cambia in “Abraham”, che significa “padre di molti” (…). Ma soprattutto dare il nome a qualcuno o a qualcosa significava affermare la propria autorità su ciò che veniva denominato, come fece Adamo quando conferì un nome a tutti gli animali (cfr Gen 2,19-20).

Papa Francesco vuole stimolarci a riflettere sulla paternità e maternità oggi. Perché – ci dice – noi viviamo un’epoca di notoria orfanezza. È curioso: la nostra civiltà è un po’ orfana, e si sente, questa orfanezza. 

Il Pontefice, citando la lettera Patris Cordae, ci ricorda: «Padri non si nasce, lo si diventa. E non lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui. Tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti». 

Sentiamo oggi infine, dalle parole di Papa Francesco, una grande enfasi sul tema dell’adozione, atteggiamento così generoso e bello. Giuseppe ci mostra che questo tipo di legame non è secondario, non è un ripiego. Questo tipo di scelta è tra le forme più alte di amore e di paternità e maternità. Quanti bambini nel mondo aspettano che qualcuno si prenda cura di loro! L’adozione è, secondo le sue parole il “rischio” dell’accoglienza. E oggi, anche, con l’orfanezza, c’è un certo egoismo. L’altro giorno, parlavo sull’inverno demografico che c’è oggi: la gente non vuole avere figli, o soltanto uno e niente di più. 

Il Papa rileva il rischio molto più pericoloso della mancanza di coraggio, verso la costruzione del futuro, attraverso i figli. È un rischio, sì: avere un figlio sempre è un rischio, sia naturale sia d’adozione. Ma più rischioso è non averne. Più rischioso è negare la paternità, negare la maternità, sia la reale sia la spirituale. Un uomo e una donna che volontariamente non sviluppano il senso della paternità e della maternità, mancano qualcosa di principale, di importante. 

Nella catechesi odierna il Santo Padre rivolge la sua parola anche alle istituzioni, auspicando che  siano sempre pronte ad aiutare in questo senso dell’adozione, vigilando con serietà ma anche semplificando l’iter necessario perché possa realizzarsi il sogno di tanti piccoli che hanno bisogno di una famiglia, e di tanti sposi che desiderano donarsi nell’amore. E sgorga dalla sua esortazione, come passo finale, la preghiera:

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San Giuseppe,
tu che hai amato Gesù con amore di padre,
sii vicino a tanti bambini che non hanno famiglia
e desiderano un papà e una mamma.
Sostieni i coniugi che non riescono ad avere figli,
aiutali a scoprire, attraverso questa sofferenza, un progetto più grande.
Fa’ che a nessuno manchi una casa, un legame,
una persona che si prenda cura di lui o di lei;
e guarisci l’egoismo di chi si chiude alla vita,
perché spalanchi il cuore all’amore.