4 marzo 2018: buon compleanno in Cielo, Lucio!

4 marzo 2018: buon compleanno in Cielo, Lucio!

Per tante ragioni, forse passerà in sordina ma vale sicuramente la pena commemorare il 75° anniversario della nascita di un grande artista, un grande italiano e anche un grande cristiano: Lucio #Dalla (1943-2012). In giorni in cui il tema dominante sono le elezioni politiche e in un tempo in cui la musica è legata al business dei talent show, non c’è nulla di più controcorrente ed eversivo che parlare di un “artigiano” della musica e di uomo libero da qualunque collocazione ideologica, come fu appunto Dalla.

Riascoltare le sue canzoni è una boccata d’ossigeno dopo l’altra. Musica che sembra arrivare da un mondo senza tempo, eppure profondamente reale. Il gigante e la bambina, Com’è profondo il mare, La sera dei miracoli, Caruso: se si riascoltano questi ed altri capolavori, si può cogliere il leitmotiv della poetica dalliana. Da un lato c’è la consapevolezza della propria unicità nel bene o nel male (Piazza Grande), un senso di incolmabile solitudine (Il cucciolo Alfredo), l’incomunicabilità tra esseri umani (Cara), i ritmi opprimenti della civiltà odierna che schiacciano in modo spietato i sentimenti più veri (Telefonami tra vent’anni); dall’altro lato, c’è una profonda pace interiore che nemmeno le peggiori tempeste riescono a travolgere (Henna), una capacità di stupirsi di fronte alla bellezza degli esseri umani (Stella di mare) e del creato (Le rondini), una fiducia quasi “metafisica” in un destino benevolo e nella possibilità di redenzione per qualunque essere umano (Futura).

Anche di fronte alle brutture più deprimenti, l’artista bolognese sapeva levare gli occhi verso la volta celeste, come fa lo sfortunato in amore di Disperato erotico stomp. Per Dalla era quasi un’ossessione: “Prendi il cielo tra le mani, vola alto più degli aeroplani” (Balla balla ballerino): “Con grandi mani / prese la Luna tra le mani / tra le mani / e volò via / e volò via / era l’uomo di domani” (L’ultima luna). Dalla era infatti profondamente credente, di un credo che andava molto al di là di qualunque formazione catechetica o di qualunque appartenenza ecclesiale. La sua era una fede assai poco clericale, tanto carica di irregolarità e anarchia, quanto ricca, creativa e capace di offrire uno sguardo sempre nuovo sul reale. Ecco dunque un Gesù Bambino che rinasce da una ragazza madre, tra la “gente del porto” che bestemmia, beve e gioca d’azzardo (4 marzo 1943), un angelo che orina in testa ai “potenti mascalzoni” (Se io fossi un angelo), i preti che “potranno sposarsi ma soltanto ad una certa età” (L’anno che verrà).

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