Primo Maggio: quel concertone così poco “medioevale”… eppure così “misogino”

Da trent’anni è la manifestazione progressista per definizione, quella che non lascia indietro nessuno e che canta la libertà e l’uguaglianza. La sua ultima edizione, però, ha fatto cortocircuito. Al tradizionale “concertone” del Primo Maggio a Roma, si sono esibite appena 4 donne su un totale di 29 artisti in lista. Davvero una bella gatta da pelare per una kermesse politicamente corretta, in cui le quote rosa e l’emancipazione dovrebbero essere un principio radicalmente assimilato. La realtà, però, si è rivelata un po’ diversa: un giornalista se n’è accorto, facendolo notare in conferenza stampa ai due conduttori del concerto in piazza San Giovanni, Ambra Angiolini e Lodo Guenzi. Messa con le spalle al muro e visibilmente irritata, la Angiolini ha ammesso: “Su mille giovani artisti iscritti al contest del Primo Maggio si sono presentate 90 donne, più del 90 per cento sono uomini, questa è la fotografia della realtà. Ma è una realtà che c’era prima, il Primo Maggio è l’ultimo anello di una catena produttiva, non è certo responsabile di quello che purtroppo ancora non succede nella discografia”.

Assurdo, dunque, come ha osservato la stessa conduttrice, pretendere che in una manifestazione canora il numero di donne e uomini ad esibirsi debba essere perfettamente uguale. Le discipline musicali, allora, non attraggono più le donne? Eppure, nel recente passato, Sanremo, il Festivalbar e altre kermesse sono state sempre arricchite da molte splendide voci femminili. Forse è l’industria discografica ad essere diventata discriminatoria e maschilista? Non è questa la sede idonea per rispondere a tali dilemmi. Ci limitiamo a osservare che questo fenomeno si sta verificando proprio in un ambiente insospettabile. Oltretutto, gli organizzatori e buona parte dei fans del Concerto del Primo Maggio sono verosimilmente della stessa cerchia ideologica di coloro che, senza minimamente conoscerne i contenuti, né le finalità, nei mesi scorsi, avevano definito “medioevale”, retrogrado e misogino il Congresso Mondiale delle Famiglie, tenutosi a Verona dal 29 al 31 marzo scorsi.

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Ebbene, la controversia legata al concerto del Primo Maggio, ci ha spinto a confrontare i numeri con quelli dell’odiatissima (dai radical chic) manifestazione veronese. I risultati sono sorprendenti: a piazza San Giovanni, c’erano 4 donne su 29 (circa il 13%) ma questa percentuale andrebbe riletta al ribasso, nella misura in cui la maggior parte degli artisti erano band e quasi tutte a composizione maschile; a Verona, 12 relatori su 69 erano donne (circa il 17%). Conclusione: l’universo femminile era più rappresentato in quel consesso di “maschilisti medioevali” che è stato il Congresso Mondiale delle Famiglie che non al concertone del Primo Maggio, così apertamente di sinistra e sponsorizzato dalle principali sigle sindacali italiane.

A proposito di regresso al Medioevo, se la logica dei detrattori del Congresso fosse cristallina, dovremmo essere tutti concordi su fatto che quell’epoca, oltre che oscurantista, rozza e violenta, sarebbe stata fortemente misogina. Uno studio attento delle fonti dell’epoca ci dimostra che non è così. Non solo il Medioevo è l’epoca del dolce stil novo e dei poemi cavallereschi ma la stessa condizione femminile non era così degradante come si potrebbe pensare. Indubbiamente i ruoli erano molto più differenziati rispetto a oggi, tuttavia le donne svolgevano molte attività significative anche fuori casa. “Nel Medioevo è difficile trovare un mestiere, nel quale non vi fossero donne: erano macellai, pizzicagnoli, vendevano merletti, facevano i calzolai, i guantai, i merciai, gli imbianchini, tessevano, trafficavano spezie, erano fabbri, argentieri, ed altro ancora”, si legge sul sito dei Frati Cappuccini. In particolare, la “donna nobile”, la “grande signora feudale” era “persona ben concreta, centro di una rete fitta di attività. Essa poteva essere investita di un feudo, poteva possedere delle terre, ed era alla pari con gli uomini in quanto ai diritti e doveri privati; poteva far testamento, stipulare un contratto, citare in giudizio. Una volta sposata, essa perdeva temporaneamente i propri diritti, ma assumeva notevole importanza sociale in quanto capo femminile di una casa”.

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Lo storico Jacques Le Goff sostiene che il racconto della creazione (cfr Gen 2,21-23) espliciti chiaramente il concetto di uguale dignità tra i sessi, in quanto “Dio ha creato Eva da una costola di Adamo e non l’ha creata dalla testa o dai piedi; se l’avesse creata dalla testa, ciò avrebbe voluto dire che Egli vedeva in lei una creatura superiore ad Adamo, al contrario, se l’avesse creata dai piedi, l’avrebbe considerata inferiore: la costola si trova a metà del corpo, e la scelta quindi stabilisce l’uguaglianza, nella volontà di Dio, di Adamo e di Eva”. Di conseguenza questo assunto biblico avrebbe determinato “la concezione cristiana della donna” ed “influenzato la visione e l’atteggiamento della Chiesa medievale nei suoi confronti”.

Sempre all’epoca medioevale, segnatamente al Concilio Lateranense del 1215, risale una riforma spartiacque nella storia dell’emancipazione femminile: un matrimonio è nullo se non riceve il consenso di entrambi gli sposi. La Chiesa ha sempre sostenuto tale principio, tuttavia, si dovette attendere suddetto Concilio prima che tale regola divenisse formale, impedendo così che una donna potesse essere data in sposa a un uomo contro il proprio volere.

Si affermano, inoltre, negli stessi secoli, numerosi modelli di santità femminile, a partire da quello monacale (si pensi a Ildegarda di Bingen), fino alle mistiche (Angela da Foligno, Caterina da Siena, ecc.) ma anche tra i monarchi abbondano le figure femminili, alcune delle quali particolarmente carismatiche: Bianca di Castiglia o, prima ancora, Teodolinda o Matilde di Canossa. “Oggi il numero di donne che ha accesso alle più alte sfere del potere è molto ridotto – osserva significativamente Le Goff –. In Occidente non vi sono più donne Primo ministro di quante fossero nel Medioevo regine o reggenti”.

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Davvero, quindi, il Medioevo è stato un periodo così buio per l’umanità e, in particolare, per le donne? La loro emancipazione, inoltre, è veramente un problema di ‘quote rosa’ o, piuttosto, di cultura e di mentalità?