Roberta Cortella, la regista che ha percorso “il cammino giudiziario” con 6 detenuti

Foto di falco da Pixabay

Ha percorso la via Francigena con 6 detenuti, da quell’esperienza è nato il docufilm Boez

 Roberta Cortella ha 41 anni, la si può definire una guerriera in incognito. Preferisce stare dietro alle telecamere infatti è regista cinematografica, che stare davanti ad esse.

Il suo credo viene attuato nelle scelte della sua vita e nei film che produce come il docufilm Boez, andato in onda su Rai tre dal 2 al 13 settembre.

In realtà questo progetto è nato nel 2004, quando la regista decise di fare da sola l’esperienza del “Cammino di Santiago”, la sua fede è così forte che non ha paura del mondo.

Fu durante il Cammino di Santiago che Roberta Cortella per la prima volta venne a conoscenza dell’esistenza del “cammino giudiziario”, una pena alternativa al carcere praticata in Belgio che ha finito di prendere piede in Europa.

Si tratta di proporre un pellegrinaggio a piedi ad un gruppo di carcerati affinchè sia un momento di formazione e riabilitazione.

Quest’esperienza è la prima in Italia, proprio per questo Cortella ha realizzato un documentario dal titolo “La retta via”. La pellicola è stata notata dall’autrice Rai Paola Pannicelli che ha proposto a Cortella di realizzare una versione italiana del “cammino giudiziario”, e così è nato Boez, dieci puntate che fanno vedere il viaggio a piedi di sei detenuti del carcere minorile.

Il gruppo viene guidato dall’ escursionistica Marco Saverio Loperfido e dall’educatrice Ilaria D’Appolonio lungo la via Francigena: 50 tappe, da Roma fino alla punta della Puglia, per circa 900 chilometri. La serie, prodotto da Rai Fiction e Stemal Entertainment, è in collaborazione con il Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità del Ministero della giustizia.

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La regista ha deciso di prendere uno dei ragazzi in affido, Matteo al settimanale “Credere” ha raccontato: «Tutti i ragazzi avevano un posto dove tornare dopo il cammino, tranne Matteo: all’ultimo il suo progetto di accoglienza è saltato. Lui, tra l’altro, arrivava direttamente dal carcere, quindi non aveva un luogo dove andare: sua mamma è morta da poco e i suoi fratelli sono sparsi in giro, in situazioni poco stabili. Io e il mio compagno (Marco Leopardi, co-regista della serie, ndr) ci siamo guardati. Non potevamo abbandonarlo al suo destino: sarebbe stato a rischio. Così abbiamo detto agli assistenti sociali che potevamo prenderlo per due mesi in affidamento. La cosa è andata bene e ora lui è ancora con noi, da svariati mesi».

E alla domanda “Cos’è per lei la fede” la regista ha risposto: «Sono nata in Friuli e sono cresciuta in un ambiente cattolico. Il mio parroco era un uomo molto attivo e presente nella comunità: non si limitava a dire le omelie ma andava nelle case delle persone, per aiutarle. Ricordo ancora quanto si adoperò per il terremoto del Friuli! Ecco, questa è la mia visione di Chiesa: un prete che bussa alla tua porta e ti aiuta».

Gaudium Press di Rita Sberna