Chiese in “lockdown”: c’è chi dice no

Chiesa chiusa lockdown
Foto: CC0 Pixabay

Nomen omen: è davvero un’invettiva coraggiosa e senza precedenti quella che l’arcivescovo di San Francisco, Salvatore Joseph Cordileone ha lanciato domenica scorsa in segno di protesta contro le restrizioni alle celebrazioni religiose imposte dal sindaco dem della metropoli californiana, London Breed. Con la scusa della pandemia, il primo cittadino aveva disposto il divieto per qualunque cerimonia religiosa che non sia celebrata all’aperto e alla presenza di non più di dodici fedeli. Curiosamente (ma non troppo…), a San Francisco non vigono proibizioni particolarmente stringenti per quasi nessuna attività: sono aperti i grandi magazzini, i centri massaggi, le rivendite di alcolici, persino i negozi di cannabis. Le manifestazioni di Black Lives Matter, inutile dirlo, sono consentite.

Da almeno un mese, monsignor Cordileone sta sfidando a viso aperto l’amministrazione della sua città. A fine agosto ha chiesto la rimozione del limite massimo di fedeli per messa, mostrando anche l’ennesimo studio che dimostra la possibilità di celebrare in sicurezza, anche alla presenza di un gran numero di persone, garantendo la distanza, l’uso della mascherina e di tutti gli accorgimenti igienici. “La nostra fede e altre fedi sono considerate meno importanti di un acquisto dal ferramenta o di una gradevole cena in un patio”, aveva dichiarato il presule, facendo notare come una celebrazione liturgica all’aperto sia “un evento molto più sicuro di una manifestazione di protesta, poiché le persone rimangono ferme, la distanza sociale è rispettata e i partecipanti indossano mascherine”. Nei giorni successivi, Cordileone ha rincarato la dose: “Non è compito dello Stato né del Governo della città decidere ciò che è essenziale per la vita dei fedeli e dei credenti, che non sono solo consumatori fatti di carne e sangue! È compito della Chiesa decidere se le celebrazioni cristiane siano o meno essenziali alla vita dei fedeli!”.

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In segno di riparazione alle assurde limitazioni della libertà di culto, domenica scorsa l’arcidiocesi di San Francisco ha promosso una serie di processioni eucaristiche, tutte confluite davanti alla piazza del Municipio e, poi, in conclusione nella piazza della cattedrale, dove sono state celebrate messe con la partecipazione di 50 fedeli ciascuna (nel frattempo il limite è stato innalzato). Nella sua omelia, Cordileone ha confermato la sua linea: rigore nel rispetto delle leggi ma altrettanto ferma volontà di cambiarle, in quanto ritenute inique. “Per mesi ho supplicato la Città a vostro nome, sostenendo il vostro bisogno di consolazione della Messa, e la consolazione che vi deriva dalla pratica della vostra fede e dal legame con la vostra comunità di fede – ha tuonato l’arcivescovo –. Il Comune ci ha ignorato… Mi è apparso chiaro che non si preoccupano di voi… Abbiamo sopportato pazientemente un trattamento ingiusto abbastanza a lungo e ora è giunto il momento di unirci per testimoniare la nostra fede e il primato di Dio e dirlo al municipio: Basta così!… Solo a una persona alla volta è permesso in questa grande cattedrale di pregare? Che insulto! È una presa in giro. Ci prendono in giro, e peggio ancora, prendono in giro Dio”.

In America c’è un approccio diverso alla fede. Anche nel rispetto della laicità e del pluralismo religioso, la gente manifesta di più il proprio credo e tende a farne oggetto di dibattiti, spesso anche accesi. In Europa, è risaputo che le chiese, a partire dai loro vertici, mostrano più prudenza e tendenza alla mediazione tanto con le autorità quanto con l’opinione pubblica. L’Italia non fa eccezione e se n’è avuta conferma nella scelta della CEI di andare di pari passo con la linea del Governo Conte e del Ministro della Salute, Roberto Speranza, sebbene, alla vigilia della ripresa delle celebrazioni nel post-lockdown, non siano mancate frizioni e divergenze. A quattro mesi dal ritorno delle messe cum populo e a uno dal superamento del limite dei 200 fedeli per chiesa, si riscontra, però, un drastico calo della partecipazione alle celebrazioni liturgiche, comprese quelle domenicali. In particolare i più anziani e cagionevoli di salute, ancora sopraffatti dalla paura, hanno anteposto la salute del corpo alla salute dell’anima. Un atteggiamento psicologico che, ben lungi dallo scatenare facili giudizi di condanna o di giustificazione a tutti i costi, dovrebbe suscitare seri interrogativi sul ruolo dei pastori e sulla loro cura delle anime.

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In questa direzione, è illuminante quanto scritto dal cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione del Culto Divino e della Disciplina dei Sacramenti, nella sua lettera ai presidenti delle Conferenze Episcopali, in cui viene ribadito il “significato teologico” della “dimensione comunitaria”, la quale, qualora anche nelle chiese venga imposto un rigido distanziamento, rischia seriamente di indebolirsi. “Consapevoli del fatto che Dio non abbandona mai l’umanità che ha creato, e che anche le prove più dure possono portare frutti di grazia, abbiamo accettato la lontananza dall’altare del Signore come un tempo di digiuno eucaristico, utile a farcene riscoprire l’importanza vitale, la bellezza e la preziosità incommensurabile – scrive il cardinale Sarah –. Appena possibile però, occorre tornare all’Eucaristia con il cuore purificato, con uno stupore rinnovato, con un accresciuto desiderio di incontrare il Signore, di stare con lui, di riceverlo per portarlo ai fratelli con la testimonianza di una vita piena di fede, di amore e di speranza”.

È necessario, quindi, che tutti i fedeli, anche quelli più impauriti dalla pandemia, “riscoprano l’insostituibile preziosità e bellezza della celebrazione”. Al tempo stesso, prosegue Sarah, “la dovuta attenzione alle norme igieniche e di sicurezza non può portare alla sterilizzazione dei gesti e dei riti, all’induzione, anche inconsapevole, di timore e di insicurezza nei fedeli”, né la partecipazione dei fedeli alla celebrazione dell’Eucaristia merita di essere “derubricata dalle autorità pubbliche a un ‘assembramento’” o “considerata come equiparabile o persino subordinabile a forme di aggregazione ricreative”. Seguendo una linea prudente, tutt’altro che ‘negazionista’, il porporato guineano invita alla “obbedienza alle norme della Chiesa” e “ai Vescovi” e puntualizza: “Alla preoccupazione doverosa per la salute pubblica la Chiesa unisce l’annuncio e l’accompagnamento verso la salvezza eterna delle anime”. La comunione dei santi è anche fisica e non potrà mai essere virtuale. “Sine dominico non possumus”, affermavano i primi cristiani. E ogni battezzato, anche quando non è consapevole, dell’Eucaristia ha sempre bisogno, come ha bisogno del cibo e dell’acqua per vivere.

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