Preghiamo per la Chiesa italiana!

Candele
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Sarò sincero: questa settimana avrei voluto trattare un argomento diverso. I cambiamenti in corso, tanto tumultuosi e incalzanti, però, ci costringono nuovamente a soffermarci sulla Chiesa in tempo di Covid. È di lunedì scorso la notizia della promulgazione di un’ordinanza del Governatorato della Santa Sede, che introduce l’obbligo del green pass per l’accesso al territorio della Città del Vaticano. Unica eccezione: la partecipazione alle funzioni liturgiche, solo “per il tempo strettamente necessario allo svolgimento del rito”. Permangono, in ogni caso, tutti i protocolli ormai vigenti dalla primavera del 2020: distanziamento, uso dei dispositivi di protezione individuale, divieto di assembramento, ecc. Una notizia che un numero considerevole di fedeli italiani e del mondo non ha certo accolto tra salti di gioia.

Giusto, ieri, invece, hanno suscitato una certa apprensione le dichiarazioni del cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, a margine dell’assemblea plenaria del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa. Al giornalista che gli domandava se sarà mai necessario il green pass per andare a messa, il porporato ha risposto: “Noi abbiamo una trattativa con il governo, andiamo secondo quella”. In seguito, il presidente della CEI ha dovuto precisare che non si riferiva a una trattativa in corso ma a una trattativa già conclusa, ovvero l’accordo del maggio 2020 per il ritorno alle celebrazioni, con tutti i protocolli ben conosciuti e tuttora in vigore.

Pertanto, “la certificazione verde non è richiesta per partecipare alle celebrazioni”, ha ribadito Bassetti. Rimane, però, il dubbio sul perché il numero uno dei vescovi italiani non abbia affermato subito a chiare lettere che l’accesso alla messa sarebbe rimasto libero. Il sospetto di molti è che la Chiesa, forse più per pressioni esterne, che per convinzione propria, starebbe cedendo a una serie di prescrizioni imposte dal governo e dalle agenzie internazionali (OMS in primis), in tema sanitario. A tale sospetto, si associa il timore che le restrizioni al culto siano ormai una questione di tempo. La sola idea di controlli scansionanti per il “passaporto verde” all’ingresso delle parrocchie da parte di vigilantes ingaggiati ad hoc, ci fa rabbrividire ed evoca – mutatis mutandis – i foschi ricordi delle chiese “patriottiche” d’epoca comunista. Gesù è sempre venuto incontro a tutti i malati conclamati: per quale motivo, in suo nome, dovremmo respingere i malati presunti?

Senza voler essere ossessionati da una simile prospettiva, anzi, rimanendo fiduciosi nella Provvidenza di Dio, sentiamo che il momento richiede uno sforzo di preghiera più grande del solito. All’occorrenza anche di digiuno. Bisogna resistere a due tentazioni: quella di pensare che tutto quello che sta accadendo sia “normale” e che ci si debba adeguare pedissequamente a ogni cambiamento, a partire da quelli – spesso discutibili – provenienti dalle misure per l’emergenza sanitaria. L’altra tentazione da rigettare è quella di irritarsi o rattristarsi, cercando capri espiatori e fomentando così ulteriormente le divisioni. Il momento ecclesiale non è dei più esaltanti, quindi è evidente che l’indebolimento dei mezzi umani nell’affrontare le crisi, richiede un accresciuto ricorso ai mezzi divini. Quando si affronta un mare in tempesta, è fondamentale mantenere la calma e confidare sempre nella certezza che, pure se il Capitano dorme, la sua stessa presenza ci preserva da ogni possibile naufragio (cfr Mc 4,35-41).

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